IL CORAGGIO E L’INCOSCENZA DI ARTURO DELRIO

Diciamocelo, difficilmente avrete mai sentito parlare di Arturo Delrio, a meno che non siate di quei tipi puntigliosi che conoscono a menadito tutte le statistiche e le curiosità del fùtboll. E anche in quel caso bisognerebbe comunque essere ferrati in una certa epoca storica, un determinato contesto; affezionati a un particolare modo di pensare, concepire, e anche, perché no, vivere, il mondo del pallone.

Perché qui parliamo di un calcio diverso, roba di altri tempi. Cose vecchie, insomma.

Infatti, oggi, Arturo Delrio avrebbe compiuto 70 anni.

Ma a 70 anni non c’è arrivato.

E neppure a 60, se è per questo.

O 50.

Arturo Delrio, invece, morì a 34 anni. Inghiottito da una miniera mentre cercava di estrarre dei minatori travolti da un crollo. Non era lì per caso. Aveva sentito dell’incidente alla radio e si era sparato cinque ore di macchina per arrivare sul posto con i primi soccorsi.

A quell’epoca, però, Delrio non giocava già più a calcio, la sua carriera si era interrotta tanto tempo prima, quando di anni ne aveva solo 27 e quand’era ancora, a tutti gli effetti, uno dei migliori terzini in circolazione. Ancorché militasse in un piccolo club in Australia.

Già, perché cresciuto nella cantera del Real, se n’era andato dai blancos sbattendo la porta. La ragione, a ben vedere, ha del ridicolo, o dell’idealista. Ammesso e non concesso che l’idealismo non sia ridicolo.

Per capire però i perché e i percome di Arturo Delrio, bisogna partire da un presupposto: lui non vedeva la vita come la vedono gli altri. Per lui c’erano prima le persone, e solo dopo veniva tutto il resto: i soldi, la carriera e tutte quelle altre cose lì. Chi lo conosceva bene diceva che era stato così, fin da sempre, fin da bambino.

Una volta, a nove anni, lo avevano accusato ingiustamente di un piccolo furto. Il padre lo punì chiudendolo per tre giorni in una soffitta buia. E lui lo odiava, il buio, anzi, era più che odio, era terrore. E in più sapeva chi era il colpevole. Ma non ne fece il nome nonostante fosse uno che gli stava pure dannatamente sulle balle.

Così era Arturo Delrio.

Lo era sempre stato, e lo fu sempre.

E così accadde che il Real mise alla porta José Valrosa, un discreto centrocampista, considerato pedina sacrificabile in una serie di scambi e controscambi per arrivare a lui, O Rei, Edson Arantes do Nascimento, più conosciuto con il nomignolo carioca di Pelé.

Poi non se ne fece niente, Pelé non ci andrà mai a giocare in Spagna, ma ciò non toglie che il Real fece tutte le mosse necessarie per portarlo a Madrid, e in quelle mosse, il piccolo centrocampista Valrosa era stato considerato sacrificabile, passando a una squadra di seconda divisione brasiliana.

Arturo Delrio, invece, considerava che di sacrificabile nella vita non ci fosse nessuno. Così spalancò la porta del presidente Bernabeu che era uomo dai modi gentili, una persona affabile. Ma quel giorno Delrio non era in vena di affabilità. Entrò come un uragano:

“Cos’è questa storia?

“Vuoi sederti, Arturo?”

“No che non voglio sedermi. Quello che voglio è sapere perché mandate via Valrosa.”

“Vogliamo arrivare a Pelé.”

“E allora?!”

Delrio aveva incontrato una volta sola Pelé; era stato in occasione di un’amichevole contro il Santos: il fenomeno brasiliano era stato completamente annullato. A fine gara, ai microfoni della radio, Pelé disse “Non so chi sia quel numero tre, ma non ci ho capito niente per tutta la partita. Non ho visto neanche l’ombra di un pallone. E’ sicuramente il migliore difensore in circolazione.”

Quell’anonimo numero 3 si chiamava appunto Arturo Delrio e aveva, a quell’epoca, appena vent’anni e nessuna reverenza verso il migliore giocatore di tutti i tempi. Così quando Bernabeu gli disse “Valrosa deve essere sacrificato per arrivare a Pelé”, Delrio non alzò le sopracciglia, e nemmeno le spalle, Delrio alzò invece la voce:

“Valrosa aveva avuto delle buone proposte l’estate scorsa, e l’avete trattenuto con delle promesse!”

Bernabeu scartò una caramella e se la infilò in bocca.

“Arturo, faremo il possibile perché il trasferimento risulti conveniente anche per lui.”

“Se Valrosa se ne va me ne vado anche io.”

“Su, Arturo, per favore… sicuro che non vuoi sederti? Ne parliamo con calma…”

“Non si trattano le persone in questo modo!”

“Ragiona: la squadra ci guadagna, lui ci guadagna perché comunque va a giocare, qua un posto fisso non ce l’ha. E’ una buona occasione per tutti.”

“Se lui se ne va, me ne vado anche io.”

Bernabeu sorrise.

“Arturo, non puoi andartene, noi siamo il Real. Nessuno se ne va dal Real.”

“E io sono Arturo Delrio, e nessuno mi dice cosa devo fare!”

Così sbatté la porta e partì da Madrid col suo bagaglio di contrasti e scivolate e un biglietto di sola andata per l’Inghilterra, dove era sicuro di trovare fortuna e una squadra di primo livello.

Invece niente. La maniera in cui aveva lasciato il Real aveva fatto rizzare i capelli al mondo calcistico. Il mondo calcistico non è un mondo che perdona. Anzi, ti punisce come pochi. E uno come Delrio bisognava punirlo. Non si può alzare la testa contro la società, contro i padroni, contro quelli che comandano. Così venne trattato da appestato. Gli si chiusero tutte le porte sul muso.

Era davvero uno dei migliori, Delrio. Una forza e una potenza che gli invidierebbe ancora un difensore moderno; e di una correttezza estrema. Mai una parola o un gesto fuori posto, in campo,  ma una determinazione nel dare la caccia al pallone fuori dall’ordinario.

Perché, diciamocelo, quando si inizia a giocare sui campetti polverosi, o sulle spianate di cemento, quello che tutti sognano è la maglia numero dieci e di infilare una cannonata in rete nella finale della coppa del mondo. Non Arturo Delrio. Per lui, la vera passione, quello per cui era davvero nato, era fermare gli avversari quando ti venivano incontro, quando ti puntavano. Non c’era verso, a lui piaceva quella cosa lì, quel gesto lì. Fermarti: correttamente, senza falli, ma non lasciarti passare. Tu lo puntavi e lui vedeva solo il pallone, nient’altro che quello, e come un cane da caccia, si lanciava all’inseguimento fino a quando non te lo soffiava via dai piedi. Tu eri convinto di averlo ancora sulla scarpa, e invece niente, il piede ti andava a vuoto.

Ma Delrio era molto più di questo. Prima di essere un giocatore era un uomo. E che uomo. Così non si perse d’animo quando le grandi squadre d’Europa gli girarono la schiena. Non si perse d’animo e andò a bussare alle porte delle piccole. Ma pure le piccole avevano paura. Si dicevano “Se quello ha fatto girare l’anima al Real, cosa potrebbe fare qui da noi?”.

E così non ci fu santo. Del Rio allora chiamò Dennis Lace, che all’epoca gestiva la metà dei giocatori d’oltremanica.

“Ciao Dennis, sono Delrio.”

“Arthur?”

“Già.”

“Da dove stai chiamando?”

“Una cabina telefonica da qualche parte nel centro di Londra.”

“Cos’hai combinato? Lo sai che non si parla che di te, in giro?”

“Bene o male?”

“Secondo te?”

“Io direi bene.”

“Sei stato un cretino a lasciare il Real.”

“Senti Dennis, la predica me la fai un’altra volta. Adesso, però, mi devi trovare una squadra.”

“Ma sei scemo? Trovati qualcos’altro, un lavoro da cameriere o qualcosa così. Il tuo nome puzza di morte e pestilenza. Ti sei bruciato. Sei finito. Morto. E se qualcuno sapesse che adesso sono al telefono con te, sarei morto anche io!”

“Dennis?”

“Oh!”

“Mi puoi trovi all’Ambassador  fino a venerdì.”

“E poi?”

“Poi niente, ho finito i soldi.”

“Oggesù. Dai, ti passo a prendere. Ma dammi un’indicazione un po’ più precisa. Centro di Londra non vuol dire niente!”

“C’è un pub dall’altra parte della strada.”

“Andiamo bene.”

