LA PARTITA PIÙ LUNGA DELLA STORIA

Domenica 12 maggio 1953, davanti a un pubblico pagante di 142 spettatori, si giocò quella che è considerata la partita più lunga della storia, tra il Real Woomera e l’Olimpic Dam. Per quanto che se ne sa, quel record non è mai stato battuto.

 

Tutto cominciò due giorni prima, verso l’imbrunire, quando la posta di Dam aveva appena spento le luci.

Nolan e Gutiérrez entrarono nell’ufficio del direttore e chiusero la porta alle loro spalle. Erano le cinque e mezza e Annibal Feeney, direttore del piccolo ufficio postale, si era fermato come al solito oltre l’orario di lavoro per mettere ordine nella contabilità. Quando sentì lo scatto della porta alzò lo sguardo dalla tazza e se li trovò davanti, Nolan e Gutiérrez. Due ragazzoni ben piantati, niente da dire, roba che avrebbe potuto spaventarlo, invece, per nulla intimidito, si sistemò gli occhialini sul naso e domandò semplicemente: “Cosa posso fare per voi, signori?”

I due indugiarono, poi Nolan venne avanti. Aveva il naso schiacciato di un pugile, e due spalle larghe, e una cicatrice sopra l’occhio destro che gli attraversava il sopracciglio. Si fermò contro la scrivania.

“Buongiorno, signor Feeney,” disse togliendosi il cappello. Era grosso, ma anche molto timido, così ripeté una seconda volta: “Buongiorno, signor Feeney…”

Feeney rispose al saluto e spostò gli occhi sull’indio che era rimasto nella semi-oscurità. “Questo, signor Feeney- si affrettò a dire Nolan-, questo è Gutiérrez. Jorge Gutiérrez.”

“Gutiérrez, Gutiérrez…”

“Il capitano del Real Woomera.”

Feeney si tolse gli occhiali e si spremette il naso tra pollice e indice, poi strizzò gli occhi e tornò a inforcare le lenti. Aveva capito che c’era qualcosa di strano in quella visita. Nessuno viene a trovarti alle cinque e mezza di un venerdì sera, con il capitano della squadra avversaria, senza una ragione precisa. Solo che non vedeva quale questa ragione potesse essere: “David, cosa ci fai qui col capitano del Real?”

“Ecco, io…”

“Dimmi.”

“Ci sarebbe una cosa, signor Feeney…”

Nolan strinse più forte il cappello che strozzava in mano: “Domenica, vede, domenica, come sa, c’è la partita…”

“Mh-mh.”

“Be’, e noi giochiamo contro il Real.”

“E dunque?”

“Be’, come sa, quest’anno le cose non ci sono andate bene. E neanche a loro. Voglio dire, neanche a loro sono andate bene. Insomma, fino adesso non siamo ancora riusciti a vincere neppure una partita. E… e neanche loro sono riusciti a vincere una partita…”

Feeney capì che la cosa tendeva ad andare per le lunghe e gli fece segno di sedersi.

“No grazie, signor Feeney, preferisco rimanere in piedi.”

“Come vuoi.”

“La questione è che, lei lo sa, siamo ultimi.”

“David, perché non cerchi di parlare in maniera che ti si capisca?”

“Certo, signor Feeney, scusi tanto. Il fatto è che, be’ siete voi che spedite i risultati alla Lega, non è vero?”

“Lo faccio tutte le domeniche dopo la partita.”

“Ecco, noi vorremmo domandarle di non farlo, questa domenica… per favore.”

Qui Nolan si fermò e guardò l’indio che gli stava dietro. Finalmente Gutiérrez venne fuori dalla penombra.

“Anche noi siamo ultimi, e anche noi non abbiamo vinto neppure una partita. Ma questo non è bene. Abbiamo pensato che almeno una partita bisognasse vincerla.”

“Continuo a non capire,” disse Feeney sempre più confuso.

“Be’, vede, signor Feeney,” riprese Nolan. “Se la partita finisse al 90′, si rischierebbe un pareggio. E così nessuno dei due avrebbe vinto una sola partita in tutta la stagione. E noi, invece, questa partita ce la vogliamo giocare davvero, fino alla fine!”

“Ma non capisco cosa vogliate da me!”

“Vogliamo che lei non trasmetta il risultato,” disse Gutiérrez.

Feeney fece un salto sulla sedia. In anni di onorato servizio non gli era mai capitato di mancare una sola volta ai propri doveri e quella richiesta ne aveva tutta l’aria.

“La prego, signor Feeney. Cerchi di capire. Non c’è niente di male. Non vogliamo truccare la partita o qualcosa del genere. Vogliamo solo che finisca quando una delle due squadre avrà vinto.”

“Già, e come farete con l’arbitro?”

“Quello è risolto,” disse l’indio.

Ma lo disse in modo che era come suggerire a Feeney di non indagare oltre. Il direttore si lasciò andare contro lo schienale della poltrona; sotto il tavolo un gatto gli si strusciò contro piedi cercando una carezza che non arrivò. “Non lo so – disse infine Feeney in un sospiro – Non lo so. Non mi sembra una cosa tanto onesta.”

L’indio ebbe un lampo negli occhi, ma la mano di Nolan lo fermò.

“Non c’è niente di male, signor Feeney, glielo giuro. E’ solo una questione di onore. O noi, o loro, che almeno una delle due squadre riesca a vincere una partita in tutto il campionato, capisce?”

“Mh. Non so cosa dire…”

Fu a quel punto che l’indio perse la pazienza. Cacciò fuori un coltellaccio da scannacani che fece sciabolare un cicatrice di luce nel buio.

“Vediamo se lo sai adesso, cosa dire!” sibilò.

Ma Annibal Feeney non si agitò, aprì tranquillamente il cassetto della scrivania, sulla sua destra, estrasse un revolver della guerra di secessione e lo puntò alla testa dell’indio.

“Signor Gutiérrez,” disse. “Non so come siate abituati a Woomera, ma qui a Dam nessuno entra in un ufficio pubblico armato di coltello. Men che meno alla posta. Ora, se vuole essere così gentile da deporre quell’arnese sulla mia scrivania…”

L’indio rimase impietrito, non si mosse, il direttore armò il cane della pistola che fece CLICK-CLACK e l’indio deglutì a fatica; con lentezza mise giù il coltello, “Bravo ragazzo,” gli disse Feeney, poi guardò Nolan e continuò: “Quello che mi chiedi è una pazzia, David.”

“Lo so.”

“Rischiate grosso per una sciocchezza.”

“Ci aiuti, signor Feeney!”

“Ascolta. Vi posso dare fino a lunedì mattina. Dirò che si è rotto un cavo del telegrafo e ci ho impiegato del tempo a riaggiustarlo. Questo è tutto quello che posso fare per voi…”

Nolan si illuminò: “Grazie,” disse raggiante. “Grazie signor Feeney, grazie davvero, lunedì andrà benissimo!”

“Ricordati: lunedì mattina. Vedete di sbrigarvela per allora! E adesso andate, che ho ancora un sacco di lavoro da sbrigare.”

“Sarà fatto, signor Feeney, grazie, grazie mille! Non se ne pentirà, signor Feeney…”

Mhà, speriamo davvero di non dovercene pentire, pensò Feeney. Poi si accorse che l’indio fissava il tavolo.

“Riprenditelo, maledizione.”

Solo allora Gutiérrez trovò il coraggio di allungare la mano e riprendere con vergogna il coltello.

“E ora fuori, su! Via dai piedi!”

I due uscirono e il direttore rimase un po’ a fissare la porta, poi il gatto gli saltò sulle gambe e si mise a impastargli il maglione con le zampe.

“Chissà se ho fatto bene, Elisabeth,” disse al gatto. “Sono giovani. Danno importanza a cose che non ne hanno.” Poi le accarezzò la pancia; cosa che scatenò tutta una sinfonia di ron ron e lo mise di buon umore.

