CENERENTOLA AI MONDIALI: IRAN 1978

Ai Mondiali 1978, l’Iran riesce a strappare un sorprendente 1-1 alla Scozia. Un anno dopo in Persia c’è la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini e per il calcio non c’è più spazio. Le parole del portiere Nasser Hejazi, ripercorrono le gesta di quella nazionale iraniana, in uno spezzone tratto dal libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

 

“Il Mondiale finì con un pareggio e due sconfitte, due gol segnati e nove subiti, quattro dei quali su rigore e uno su autogol. Il Ct Mohajerani ci fece i complimenti e se la prese con la Fifa, per gli arbitraggi contro di noi. Considerato che eravamo una squadra esordiente, potevamo tornare a casa a testa alta e al nostro arrivo a Teheran, i tifosi ci accolsero in modo caloroso. La squadra aveva acquisito esperienza, che sarebbe tornata utile nel quadriennio successivo, alle Olimpiadi di Mosca e ai Mondiali di Spagna ’82. Pensavamo che Heshmat Mohajerani ci avrebbe guidato come Ct ma si dimise, due mesi dopo il ritorno dall’Argentina. Fu il primo indizio che le cose stavano precipitando.

Le mie prestazioni in Argentina non passarono inosservate e il Manchester United mi propose un periodo di prova. Sono rimasto in Inghilterra tre mesi, ho svolto la preparazione e ho giocato cinque partite con la squadra riserve dello United. Ai Mondiali avevo giocato contro la Scozia di Lou Macari e Gordon McQueen, due giocatori dei Red Devils, che mi soprannominarono “Naz” e furono molto carini con me. È stata una fortuna incontrare persone come loro o Ray Wilkins, con cui sono rimasto buon amico. Dopo avermi visto all’opera, l’allenatore Dave Sexton mi propose di firmare il contratto.

Purtroppo però la situazione in Iran si era complicata. Le proteste e le manifestazioni di piazza, iniziate prima della nostra partenza per l’Argentina, si fecero sempre più dure e la situazione politica sempre più confusa. In federazione nessuno mi concesse il via libera per andare in Inghilterra, il Manchester United non poteva aspettare in eterno e così prese il portiere sudafricano Gary Bailey.

Il mio compagno di nazionale Andranik Eskandarian fu più fortunato. Il 30 agosto fu invitato negli USA a giocare un’amichevole tra i New York Cosmos e una selezione di all-stars, guidata da Cesar Menotti, e composta da giocatori che avevano partecipato ai Mondiali in Argentina, tra cui Rivelino, Zbigniew Boniek, Teofilo Cubillas, Grzegorz Lato e Johnny Rep. I Cosmos rimasero impressionati e gli offrirono un contratto per giocare nella North American Soccer League, nella stessa squadra di campioni come Franz Beckenbauer e Carlos Alberto. Eskandarian venne a sapere della rivoluzione mentre era in tournée in Brasile. Andranik è di origine armena e religione cristiana, non considerò saggio tornare in Iran e rimase tutta la vita negli Stati Uniti. Dopo il ritiro, ha aperto un negozio di articoli sportivi nel New Jersey. Anche il figlio Alecko è diventato calciatore e ha giocato nella nazionale degli USA.

A me andò diversamente. Quando sono tornato da Manchester, l’Iran era in piena rivoluzione. Nel popolo c’era la speranza che, con la caduta dello scià, migliorassero la democrazia e l’economia del paese. La corrente islamica era molto influente, ma la religione non era l’unica ragione che spinse i manifestanti a mesi di proteste e scioperi, in tutte le città del paese. La rivoluzione terminò nei primi mesi del 1979, con la fuga negli USA dello scià Mohammad Reza Pahlavi e il ritorno in Iran del leader della rivoluzione, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, dopo quindici anni di esilio. Il 30 e 31 marzo, milioni d’iraniani votarono il referendum per l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.

Negli anni successivi alla rivoluzione, il calcio era l’ultimo dei pensieri dei nuovi governanti. Dopo l’ultimo match ai Mondiali contro il Perù, io e i pochi compagni rimasti in Iran non abbiamo giocato una partita in Nazionale per quasi due anni. Tra febbraio e marzo del 1980, abbiamo disputato a Singapore le qualificazioni olimpiche, strappando il biglietto per Mosca. Uno sforzo inutile, giacché il nostro governo boicottò le Olimpiadi per protesta contro l’invasione sovietica in Afghanistan. Quattro anni dopo, l’Iran non prese parte neanche ai Giochi Olimpici di Los Angeles e fu l’unica nazione al Mondo, assieme all’Albania, ad avere boicottato entrambe le Olimpiadi.

Nel settembre 1980, abbiamo partecipato alla Coppa d’Asia in Kuwait. Appena sei dei ventidue convocati in Argentina, partirono per il Kuwait: io, Iraj Danaeifard, Nasrollah Abdollahi, Hossein Faraki, Behtash Fariba e Hassan Rowshan. La nostra corsa si fermò in semifinale, dove siamo stati sconfitti 2-1 dal Kuwait. Quel 28 settembre 1980 fu la mia ultima partita con il Team Melli. Dopo undici anni, cinquantotto partite, un Mondiale, due Olimpiadi e tre Coppa d’Asia, delle quali due vinte, per me era tempo di farmi da parte. Non per mia volontà. Il nuovo governo smantellò la nazionale, che non prese parte alle qualificazioni per i Mondiali del 1982 e del 1986. Lo stadio Aryamehr, che negli anni d’oro si riempiva di oltre 100.000 persone, non ospitò più una partita di qualificazione per oltre dieci anni.

La ragione principale fu la guerra con l’Iraq. Il 22 settembre 1980, mentre eravamo in Kuwait per la Coppa d’Asia, abbiamo ricevuto notizie terribili da casa. L’Iraq di Saddam Hussein aveva invaso il confine iraniano, nella provincia del Khūzestān. Fu l’inizio di un lungo e sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq, durato fino al 1988. La guerra non fu però l’unica ragione del declino del calcio iraniano. Gli ayatollah, infatti, consideravano il calcio un simbolo del capitalismo e contrario ai principi dell’Islam. L’eccitazione popolare che il calcio provoca nella gente spaventava il regime.

I mullah potevano fare pressione su un intero paese, controllare politici, giornali, televisioni ma quando migliaia di persone si radunano in una partita di calcio, non hanno possibilità. Una folla di tifosi ha molto più potere del movimento studentesco, perché è composta da persone di tutti gli strati sociali. Gli ayatollah provarono a proibire il calcio, ma sarebbe stato controproducente. Le masse nelle quali cercavano sostegno, si sarebbero rivoltate contro. Decisero dunque di controllarlo e ridurne l’impatto popolare.

Ad esempio i calciatori non potevano mostrare le gambe nude di fronte alle donne, che furono bandite dagli stadi. Nelle maglie non potevano comparire scritte in latino, ma solo in arabo. Tutti i club furono nazionalizzati e cambiarono i nomi che facevano riferimento ai tempi dello scià. La squadra in cui giocavo, il Taj (corona) divenne Esteghlal (indipendenza), mentre lo stadio Aryamehr (luce degli Ariani) divenne Azadi (libertà). Il campionato nazionale fu abolito fino ai primi anni ’90 e le uniche partite di club si disputavano tra squadre della stessa città. Il derby tra l’Esteghlal e il Persepolis fu l’ultimo baluardo del calcio iraniano”.

 

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di Nasser Hejazi e dell’Iran ai Mondiali del 1978, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link

 

 

IRAN AI MONDIALI 1978

Primo turno:

3-6-1978, Mendoza: Olanda-Iran 3-0 (40′, 62′, 78′ Rensenbrink)

7-6-1978, Córdoba: Scozia-Iran 1-1 (43′ autogol Eskandarian, 60′ Danaeifard)

11-6-1978, Córdoba: Perù-Iran 4-1 (2′ Velásquez, 36′, 39 e 79′ Cubillas, 41′ Rowshan).

Classifica Gruppo 4:

Perù 5 punti, Olanda 3, Scozia 3, Iran 1.

Marcatori Iran:

Iraj Danaeifard e Hassan Rowshan 1 gol.

 

Le parole liberamente attribuite a Nasser Hejazi sono state ricostruite attraverso libri, articoli ed altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

2 comments

    1. Grazie mille!
      Una piccola precisazione: l’autore di “Cenerentola ai Mondiali” è Matteo Bruschetta, non AA.VV.
      Grazie di nuovo.

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