CENERENTOLA AI MONDIALI: GIAMAICA 1998

La Giamaica ai Mondiali era un evento impensabile. Un baffuto allenatore brasiliano, René Simões, partì da zero e riuscì ad arrivare fino a Francia ’98. René ci racconta il suo primo periodo in Giamaica, in uno spezzone tratto dal libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

 

“Ho girato in lungo e in largo l’isola per scovare talenti e ho trovato una situazione più simile all’Africa che al Sud America. Gli elementi più interessanti avevano velocità e abilità con la palla ma giocavano solo per loro stessi e non avevano una mentalità da calciatore. Gli interessava più divertire il pubblico o umiliare l’avversario con un trick, piuttosto che vincere la partita. Più che dei calciatori, ho visto delle foche da circo. Fisicamente, i giamaicani sono delle forze della natura, come dimostrano i tanti successi nell’atletica leggera. Ai calciatori mancava però una preparazione adeguata, nei loro club gli allenamenti erano svolti in modo pigro e rilassato, dunque arrivavano in nazionale giù di condizione.

La maggior parte di loro erano giocatori part-time, come il barista Theodore Whitmore o il facchino Warren Barrett. I proprietari dei club non erano molto collaborativi, durante una riunione gli spiegai che con il loro modus operandi non avevamo speranze. Dovevo seguire i ragazzi quotidianamente in modo professionale, era l’unico modo per ottenere dei miglioramenti costanti. Nonostante le resistenze dei club, la JFF mi appoggiò e mi diede la possibilità di allenare la nazionale come un club, avendo a disposizione i ragazzi ogni settimana.

(…)

Oltre che un allenatore e un manager, dovevo essere un educatore per i ragazzi. Molti di loro avevano cattive abitudini fuori dal campo: alcol, marijuana, cibo spazzatura, uscite notturne. Prima del mio arrivo, ad esempio, la federazione sottoponeva i calciatori a esami antidoping interni per l’uso di marijuana. Chi veniva trovato positivo, non giocava la partita successiva ma era poi reintegrato. Io invece sospesi questi test interni, per responsabilizzare i giocatori. Fumare erba non è un comportamento da atleta e quindi, se un mio giocatore veniva beccato in test antidoping ufficiali, era fuori. Le mezze misure non mi sono mai piaciute, ho fissato delle regole e chi le infrangeva, veniva escluso.

I giocatori più difficili da disciplinare erano anche due dei più talentuosi: gli attaccanti Walter “Blacka Pearl” Boyd e Onandi “Nandi” Lowe. Boyd arrivava in ritardo agli allenamenti o a volte non si presentava proprio. Era il classico ragazzo di strada, cresciuto in uno dei ghetti più malfamati di Kingston, dove aveva assistito all’omicidio del suo migliore amico. Anche Lowe era un ribelle, non mi ascoltava, una volta l’ho cacciato dall’allenamento perché si rifiutò di alzarsi i calzettoni fino al ginocchio. Anche questi piccoli dettagli, mi aiutarono a trasformare degli amatori in un gruppo di professionisti seri.

Qualche mese prima del mio arrivo, la Giamaica non era nemmeno riuscita a qualificarsi alla fase finale a otto della Coppa dei Caraibi, dunque il morale era basso. Nessuno aveva aspettative o fiducia nei propri mezzi, bisognava convincere i ragazzi che potevano raggiungere degli obiettivi. Per sostenere la squadra dal punto di vista morale, pretesi di avere nel mio staff un prete, il reverendo Al Miller, che ci accompagnasse durante le partite. Andavo sempre in panchina con una maglietta con scritto “Jesus Saves” e mi piaceva usare metafore, soprattutto bibliche, per spiegare i concetti ai miei ragazzi. Parlavo costantemente a ciascuno di loro, per motivarli e metterli alla prova. Non fu un lavaggio del cervello, ma quasi: dovevo trasformare dei giocatori dilettanti, in giocatori da Mondiali. La psicologia era un alleato fondamentale per me.

Se io leggevo ai miei giocatori la Bibbia, loro mi facevano ascoltare le canzoni di Bob Marley, un grande appassionato di calcio. Nel 1976 gli spararono ma tre giorni dopo Bob dopo si presentò al concerto “Smile Jamaica”. Quando gli chiesero come mai non era rimasto a riposare, Bob disse che i “bad boys” non si prendono un giorno libero, quindi non devono farlo neanche i bravi ragazzi. Le sue parole erano un’ispirazione per tutti noi”.

 

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di René Simões e della Giamaica ai Mondiali del 1998, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

 

GIAMAICA AI MONDIALI 1998

Primo turno:

14-6-1998, Lens: Giamaica-Croazia 1-3 (27′ Stanić, 45′ Earle, 53′ Prosinečki, 69′ Šuker)

21-6-1998, Parigi: Argentina-Giamaica 5-0 (31′, 55′ Ortega, 73′, 78′, 83′ Batistuta)

26-6-1998, Lione: Giappone-Giamaica 1-2 (39, 54′ Whitmore, 74′ Nakayama)

Classifica Gruppo H:

Argentina 9 Punti, Croazia 6, Giamaica 3, Giappone 0.

Marcatori Giamaica:

Theodore Whitmore 2 gol, Robert Earle 1.

 

Le parole liberamente attribuite a René Simões sono state ricostruite attraverso libri, articoli ed altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *