LA SOSTITUZIONE DEL “BARONE” ADAMACHE

E insomma ci rimasi male. Molto male. Avevo messo sei compagni in barriera e Pelé mi fece gol proprio da quella parte. Rivelino prese la rincorsa, e io pensai che nelle partite precedenti le punizioni le aveva calciate lui. Pelé gli aveva lasciato il pallone anche un attimo prima, ma l’arbitro volle che il tiro fosse ripetuto. Stavolta succede che Rivelino allarga le gambe nel passare sulla palla, una finta, dietro c’è Pelé che parte, tira e fa gol. A me, numero 21 della Romania. Stere. Stere Adamache.

Mi chinai nella rete, presi la palla e tenendola in mano rimasi a fissare il Brasile che si abbracciava e la Romania che fissava me. Colpa mia? Ah, questa sarebbe colpa mia? Se la barriera avesse rispettato la distanza, la punizione non sarebbe stata ripetuta. Pelé calciò di potenza, sfruttando il buco che due suoi compagni avevano creato nel nostro muro abbassandosi all’ultimo istante. Assurdo. E se la presero con me.

Magari, gli dissi, sarebbe colpa mia pure il secondo gol di Jairzinho. Voi fate scappare Paulo Cesar a sinistra, gli fate fare quel che vuole, lui mette la palla in mezzo, Jairzinho ci arriva e sarebbe colpa mia. Due a zero in 21 minuti. Ventuno, come la mia maglia.

Che fosse solo colpa mia lo pensava sul serio Angelo Niculescu, il nostro ct ai Mondiali del ’70. Si alza dalla panchina e mi fa un cenno con la mano,” Vieni qui, Stere, vieni che sei nel panico, adesso tocca a Necula”. A Necula Raducanu avevo tolto il posto da titolare proprio poco prima dei Mondiali del Messico. Le gerarchie, all’improvviso, cambiavano di nuovo. Così sono diventato il primo portiere nella storia della Coppa del Mondo a essere sostituito dal mio vice in panchina, il primo a uscire non per un infortunio. Scelta tecnica. Con Inghilterra e Cecoslovacchia, le partite precedenti nel girone, non avevo giocato male: una sconfitta per 1-0 e una vittoria per 2-1. Poi vennero quei 21 minuti col Brasile. Dissero che ero andato in confusione. Ed è finita lì. Dopo sarei tornato in nazionale una volta sola, qualche anno dopo.

Sono nato a Galati, la città del porto in cui sbarca il conte Dracula nella sua fuga verso la Transilvania. Lì ero diventato un piccolo eroe come portiere della squadra giovanile che aveva vinto il campionato prima di essere sciolta. Una decisione che prese il governo, così funzionava allora nel calcio rumeno. Ci divisero. Chi va di qua, chi va di là. Io finii a Brasov, per qualche anno chiamata Orasul Stalin, la città di Stalin. Andai a giocare con la Bandiera Rossa Brasov. Non proprio una squadra invincibile. Finimmo pure in serie B. Anche quella volta avevo ascoltato la stessa tesi. Era stata colpa mia. Tutti a puntare il dito contro di me. Con l’accusa di bohemian life. La dolce vita. Tornammo in serie A in tempo per essere chiamato dalla nazionale e andare alla coppa del mondo del ’70. Ero felice. E invece successe quella cosa del panico.

E’ un altro, allora, il giorno che preferisco ricordare. Craiova-Brasov, campionato 1973. Il Craiova doveva batterci con tre gol di scarto per vincere il titolo. “Ehi Barone – mi fanno prima della partita – Barone ci perdonerai: oggi ce ne bastano tre, a tre ci fermiamo, okay?” Mi chiamavano il Barone Nero perché i portieri ai miei tempi non si vestivano ancora di giallo, di verde, di rosso. E perché tra i pali mi muovevo con eleganza.

A noi del Brasov quel giorno mancavano cinque giocatori. “Barone, tu non metterci troppo la mano, promesso, a tre ci fermiamo”. Questo era il patto. Ma il patto non lo firmai. Ci sono giorni in cui l’orgoglio è più grande della vita che ti è toccata. Ricordai il Messico, e Rivelino, e Pelé, e Paulo Cesar, e Jairzinho, e Niculescu, e Raducanu. Nessuno avrebbe più dovuto accusarmi. Fece i miracoli quel giorno, il Barone. Parai anche col gomito. Tanto che il Craiova di gol ne segnò soltanto uno, il campionato lo vinse la Dinamo Bucarest.

Avevo trentasette anni, e avevo smesso di giocare da uno, il giorno in cui portai mia moglie in gita sul Danubio. In barca. Eravamo tornati insieme dopo un periodo in cui non facevamo che litigare. Le avevo portato dei fiori per farle una sorpresa. Avevo raccolto un mazzetto di non-ti-scordar-di-me. Glielo diedi, le diedi anche un bacio e le dissi che avrei fatto un tuffo. Libero. Senza più pensieri. Io e lei di nuovo insieme. Che grande nuotatore ero.

Mia moglie posò il mazzolino di fiori a poppa e si voltò verso l’acqua con l’aria felice che hanno le donne quando sono innamorate. Si sporse e  mi vide con un braccio alzato verso il cielo, il gesto che noi portieri facciamo quando piazziamo la barriera. Pensò che la stessi salutando, o forse che stessi scherzando. Fino a quando il mio braccio non si vide più, e mia moglie capì che non scherzavo e nemmeno salutavo. Chiedevo aiuto. Ma era tardi. L’ho lasciata così, all’improvviso, con il suo rimorso. Scivolai sul fondo del Danubio e me ne andai. Chi disse per un infarto, chi per un attacco di panico.

 

(Pensieri e parole attribuiti sono frutto di fantasia)

 

Stere Adamache

NATO IL: 17 Agosto 1941, Galaţi, Romania.

MORTO IL: 9 Luglio 1978, Crişan, Romania.

RUOLO: Portiere.

CARRIERA:

1960–1962 Dinamo Galaţi.

1962–1963 Viitorul Bucureşti.

1963–1977 Steagul Roşu Braşov.

NAZIONALE: 1970–1972 Romania, 7 Presenze, 0 Gol.

 

Tratto dal blog di Angelo Carotenuto (Repubblica)

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