 

Fu così che, con la complicità della classe arbitrale e delle poste, domenica 12 maggio 1953, davanti a un pubblico di 142 spettatori paganti, l’Olimpic Dam scese in campo contro il Real Woomera per una partita destinata a entrare nella storia.

Le formazioni si presentarono alle 15, orario prestabilito dalla federazione per tutte le gare, ma da quel momento calò un silenzio radio spettrale.

Si era deciso che, per decretare la fine dell’incontro, una delle due squadre avrebbe dovuto portarsi sul doppio vantaggio. Fino a quando questo non si fosse prodotto, la partita sarebbe continuata. Così si era deciso e così si fece.

Stretta di mano dei due capitani e il fischietto diede via alla gara. Dopo i primi tre passaggi iniziò quasi subito la riffa di palle perse, tentativi di triangoli non riusciti, lanci a spazzare le difese, dribbling improbabili e pallonate a casaccio, che caratterizza tutte le brutte partite. L’interesse del pubblico venne quindi in fretta calamitato dal banchetto delle birre e quasi tutti si disinteressarono della partita.

Così furono pochi quelli che videro la fiammata che, ad un certo punto, accese la fascia sinistra. Osen, che era un terzino dai piedi quadrati, vatti a sapere cosa gli prese, si mise a correre come un matto. All’inizio i compagni gridavano DALLA! DALLA! SONO LIBERO! DALLA!

Ma lui niente, continuava a volare su per quella fascia lasciando dietro di sé disappunto e stupore. Quando gli avversari capirono quel che stava succedendo si lanciarono all’inseguimento, ma Osen sembrava un cavallo drogato.

Gutiérrez ordinò PIGLIATELO PER LA MAGLIA e qualcuno ci si provò, ma il terzino gli scivolò via e quell’altro rimase con l’aria in mano. Allora l’indio gridò BUTTATELO GIU’, CAZZO! e mentre i suoi compagni gli dicevano DALLA, OSEN, PASSALA! e lui correva e correva e passare non la passava, una macchia rossa scivolò sull’erba ma Osen fece filare la palla avanti più veloce che poteva e saltò a piè pari la macchia che gli schizzò sotto e lui continuò la sua folle galoppata.

Il pubblico se ne accorse e cominciò a gridare EHI, GUARDA LA’! GUARDA OSEN. MA CHE CAZZO FA? Attirati da quelle grida, quelli che stava al baracchino della birra, si girarono e corsero verso il campo e si affollarono per un momento intorno alla recinzione scannando le corde vocali DAI OSEN, FORZA, SU!!! DAI, NON MOLLARE!

E forse Osen li sentiva, forse è per quello che continuava a correre così come un matto, o forse era diventato matto per davvero, e nessuno lo fermò, nessuno ci riuscì, fin quando lui arrivò al limite dell’area e con il suo piede quadrato, nella maniera più scomposta possibile, lasciò partire un tiro di sinistro che si infilò nella rete prima di vedere Tysser, il vecchio portiere del Real, saltare e atterrare inutilmente nella segatura dell’area piccola.

Osen, che non aveva mai segnato un goal in tutta la sua vita, buttò le braccia al cielo e riprese a correre. I compagni gli si lanciarono dietro, ma non ci fu verso, nessuno riuscì a raggiungerlo, e lui uscì dal campo, infilò il cancello principale, attraversò il parcheggio, e sempre urlando corse a casa a dirlo a sua moglie che stava preparando l’arrosto e ritornò cinque minuti dopo che la partita era già ripresa.

Il pubblico era tornato ad assediare il baracchino della birra, ma riscaldato dal risultato, tutti parlavano e commentavano l’accaduto. C’era eccitazione nell’aria e si faceva l’occhiolino e si tirava di gomito dicendosi Questa ce la ricorderemo a lungo.

Poi finì il primo tempo e le squadre furono mandate negli spogliatoi e Osen ancora non stava nella pelle per la gioia e sembrava avesse mangiato una grossa torta candita.

Il secondo tempo cominciò con il Real che attaccava a testa bassa. Come un toro a dare cornate a un portone sperando che, dai e dai, a furia di fare, quello cedesse. Ma l’Olimpic si difendeva scalciando in lunghi e grossolani rinvii i palloni, quando riuscivano ad arpionarne uno. Allora era partita di ping pong, coi difensori del Real che recuperavano la sfera e la ricacciavano in avanti, e quelli dell’Olimpic che gliela ributtavano indietro, e quelli che la ricacciavano ancora una volta di qua e gli altri che la ritiravano ancora una volta di là. Presto il facile entusiasmo del pubblico si spense e si tornò a parlare d’altro, a commentare il tempo e i programmi radiofonici, anche se poi, sul più bello del dibattito, Osen inciampò da solo e finì sul pallone toccandolo col braccio.

Per l’arbitro non ci furono dubbi: rigore pieno.

Panchilla si diresse sul dischetto portando con sé il pallone sotto braccio. Panchilla faceva l’elettrauto ed era il migliore rigorista del Real. Posò la palla sul dischetto e prese una rincorsa di tre o quattro passi. Trattenne il fiato fin quando l’arbitro fischiò, allora partì dritto per dirtto come un treno e tirò una sventola che finì fuori bersaglio di due metri abbondanti. Il pubblico di casa festeggiò come avessero segnato mentre lui crollava a terra disperato e costringeva le unghie a lasciarsi segni nei palmi.

Poco dopo un rinvio sbilenco di McBride ruppe la bandierina del guardalinee generando una fragorosa risata e un nuovo e inatteso interesse del pubblico, davvero a lungo, questa ce la ricorderemo davvero a lungo, si continuavano a dire, dammene un’altra, ma questa volta mettici meno acqua dentro, dicevano poi all’uomo delle birre che bestemmiava, riempiva i bicchieri e intascava i soldi.

Fu così che si persero anche quando Raimondo Bartez mancò clamorosamente un dribbling ma sbilanciò il difensore e si trovò così la porta spalancata davanti. Quasi stupito guardò il pallone tra i piedi, non capendo come facesse ad essere ancora lì, poi guardò i compagni e poi di nuovo la porta. Alla fine tirò e ne uscì una cosa indecorosa che stava per finire a chilometri di distanza quando intervenne Timberton che, nel tentativo di rilanciare, infilò di prepotenza e di collo pieno il proprio portiere. Un tiro così non gli era mai riuscito in tutta la sua vita e mai più gli riuscirà. Gran peccato che avesse sbagliato porta.

Il tabellone segnò l’ottantesimo e fu aggiornato sull’uno a uno. Ti pareva che riuscissero a vincere, dicevano gli uomini al banchetto della birra, e il loro umore era sceso sotto i piedi così bevevano il doppio.

All’ottantacinquesimo, mentre la partita continuava con un noiosissimo rimpallo, dai-e-batti, sbatti e ribatti, di palloni sparacchiati, scalciati, allungati troppo, troppo corti, scatti nulli o inesistenti, la gente cominciò a infilarsi con malumore i cappotti, rimettersi le sciarpe, i cappelli, anche stavolta non si è vinto, si dicevano, e si mettevano in piedi, e qualcuno cominciava ad andare verso l’uscita aspettando di sentire da un momento all’altro il triplice fischio.

Ma non lo sentirono. Così tornarono indietro e chiesero “Quanto c’è di recupero?”, e si videro rispondere con un’alzata di spalle, mentre sul campo i ragazzi continuavano a sgambettare perdendo palloni e lanciando troppo lontano, o troppo vicino, e i capitani davano segni di calma e pazienza. Facevano così, con le mani, con le palme rivolte al basso, come a dire Piano, ragazzi, piano, c’è tutto il tempo.

