COME GERMOGLI IN PRIMAVERA

Il Sant’Elmo era tradizionalmente una squadra di quartiere. Fondata a inizio secolo da un gruppo di ragazzi genovesi col pallino del football, finì, col tempo, per diventare quella degli immigrati cattolici: italiani, irlandesi, polacchi, scozzesi. Gente che lavorava l’intera settimana, sabato compreso, la domenica mattina andava a messa, e al pomeriggio al campo a vedere il Sant’Elmo giocare e generalmente perdere. Ma ogni tanto anche pareggiare. Raramente, vincere.

Però, nel ’64, al Sant’Elmo le cose cominciarono ad andare peggio del solito, non si riusciva manco più a pareggiare. Così, quando Peter McLeod ricevette una telefonata in cui gli si chiedeva di salvare la prima squadra dalla retrocessione, disse “Ok, ma chi gioca lo decido io.” McLeod era l’allenatore delle giovanili. La dirigenza non fece obiezioni e lui si portò dietro quei sette ragazzini dalla primavera.

Gallager, Murray, Quinn, Sullivan, Levi, Russo e Romano. Ragazzini magri e spelacchiati, con gambette rachitiche e arcuate, la fronte coperta di brufoli, l’apparecchio per i denti. Però con tanta, tanta voglia di giocare a pallone in quell’età in cui le donne non si sa neppure ancora cosa siano e la felicità è una cosa rotonda da prendere a calci.

McLeod li aveva tirati su uno per uno, plasmati lui stesso, forgiati in fornaci di campetti estivi e temprati nella pioggia; tutti e sette da quando erano alti così. No, no, no, non così: più piccoli, così! McLeod li conosceva e conosceva le loro famiglie; andava a mangiare, alla sera, a casa di questo o di quello, e ai genitori diceva “Senti, te lo dico onestamente, e non perché sei tu, tuo figlio è bravo, ma deve anche studiare; il calcio nella vita non è tutto, prima o poi finirà e deve rimanergli qualcosa in mano.”

I genitori lo ascoltavano e poi gli dicevano: “D’accordo Pet, d’accordo. Però, fatti una famiglia. Non ne possiamo più di averti qui a cena ogni tre giorni!”. McLeod rideva, ma intanto per lui la famiglia erano quei ragazzi e tre giorni dopo era di nuovo lì a cena: “Senti- diceva-, senti, tuo figlio è bravo però…”

 

McLeod arrivò all’allenamento coi suoi ragazzi e trovò il campo vuoto, i giocatori della prima squadra erano ancora negli spogliatoi dove regnava un clima di fronda. Quando entrò li sorprese che confabulano come carbonari.

“Perché non siete giù ad allenarvi?”

Per un attimo nessuno rispose, poi venne avanti uno e disse, con tono di sfida: “Sono due mesi che non ci pagano.”

McLeod lo guardò negli occhi: “Ratti, per come giochi, dovresti essere tu a pagare per stare in campo.”

Quello non rispose, solo, le sue labbra mormorarono un “figlio di tr…”

“Da quanto va avanti questa storia?”

“Fin quando non ci pagano.”

“Non vi ho chiesto fin quando andrà avanti, ma da quanto va avanti.”

“Da quando non ci pagano.”

“Allora non mi sorprende che non vinciate manco una partita. Da oggi si cambia musica. Infilatevi quelle scarpe e uscite sul campo.”

Ratti disse: “Io non vado da nessuna parte se non ho i miei soldi.”

“Già,” disse un altro. “E poi cosa ci fanno quei ragazzini, qui?”

“Quei ragazzini giocano meglio di voi,” disse McLeod.

“Levi non è neppure cattolico!”

“Gioca meglio Levi, su una gamba sola, di quanto tu possa fare con tutte e due, quindi tappati quella bocca, infilati quelle scarpe ed esci su quel campo.”

Ma Ratti si fece sotto con quel fare prepotente e arrogante che aveva e spinse Levi con una manata: “Vattene di qui, ebreo,” gli disse.

Poi volò una scarpa e colpì in testa Russo.

Brutta cosa. Russo non era tipo da lasciarsi colpire da una scarpa in testa. Si gettò su Thomson che l’aveva tirata e lo buttò a terra. Prima che si capisse cosa stava succedendo, Russo gli era sopra e lo stava riempendo di cazzotti “Te la infilo nel culo la tua scarpa di merda!” gli gridava mentre lo massacrava di botte.

Dovettero portarlo via in quattro e da quel momento fu chiaro che qualcosa in squadra era cambiato.

Perché quelli erano ragazzini dalla pelle dura. E McLeod lo sapeva. Anzi, ne andava fiero.

 

Quando erano ancora nella primavera aveva studiato un metodo di allenamento tutto per loro. Li aveva caricati sul furgone e portati al campo dei Royal Lyons. Mezzi avanzi di galera con fedine penali lunghe da qui all’inferno. Era arrivato lì e aveva detto al loro capitano: “Vorrei proporvi una partita contro la mia squadra.”

Il tipo era ricoperto di tatuaggi, certa roba da far paura, guardò il pullman e si mise a ridere: “Vai a casa, coglione. E lasciaci allenare.”

Ma McLeod aggiunse: “Se vincete, questi sono per voi,” e tirò fuori dalla tasca 500 dollari in contanti.

“Mi prendi per il sedere?”

“No. Voglio che giochiate contro i miei ragazzi. Sono sicuro che vi batteranno, ma se vincete, questi sono per voi.”

Il Royal Lyons vinse per 17 a 0 e McLeod ci rimise 500 dollari.

Sul pullman Murray gli disse: “Mister, c’è un insegnamento dietro tutto questo?”

