CENERENTOLA AI MONDIALI: COSTA D’AVORIO 2006

Didier Drogba è uno dei calciatori africani più apprezzati di sempre. La sua carriera è però iniziata molto tardi. Didier ci racconta le sue origini, in uno spezzone tratto dal libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

 

“Avevo cinque anni quando mi sono trasferito a Brest, in Bretagna. Per me era tutto nuovo: clima, cibo, compagni di scuola. Il cambiamento continuo è stato l’unica costante della mia infanzia e della mia adolescenza. Il primo giorno di scuola l’ho frequentato ad Angoulerne, nei pressi di Bordeaux, mentre a calcio ho iniziato a giocare quando avevo otto anni, a Dunkerque, al confine con il Belgio. Il mio primo idolo è stato proprio mio zio, che di ruolo era attaccante, e mi ha insegnato molti trucchetti. Il sabato andavo a vederlo allo stadio e la domenica mi portava in spiaggia a giocare. Senza di lui, non sarei mai diventato un calciatore.

Il pallone era la mia passione, il mio unico amico. Era difficile per me coltivare amicizie vere: quando ne trovavo uno, era già ora di dirgli addio, poiché zio Michel cambiava continuamente squadra e città. Il posto che più ho odiato è Tourcoing, vicino a Lilla. Soffrivo perché molti miei compagni mi prendevano in giro per il colore della mia pelle. Ero in età adolescenziale ed era difficile essere accettato dagli altri. A Vannes non andò meglio, quell’anno in Bretagna sono stato pure bocciato a scuola. Per punizione, ho smesso di giocare a calcio per un’intera stagione e mi sono trasferito a Poitiers, dove un mio cugino studiava all’università. Quando avevo quindici anni, tutta la mia famiglia è emigrata in Francia e sono andato a vivere con loro a Lavellois, nei pressi di Parigi, la mia ottava città in dieci anni. Abitavamo in un appartamento minuscolo, stento a credere come riuscissero a vivere otto persone in uno spazio così piccolo.

Lavellois è la prima città in cui sono rimasto per un periodo lungo, quattro anni, ed è dove ho iniziato a giocare seriamente a calcio, nella squadra dilettantistica locale, che militava in National 2 (quarta serie). A mio padre non piaceva l’idea che giocassi a calcio, voleva che studiassi e mi cercassi un lavoro vero. Per accontentarlo, ho frequentato la scuola di ragioneria, ma il mio unico pensiero era il calcio. Il primo allenatore a credere in me fu Srebrenko Repcic, un bosniaco che negli anni ‘80 aveva giocato attaccante nella Stella Rossa e nel Fenerbahçe. M’insegnò molto in campo e fuori, ricordo sempre una sua frase: nella vita se hai un’opportunità, devi dare il massimo per sfruttarla.

Ero meno talentuoso di altri, ma avevo passione, determinazione e voglia di arrivare. Quando sono diventato maggiorenne, ho cominciato a guardarmi in giro per avere un provino con squadre di categoria superiore. Sono andato al Rennes, al Guingamp e al Paris Saint-Germain, ma per diversi motivi non se ne fece nulla. La chiamata giusta arrivò da una squadra di Division 2, il Le Mans, città a un’ora da Parigi che conoscevo solo per la corsa automobilistica 24 Heures du Mans. A diciannove anni, ho firmato il mio primo contratto di un anno, per giocare nelle giovanili, e percepivo 7000 franchi (poco più di 1000 euro) al mese più sette paia di scarpe Adidas.

Al Le Mans l’inizio fu terribile, non ero preparato fisicamente per allenarmi ogni giorno ed ero spesso infortunato. Nel 1998, mentre Thierry Henry e David Trezeguet, pochi mesi più vecchi di me, vincevano i Mondiali con la Francia, io non avevo ancora esordito in prima squadra. Il mio primo contratto professionistico con il Le Mans l’ho firmato a ventuno anni, tardi per gli standard attuali. Nella mia stagione d’esordio ho segnato sette gol, nella seconda il nuovo allenatore Thierry Goudet mi faceva marcire in panchina e non segnai nemmeno un gol. Ero frustrato. Mancava un anno alla scadenza del mio contratto e, ascoltando i consigli di un vecchio attaccante, Réginald Ray, ho continuato ad allenarmi duro e obbedire all’allenatore, nella speranza mi facesse giocare. Goudet mi mandava in campo negli ultimi dieci o quindici minuti e spesso riuscivo a fare la differenza, come contro il Saint-Etienne, quando segnai una doppietta.

Nel gennaio del 2002 mi acquistò il Guingamp, un club di Ligue 1 che aveva appena ceduto l’attaccante Fabrice Fiorese al PSG. Ero stupito, non mi capacitavo di come una squadra che doveva salvarsi in Ligue 1, fosse interessata a un attaccante che faceva panchina in Ligue 2. Evidentemente avevano visto in me qualcosa di speciale. Guingamp è una cittadina di 8000 abitanti in Bretagna, un ambiente tranquillo, ideale per giocatori affamati e in cerca di gloria, come me o Florent Malouda, un compagno che avrei poi ritrovato al Chelsea. Mi sono trovato bene sin da subito e ho segnato tre gol in undici partite. Ci siamo salvati all’ultima giornata, che per un club come il Guingamp equivale a vincere il campionato. L’altra buona notizia di quell’estate 2002 fu la mia prima convocazione in nazionale con la Costa d’Avorio. A ventiquattro anni avevo realizzato uno dei miei sogni”.

 

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di Didier Drogba e la Costa d’Avorio ai Mondiali del 2006, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

 

COSTA D’AVORIO AI MONDIALI 2006

Primo turno:

10-6-2006, Amburgo: Argentina-Costa d’Avorio 2-1 (24′ Crespo, 38′ Saviola, 82′ Drogba)

16-6-2006, Stoccarda: Olanda-Costa d’Avorio 2-1 (23′ Van Persie, 27′ Van Nistelrooy, 39′ Bakari Koné)

21-6-2006, Monaco di Baviera: Costa d’Avorio-Serbia Montenegro 3-2 (10′ Žigić, 20′ Ilić, 37′, 67′ Dindane, 86′ Kalou)

Classifica Gruppo C:

Argentina 7 Punti, Olanda 7, Costa d’Avorio 3, Serbia Montenegro 0.

Marcatori Costa d’Avorio:

Aruna Dindane 2 gol, Didier Drogba, Bakari Koné, Bonaventure Kalou 1.

 

Le parole liberamente attribuite a Didier Drogba sono state ricostruite attraverso libri, articoli ed altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

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