Ma i minuti passavano, cinque, sette, dieci, e l’arbitro non fischiava, e di tempo sembrava non ce ne dovesse essere più, invece loro andavano avanti, sempre più piano; come un vecchio diesel, ma andavano avanti. Quindici, diciotto. Ma che succede? Si chiedeva la gente sugli spalti e guardavano l’orologio e guardavano l’arbitro e si guardavano tra di loro e nessuno ci capiva più niente. Poi qualcuno andò fuori, andò fino al bar e disse: “Giù al campo sta succedendo una cosa strana”, così dal bar cominciò ad arrivar gente.

E poi dalle case, si portavano le sedie dalla cucina e intanto la partita andava avanti, avanti, avanti senza interruzioni; di tanto in tanto qualcuno lasciava il campo per correre negli spogliatoi a fare un goccio, come si dice, ma la partita non veniva mai interrotta. Un dribbling, un tiro. Fuori. Rilancio, controllo, passaggio, tiro. Fuori. Cross, spizzata di testa, palo, fuori, parata, rinvio, ribattuta, tiro, fuori. Così all’infinito.

I giocatori cominciavano a sentire i primi segni di cedimento. Le gambe si facevano dure, rigide, i piedi come infilati in blocchi di cemento si spostavano a fatica. Ma nessuno che si sognasse di lasciare il campo. Quello era semplicemente inconcepibile. Però la stanchezza era molta e la lucidtà ne risentiva. Gli errori si moltiplicavano. Nolan sbagliò un goal a porta vuota e il pubblicò bestemmiò, ma per finta, perché sotto sotto si dicevano Gesù, questa non ce la dimenticheremo mai, questa non ce la dimenticheremo mai davvero!

E alle sette di sera, l’uomo delle birre scese a bordo campo e propose un bicchiere ai giocatori che si buttarono assetati sul chioschetto

“Calma, ragazzi, calma, ce n’è per tutti. Questa la offro io. Bevete piano che sennò vi viene un accidenti!”

I ragazzi bevevano come dromedari, e pian piano che la birra scendeva sentivano le forze moltiplicarsi e poi ripresero a giocare, con maggior verve, ma minore precisione. Da quel momento, di tanto in tanto, qualcuno si assentava, andava a farsi una birra e poi si rilanciava nella battaglia. Nel frattempo anche tra le mogli ci si era organizzate e arrivavano piatti in campo che venivano divorati e buttati dietro la porta.

Sulle gradinate non c’era più un solo posto libero. Erano arrivati anche i vecchi, e i bambini, e le donne, e in tutto il paese non era rimasto in giro più nessuno. Proprio nessuno. Perché a un certo punto pure il signor Feeney comparve all’imbocco delle scalinate e, che gli venisse un colpo, lo stadio straripava di gente e là sul campo si davano battaglia, ma battaglia vera. Il signor Feeney sorrise tra sé: “Che mi prenda un accidenti,” si desse. “Che mi prenda un accidenti!”

E come se l’avesse sentito, Nolan, col suo naso da pugile battuto, azzeccò un diagonale che entrò pulito a fil di palo. L’Olimpic era in vantaggio. Lo stadio esplose. I giocatori, invece, erano troppo stanchi per festeggiare.

Gutiérrez allora chiamò a sé i suoi ragazzi. Aveva il fiato corto e sentiva un peso sullo sterno. Se li mise intorno, a cerchio, tutti intorno a lui. Respirò con quel dolore allo sterno che si amplificò, ma fece finta di niente, scosse solo la testa e poi disse “Burdisso, cazzo, Nolan era tuo!” e Burdisso arrossì.

“Non ce l’ho con te, stai facendo del tuo meglio, ma il nostro meglio non basta. Io questa partita non la voglio perdere, cazzo. Non la voglio perdere no, che non la voglio perdere. Ne ho già perse troppe.” E i ragazzi sapevano a cosa si riferiva. Sapevano che si era fatto beccare a 14 anni e s’era fatto il riformatorio. Sapevano che da allora ogni volta che c’era un casino andavano a cercare lui, anche quando non c’entrava niente e ormai ci aveva fatto l’abitudine a pagare anche per gli altri, e adesso non ne voleva più sapere.

Aveva l’occasione per combinarne almeno una dritta in vita sua e non voleva sprecarla. Lo sapevano i ragazzi, lo sapevano e lo capivano, anche se non si sentivano più i piedi, e le gambe, e persino le braccia; anche se avevano male dappertutto. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per Gutiérrez. Tysser, il vecchio portiere, lo guardò e gli disse: “Siamo con te, Jorge.”

E Jorge sorrise col suo sorriso da indio “Certo che lo siete, cazzo,” disse. “Quindi adesso torniamo là e ci diamo da fare e cerchiamo di raddrizzarla, questa partita del cazzo, siamo d’accordo?” E lo disse con una convinzione, negli occhi, che non potevi non crederci. Ti saresti buttato nel fuoco, avresti fatto la rivoluzione e fermato carriarmati a mani nude, se te lo avesse chiesto a quel modo.

Così i ragazzi si dissero che, sì, la partita non era finita, e ripresero divorando la terra, masticando le caviglie degli avversari senza più sentire fatica o dolore e spingi, e dai, e quando Beewley tirò ad incrociare una sberla incredibile, e quelli dell’Olimpic sentivano già il gusto dolce della vittoria scioglierglisi in bocca, Tysser trovò chissà dove i riflessi di un ragazzino e riuscì a deviarla. Poi andò a togliere un pallone dal sette, e ancora una volta su un rasoterrra basso si allungò come una fisarmonica. E sul contropiede, rapido, dirompente, Pinchilla inventò un colpo di esterno destro che lasciò tutti a bocca aperta e pareggiò i conti. Subito dopo Gutiérrez portò in vantaggio il Real con una ribattuta fortunata nell’area piccola.

Non c’era più tifoseria o colori, a quel punto: si esultava per ogni goal; e deve essere sembrato strano, a Gutiérrez, vedere le bandiere giallo-viola dell’Olimpic rispondere festose alla sua rete e le gradinate acclamarlo.

E poi l’arbitro stramazzò a terra. Che gli è preso? E’ morto? No, un semplice malore. Ma non può continuare, così. Che facciamo adesso? Non lo so. Che dicono Nolan e Gutiérrez? I due capitani stavano parlottando.

“Perché non vi arrendete? Sono sei ore che andiamo avanti.”

“Jorge, piuttosto che arrenderci mi faccio ammazzare. Arrendetevi voi.”

“Ma se stiamo vincendo.”

“Non se vi arrendete.”

“Come facciamo con l’arbitro?”

“Forse potremmo…”

Li si vide discutere ancora un po’ poi fare sì con la testa e attraversare il campo. Arrivarono davanti alla tribuna centrale, dove c’era l’imbocco delle gradinate, e si sentì Nolan gridare:

“Signor Feeney! Signor Feeney ci serve un arbitro! Che ne dice?”

Il signor Feeney sorrise, si tolse la giacca e arrotolò le maniche della camicia: “Dico che lo avete trovato.”

E la folla lo accolse con un’ovazione mentre scendeva in campo e soffiava nel fischietto con tutto il fiato che aveva per far riprendere l’incontro.

La gara così ricominciò e l’Olimpic dava evidenti segni di stanchezza. Il Real spingeva perché voleva chiuderla e portarsi a casa quella vittoria insensata, ma su un ribaltamento di fronte dal calcio d’angolo McBride si vide catapultare un pallone altissimo. Pensò Se la prendo di testa mi ammazzo, così chiuse gli occhi e ci mise il piede pregando Dio e il pallone lo colpì sul tallone e si impennò di nuovo raggiungendo Beewley che era scattato come una lucertola. E Beewley si trovò solo davanti a Tysser e lo infilò basso e angolato sulla sinistra, ma si sentì un fischio e tutti si girarono verso Feeney che col braccio alzato indicava il fuorigioco.

Fu un brutto colpo. Beewley ci aveva messo le sue ultime energie in quello scatto e adesso piombò a terra, coi muscoli che tiravano e imprecava e bestemmiava come se un cane rodesse i polpacci.

