CENERENTOLA AI MONDIALI: ISRAELE 1970

Ai Mondiali del 1970, l’Italia di Sandro Mazzola e Gianni Rivera incontrò Israele nell’ultima e decisiva partita del girone. Le parole di Mordechai Spiegler, il migliore giocatore dei suoi, ripercorrono le gesta di quella nazionale israeliana, in uno spezzone tratto dal libro “Cenerentola ai Mondiali” di Matteo Bruschetta.

 

“Il vero cambio di marcia del nostro calcio fu merito di Emmanuel Scheffer, un grande allenatore e un grande uomo, forgiato dalla vita. La sua storia merita di essere raccontata. Cresciuto in Germania, nella Ruhr, Emmanuel fu costretto a emigrare con la sua famiglia a Metz, in Francia, quando aveva tredici anni. Era il 1936, tre anni dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Un anno dopo, gli Scheffer andarono a Porohy, in Polonia, dove vivevano alcuni parenti. Fu qui che Emmanuel iniziò a giocare a calcio, nel Beitar Drohobycz. Per gli ebrei polacchi e di tutto l’Est Europa, la situazione si fece critica nel giugno 1941, quando la Germania invase l’Unione Sovietica. Scheffer decise di fuggire, mentre la sua famiglia rimase in Polonia.

Riuscì ad arrivare a Baku, in Azerbaigian, e poi ancor più a est, ad Alma Ata, in Kazakistan, dove lavorava in una fabbrica che produceva scarponi per i soldati dell’Armata Rossa. Una vita di stenti, ma la sua fortuna cambiò quando un giorno incontrò una donna, che stava trasportando un sacco di pirozhki, le focacce ripiene tipiche di quelle terre. Le offrì il suo aiuto a trasportare il sacco, in cambio di un pirožòk, che poi barattò al mercato per del pane. Ogni giorno aiutava la donna in cambio di cibo e questo lo aiutò a sopravvivere alla fame. In quei giorni, Emmanuel scoprì che i suoi genitori e le sue tre sorelle erano stati deportati nel ghetto di Stanisławów (oggi Ivano-Frankivs’k, in Ucraina), dove assieme ad altri 40.000 ebrei furono uccisi e seppelliti in fosse comuni. Nonostante non ne parlasse mai pubblicamente, questa tragica esperienza non l’ha mai cancellata. A riguardo mi ha raccontato molte cose, ma in privato e da amico.

Dopo la guerra, Scheffer tornò in Polonia, a Bielawa, ospite di una zia sopravvissuta all’Olocausto. Qui lavorò come commesso in un negozio di vestiti e fondò una squadra di calcio: lo ZKS Bielawa, di cui era presidente, allenatore e giocatore. Nel 1950 però era tempo di cambiare nuovamente aria per Scheffer, chiamato alle armi dall’esercito polacco. Emigrò in Israele, a Haifa, dove trovò lavoro al porto e giocò nell’Hapoel HaNamal Haifa, la squadra di calcio dei portuali. Nel 1958, Scheffer tornò in Germania per frequentare un corso di allenatore alla Deutsche Sporthochschule di Colonia, la più grande università sportiva d’Europa. Le ferite della Shoah erano ancora aperte, ma ancor più grande era la sua voglia di emergere nel calcio. Scheffer fu uno dei migliori studenti stranieri a diplomarsi al corso di Colonia, assieme a Rinus Michels, poi tecnico dell’Ajax e dell’Olanda di Johan Cruijff.

Il maestro di Scheffer fu Hennes Weisweiler, che negli anni Settanta avrebbe poi portato il Borussia Mönchengladbach a vincere quattro Bundesliga e una Coppa Uefa. Un rapporto di amicizia il loro, che durerà per sempre. Scheffer ricevette diverse offerte per allenare in Germania, ma la moglie Shoshanna si oppose. Era un’ebrea polacca sopravvissuta all’Olocausto, non voleva vivere in un luogo così doloroso per lei.

Con il ritorno di Scheffer in Israele, iniziò la rivoluzione del nostro calcio. Io l’ho conosciuto nel 1959, quando venne a Netanya per osservare un torneo giovanile. Non ero stato invitato perché ero troppo giovane, ma riuscii a intrufolarmi per vedere gli allenamenti. A fine giornata, Scheffer mi chiese se volevo giocare qualche minuto e la prova andò bene. Si ricordò di me qualche anno dopo, nel 1964, quando mi convocò in nazionale giovanile. Con lui in panchina, Israele vinse quattro Coppa d’Asia di fila con l’Under 19, dal 1964 al 1967.

Emmanuel diventò Ct della nazionale maggiore nel 1968 e i suoi nuovi metodi furono uno shock culturale per molti di noi. Quando Scheffer ci comunicò che erano previsti tre allenamenti, un mio compagno si lamentò dicendo che nella sua squadra si allenavano due volte a settimana. Scheffer invece intendeva tre sessioni di allenamento quotidiane! La preparazione fisica diventò fondamentale, un dietologo ci impose una dieta ferrea da seguire ed eravamo pesati ogni settimana. Emmanuel era un perfezionista, molto esigente, un vero sergente di ferro. In Israele tutti lo chiamavano “Der Deutsche”, il tedesco. Non parlava molto bene in ebraico, ma mise subito in chiaro una cosa: preferiva essere un allenatore duro ma bravo, piuttosto che un allenatore permissivo che nessuno ascoltava.

Chi non seguiva le regole, era fuori squadra. I primi esclusi furono i veterani, restii a cambiamenti così radicali. Scheffer costruì una squadra giovane, promuovendo i ragazzi che aveva allenato a livello giovanile. Io avevo solo ventitré anni ma ero uno dei più maturi ed esperti, dunque Scheffer mi affidò la fascia di capitano. Emmanuel voleva una squadra compatta, con marcature a uomo in difesa e i terzini che spingevano. Gli unici che avevano qualche licenza poetica eravamo io e Giora Spiegel, fantasioso ma parecchio lento. Correre non gli piaceva proprio. Le sessioni di allenamento erano dure, Giora se ne stava sempre in fondo al gruppo distanziato e non si sforzava molto per raggiungerci. Non capiva perché dovevamo correre tanto senza il pallone e litigò diverse volte con Scheffer, chiedendogli spiegazioni. Lui gli rispondeva di stare zitto ed eseguire gli ordini.

La prima manifestazione con Scheffer in panchina furono le Olimpiadi di Città del Messico, nell’ottobre 1968. Ai Giochi Olimpici potevano partecipare solo giocatori dilettanti come noi. Nessuno campava di solo calcio, avevamo tutti un lavoro. Io ero sovraintendente allo Sport-Toto, l’agenzia di pronostici sportivi. Rosenthal era insegnante di educazione fisica; Vissoker, Feigenbaum e Nossovsky autisti; Bar, Bello e Talbi meccanici; Hameiri agricoltore; Borba operaio; Shum tagliatore di diamanti; Rom direttore commerciale; Schwager riparava frigoriferi; tutti gli altri erano impiegati statali o studenti universitari. Come lasciano intendere i nostri cognomi, provenivamo da ogni angolo del Mondo. Solo alcuni dei miei compagni erano nati in Israele, io e altri eravamo emigrati da altri stati: Germania, Polonia, Russia, Bulgaria, Moldavia, Italia, Francia e Australia. Questa era Israele: un melting pot accomunato dalla religione ebraica.

Alle Olimpiadi, i frutti del cambio di mentalità e allenamenti si sono visti subito: abbiamo passato il primo turno, sconfiggendo Ghana (5-3) ed El Salvador (3-1) e ai quarti di finale, abbiamo pareggiato 1-1 con la Bulgaria. In quegli anni però non si calciavano i rigori, dopo i tempi supplementari. Al sorteggio pescarono il bigliettino con scritto “Bulgaria”, solo la sfortuna ci impedì di vincere una medaglia olimpica. Fu una delusione, ma allo stesso tempo, ci siamo resi conto dei nostri progressi. Giocare a oltre 2000 metri d’altitudine fu inoltre un ottimo allenamento in vista dei Mondiali di due anni dopo, organizzati sempre dal Messico”.

 

Per leggere l’intero racconto dell’avventura di Mordechai Spiegler e di Israele ai Mondiali del 1970, potete acquistare il libro “Cenerentola ai Mondiali” su Amazon in versione ebook o versione cartacea cliccando questo link.

 

 

ISRAELE AI MONDIALI 1970

Primo turno:

2-6-1970, Puebla: Uruguay-Israele 2-0 (23′ Maneiro, 50′ Mujica)

7-6-1970, Toluca: Svezia-Israele 1-1 (53′ Turesson, 56′ Spiegler)

11-6-1970, Toluca: Italia-Israele 0-0

Classifica Gruppo 2:

Italia 4 punti, Uruguay 3, Svezia 3, Israele 2.

Marcatori Israele:

Mordechai Spiegler 1 gol.

 

Le parole liberamente attribuite a Mordechai Spiegler sono state ricostruite attraverso libri, articoli ed altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

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