“L’insegnamento, Bob… stai seduto. L’insegnamento, Bob, è che io sono un coglione. Ma c’è dell’altro. C’è anche che se volete vincere dovete correre due volte più veloce, picchiare due volte più duro, pensare due volte più in fretta degli altri. Perché fin quando non lo farete io perderò 500 dollari alla settimana. E vi assicuro che non navigo nell’oro.”

“Poco ma sicuro, sennò non gireremmo su questo cesso,” disse Romano, e tutti si misero a ridere.

Così, ogni mercoledì, McLeod li portava al campo dei Lyons, e ogni volta ci rimetteva quei 500 dollari. Ma ogni volta i Lyons faticavano di più a battere i suoi ragazzi. Fin quando per vincere non dovettero cominciare a picchiare duro, a barare, a ingannare. E’ stato allora che iniziò il vero allenamento: dover accelerare per scappare ai tacchetti, passare il pallone prima di essere buttati a terra e calpestati, dribblare i morsi degli avversari; fino a quel giorno in cui McLeod non dovette più tirare fuori i 500 dollari dalla tasca e allora disse ai suoi ragazzi: “Ora siete pronti.” E sapeva che lo erano veramente.

Asfaltarono tutte le squadre del torneo. Per tre anni di fila non ebbero rivali e vinsero con margini pazzeschi. Quando eri nelle giovanili del Sant’Elmo, in quegli anni, e guardavi indietro la classifica ti venivano le vertigini.

Fu anche per quello che McLeod venne scelto come traghettatore della prima squadra in un momento di difficoltà e, per quello, che lui si portò dietro i suoi 7 apostoli. Con quei sette era sicuro di non fallire. E non fallì. Salvò la squadra dalla retrocessione e l’anno successivo si classificò per i play-off; la terza volta fu quella buona: vinsero il campionato. Un allenatore che avrebbe dovuto essere un tappabuchi era diventato il più importante che la storia del Sant’Elmo avesse mai avuto, e quei sette ragazzini si erano conquistati un posto in pianta stabile nel cuore dei tifosi e negli annali della squadra.

Inaugurarono così un ciclo magico vincendo cinque campionati di fila e instaurando una dittatura senza rivali. Sembrava che il sole non avrebbe mai smesso di splendere su quei ragazzi, ma ogni cosa umana è fatta per finire e la magia del Sant’Elmo finì quella sera che il padre di Quinn venne a parlare a McLeod e gli disse: “Alan ha ricevuto un’offerta interessante dallo United.” McLeod lo guardò come se non capisse, allora lui continuò: “Lo so, Peter, tutto quello che hai fatto per noi. Sei sempre stato come un padre per il ragazzo, e come un fratello per me, ma l’offerta è davvero interessante.”

Peter McLeod contrasse allora le dita dentro le scarpe, come faceva sempre quando era nervoso: “Alfie, i ragazzi stanno facendo bene. Onestamente possiamo puntare a traguardi internazionali. Se parlo con la proprietà forse possiamo pareggiare l’offerta dello United o almeno andarci vicino.”

“Pet, quello è lo United,” gli disse il padre di Quinn, poi stette zitto per un po’, abbassò gli occhi e aggiunse sottovoce: “Mi dispiace,” e si vedeva che gli dispiaceva sul serio, non era un modo di dire, perché si conoscevano da sempre con McLeod, erano cresciuti nella stessa città, avevano ballato con le stesse ragazze, vissuto la stessa miseria ed erano scappati con la stessa nave; per questo era venuto a parlargli con la morte nel cuore.

McLeod capì che non avrebbe potuto fare niente per trattenere il ragazzo, e capì anche che se lui se ne fosse andato gli altri avrebbero fatto lo stesso, e la cosa lo rese impotente e furioso: “Sei un avido pezzo di merda, Alfie,” gli disse e se ne andò. Non gli parlò mai più. E non era facile, visto che abitavano a tre case di distanza. Stesso quartiere, stessa strada, stesso dannato bidone dell’immondizia. Per vent’anni non gli parlò più, punto e basta.

Però andò al suo funerale, quando morì. E sulla bara aperta pianse e gli disse: “Sono stato uno stupido, Alfie, perdonami,” ma era troppo tardi perché l’altro lo sentisse e potesse perdonarlo. E intanto erano passati gli anni e Alan Quinn era andato in effetti allo United diventando un campione e, una volta finita la carriera, aveva aperto uno studio da avvocato a Londra. Ma questo dopo, prima, anni prima, quando se ne andò, la catena si ruppe all’improvviso e gli anelli caddero tintinnando spargendosi qua e là  e, uno dopo l’altro, tutti fecero le valige.

McLeod chiuse un attimo gli occhi per sentire meno dolore e quando li riaprì i suoi ragazzi erano spariti. Murray al Porto, Sullivan al Real, Levi al Tottenham, Russo e Romano al Liverpool. Era rimasto solo Gallager. Lui non se ne sarebbe andato mai. Aveva i suoi genitori, il suo quartiere, il suo bar, il suo meccanico, e quindi il suo allenatore. Non se ne sarebbe andato mai perché lui era fatto così. Fu capitano del Sant’Elmo per quattordici anni.

Certo, intanto le cose erano cambiate, la squadra non fu più la stessa, non tornò mai più a quei livelli; bordeggiò a mezza classifica con qualche vittoria in coppa di lega e finì anche per retrocedere un paio di volte. Però. Però, anche se sono passati secoli, quando chiedete a un tifoso del Sant’Elmo, quello chiuderà ancora gli occhi, se li vedrà davanti, e ripeterà come una preghiera: Gallager, Murray, Quinn, Sullivan, Levi, Russo, Romano…

 

 A CURA DI FRANCESCO SCARRONE

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