Lo portarono fuori e qualcuno prese a massaggiarlo e qualcun altro gli fece arrivare una birra. “E’ ottima per i crampi,” gli dissero, così se la scolò mentre piano piano le gambe si scioglievano e l’acciaio tornava muscolo. Rientrò in campo zoppicando ma ormai era inutile, camminava a malapena, e allora lo piazzarono in mezzo all’area per fare numero e dare fastidio. Quell’incidente sembrava preannunciare la resa definitiva dell’Olimpic.

Pochi minuti dopo, però, Melvin, l’ala destra, entrò in area e stava per far partire un traversone quando Sousa da dietro gli piombò sulle caviglie. Melvin cacciò un urlo bestiale e lo si vide andare giù come colpito da una mannaia alla schiena. Per Feeney non c’erano dubbi: rigore e espulsione.

I giocatori del Real gli si assieparono intorno, urlando, inveendo, ma il direttore delle poste rimaneva inamovibile e Sousa fu costretto ad abbandonare il campo.

Nolan andò sul dischetto. Fissò Tysser e aspettò che Feeney fischiasse, poi partì. Calciò potente e centrale e Tysser, che si era gettato a destra, vide la palla andare dritta come una palla da cannone e riuscì appena a toccare il pallone con la punta del piede deviandolo quel tanto che bastava per farlo andare a sbattere sul palo, ma sul rimbalzo Burrough fu più veloce di tutti e la buttò dentro. Goal su ribattuta, pareggio.

E tutto da rifare.

I nervi cominciarono a cedere. Sei ore di partita e nulla di risolto. La stanchezza aveva spostato i limiti umani. Non erano più persone, ma pezzi di legno che si muovevano in maniera meccanica.

“Perché non vi arrendete?” continuava a dire Gutiérrez.

“Dovrai passare sul mio cadavere, Jorge,” gli rispondeva Nolan con quel filo di voce che gli rimaneva. “Arrendetevi voi, piuttosto.”

Y tu madre tant bien,” gli faceva Gutiérrez con le spalle che andavano su e giù in un respiro difficoltoso.

“E allora continuiamo.”

Ma l’espulsione di Sousa aveva cambiato i valori in campo e poco dopo, Melvin, che fino a quel momento era vissuto delle carezze del suo marcatore, si incuneò nella difesa e scavalcò il portiere in uscita con un lento pallonetto. L’Olimpic era di nuovo in vantaggio.

Gutiérrez sentì le energie scivolare via dalla punta delle dita. “Cazzo, non adesso. Non adesso, per la miseria,” si disse e serrò i pugni e andò a pescare in fondo al pozzo la forza per restare in piedi.

Poi Hudson uscì perché i crampi se lo stavano mangiando. E Pinchilla rimase a terra e non si rialzò più. Fulton si storse una caviglia e Burrough sentì CRACK e poi più niente, la spalla era fuori posto, e Burdisso si tolse le scarpe e le dita erano coperte di piaghe e sanguinavano.

E alle undici, dopo otto ore di gara, scese la nebbia. Un nebbione da non vedersi a un palmo dal naso. Un oceano lattiginoso, bianco e denso. La gente sugli spalti diceva “Ehi, cosa sta succedendo laggiù?”, “Si gioca, si gioca,” rispondevano quelli dabbasso vicino al campo. E si sentiva arrivare da qualche parte il rumore di una pallonata e poi un richiamo “Dietro di te! E’ dietro di te!” poi di nuovo una scalciata e il pallone atterrare e altre grida ancora. I giocatori galleggiavano nella nebbia, si aggiravano per il campo apparendo e sparendo come fantasmi mentre il pallone correva in zone misteriose.

“Che facciamo, continuiamo?” chiese Feeney.

“Io non smetto,” rispose Gutiérrez.

“Adesso che stiamo vincendo?” disse Nolan. “Continuiamo, continuiamo…”

Così si continuò contro ogni regola del buon senso fin quando Rusburry, da centrocampo, allontanò la palla con un rinvio e quella si perse nel bianco. Ci fu un lungo momento di silenzio, poi si sentì: “Ehi, dove cazzo è il pallone?”

“Non so.”

“Io l’ho tirata via.”

“Da che parte?”

“Di là.”

“Ma di là dove?”

“Là! Dritto!”

“Non è mica che qualcuno se l’è fregato?”

“Dai cerchiamolo. Noi di qua, voi di là.”

“Ohi, voialtri! Non è mica finito sulle gradinate?”

“Qui non c’è niente!”

“Di là?”

“Nulla!”

“Laggiù?”

“Niente neppure qua in fondo!”

“Dove è finito, cazzo!”

Niente da fare, del pallone nessuna traccia. Anche il pubblico dagli spalti scese e si mise a cercare, tutti persi in quella bottiglia di orzata in cui ogni cosa sembrava insieme incredibile e vera. Fu il figlio dei Robertson, un ragazzino di dodici anni che alla fine lo trovò: “Ehi, ragazzi, è qua! L’ho trovato! E’ qua, venite a vedere! Correte, venite a vedere, l’ho trovato! E’ qua! E’ qua!”

Tutti corsero per andare a vedere dove fosse finito il pallone, dove il giovane Robertson l’avesse trovato e piano piano, quando arrivavano, si facevano silenziosi e muti, a cospetto degli altri che già stavano lì in silenzio e del giovane Robertson che gridava ancora “E’ qua, guardate, l’ho trovato io, eccolo, è qua!” e il pallone in effetti era lì, sul fondo della rete nella porta del Real. “Avete visto? L’ho trovato io! Eccolo qua!” gridava il giovane Robertson, mentre nessuno riusciva a gioire o a disperarsi.

L’indio Gutiérrez si avvicinò a Tysser, il vecchio portiere, gli mise un braccio intorno alla spalle e gli disse: “Vieni via, fa niente. Sei stato bravo.” E lì Tysser non ce la fece più e scoppiò a piangere. E a vedere quello, grande, e grosso, che piangeva, anche gli altri non si trattennero più e scoppiarono in singhiozzi e al figlio dei Robertson che continuava a gridare “Venite a vedere, è qua, l’ho trovato io!” Nolan disse “Dacci un taglio,” finché quello non smise.

Poi Feeney fischiò tre volte nell’aria e quel fischio riecheggiò riempiendo tutto lo spazio come qualcosa di inconsistente eppure più vero del sogno e il pubblico capì che qualcosa era successo e che la partita era finita, così dalle gradinate sparì la gente che partì portandosi dietro le sedie e la nebbia nelle tasche e intanto si vociferava che l’Olimpic avesse vinto, ma nessuno sapeva con certezza, ma continuavano a ripetersi Questa ce la ricorderemo, eccome, puoi star certo che ce la ricorderemo.

E anche i giocatori rientrarono stremati negli spogliatoi, quelli che riuscirono a rientrare, altri rimasero lì a terra, sull’erba o sulla segatura, aspettando che la morte venisse a prenderseli, ma la morte non arrivava, così dopo un po’ dovevano asciugarsi il sudore, o le lacrime, o tutti e due, e farsi forza e rientrare dentro.

Il risultato fu comunicato dal signor Feeney il giorno dopo, lunedì mattina alle 8 in punto. Due a zero per l’Olimpic Dam, diceva il messaggio telegrafico. Linea difettosa. Impossibile comunicarlo prima. Nessuna menzione fu fatta della durata effettiva dell’incontro, ma quella rimane ancora, fino a prova contraria, la partita più lunga mai giocata nella storia.

Feeney si sedette sulla sua sedia. Guardò fuori la pianura deserta da cui la nebbia era sloggiata; Il gatto gli saltò sulla pancia e si mise ad impastargli il maglione. “Sai Elisabeth,” disse Feeney. “Mi sa che abbiamo fatto bene. Mi sa che abbiamo fatto maledettamente bene.”

 

A CURA DI FRANCESCO SCARRONE

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