Lace mosse montagne, attraversò paludi e si mangiò scorpioni a colazione, per trovare un squadra a Delrio, e alla fine fu come l’annunciazione dell’arcangelo Gabriele: un telegramma da Liverpool. I Red Devils accettavano di metterlo sotto contratto. Con un milione di clausole che li proteggevano, ma accettarono. Delrio non se lo fece ripetere due volte. Andò a Euston, saltò sul primo treno per Liverpool e in tre ore arrivò nella città portuale. E lì, lì giocò alcune delle migliori annate che si possano ricordare. Ancora oggi la fotografia di Delrio spicca come quella di un gigante tra le tante dei campioni che sono transitati da Anfield Road.

Fu così che costruì una carriera sfolgorante che pareva dover bucare il cielo e permettergli di  insediarsi alla destra del padre, fino a quel marzo del ’72; quando a Cunnigham fu diagnosticato qualcosa ai polmoni. I medici ci diventavano pazzi, non riuscivano a capire cosa avesse. Sembrava una cosa incurabile e non sapevano da che parte prenderla. Cunningham viveva in una casa georgiana. Era stata ristrutturata e a vederla così sembrava a posto, ma vatti a sapere, forse sotto la moquette, o dietro il rivestimento delle pareti, c’erano delle spore, dei funghi, che avevano attaccato i suoi polmoni.

Era costantemente stanco, non riusciva ad alzarsi al mattino. Sembra incredibile, a dirla così non pare neanche un granché, come malattia, ma la realtà è che passava le giornate svuotato di ogni forza; allungato sul letto, anche il semplice alzarsi per andare in bagno era un atto che richiedeva l’impiego di tutta la sua volontà. Quando i medici lo visitarono gli dissero Tu in quella casa non ci torni più. Neppure per prendere la tua roba. Ci mandi qualcun altro. Tu te ne vai subito di lì. E fu Delrio che andò a portare via le cose di Cunningham, gliele lavò, disinfettò tutto, prima di riportargliele. Poi si provarono delle terapie diverse, tutte senza successo. Fu a quel punto che allora i dottori cominciarono a parlare di trapianto. Non sapevano se avrebbe funzionato, ma valeva la pena provare.

Quando Delrio seppe la cosa andò all’ospedale. Cunnigham era in lunga degenza. Pensò a una visita di cortesia, invece Delrio cominciò a fargli mille domande, si informò della situazione e gli disse di non preoccuparsi. Il giorno dopo tornò: “John, ci ho pensato,” gli disse. “Il polmone te lo do io.”

Cunningham gli disse di no, che avrebbero trovato un’altra soluzione, che non lo voleva il suo dannato polmone. Ma lui andò a parlare coi chirurghi e, be’, quando Delrio si metteva in testa una cosa non c’era verso di fargli cambiare idea. Una settimana dopo finì sotto i ferri e ne uscì col fiato dimezzato.

Ma col fiato dimezzato non ci puoi giocare a quei livelli.

Non solo.

Non puoi nemmeno immaginartici, di giocare, a quei livelli.

Così Delrio si trasferì in Australia dove militò un paio di stagioni nel Coonalunga Victory e poi si ritirò definitivamente.

Nel frattempo si era sposato e aveva avuto una bambina, Eliza.

Aveva 8 anni quando suo padre la svegliò nel cuore della notte.

“Cosa c’è?” chiese con gli occhi sporchi di sonno.

“Devo andare. C’è stata una cosa… non ti preoccupare, la mamma è di là. Ci vediamo domani mattina.”

Eliza si girò dall’altra parte e si rimise a dormire con quel sonno profondo di cui sono capaci solo i bambini.

Lui saltò sulla macchina e guidò per cinque ore. Aveva sentito al notiziario del crollo nella miniera di Blackhole. C’erano 150 minatori bloccati là sul fondo e si attendevano i soccorsi.

Delrio arrivò tra i primi e lavorò tutta la notte a un ritmo esasperante. Estrasse 34 persone prima che il soffitto di una galleria laterale gli concedesse l’ultima boccata di ossigeno e poi si piegasse su di lui. Per sempre.

Sua figlia Eliza non ha alcun ricordo di quella notte. Era troppo insonnolita per ricordarsene. L’ultimo ricordo che ha è invece di qualche giorno prima, banalmente, in cucina, davanti al lavandino, girato di schiena che guarda il giardino in una bella luce pomeridiana.

Si ricorda di avergli chiesto di portarla fuori e insegnarle ad andare in bicicletta. Lui lo fece. Passarono tutto il pomeriggio insieme. Si ricorda che lei cadde un paio di volte, lui la consolò, le asciugò le lacrime e le mise sulla ferita dell’acqua ossigenata.

 

A cura di Francesco Scarrone

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