UNA NOTTE AL PUB CON GEORGE BEST

George Best

 

Saranno state, che ne so, le due di notte. Potevano essere le due di notte? Diavolo che potevano. Saranno state le due di notte quando entrai nel bar. Il neon era acceso e si vedeva a miglia di distanza, ma anche se non avessero avuto il neon, quando sono le due di notte e hai sete, stai tranquillo che l’unico bar aperto nel giro di tre chilometri non te lo lasci scappare. Entrai, mi sedetti e ordinai da bere.

Mi guardai intorno. Facce tristi e spente. Che diavolo ci facevo io là dentro? Cristo. Avevo trentatré anni ed ero la migliore mezz’ala d’Irlanda. O almeno lo ero stato. Qualche anno prima mi avevano buttato fuori a calci in culo dalla lega per aver truccato un match. Punti di vista. Comunque da quel momento le cose non erano andate esattamente dritte. Avevo cominciato a bere, mia moglie mi aveva lasciato e io mi ero messo a bere di più. Ero la migliore mezz’ala d’Irlanda e mi ritrovavo in un bar di merda da qualche parte tra Glasgow e Southampton. Il che voleva dire nella merda.

Dolce Gesù, fa che mi passi questo dannatissimo male ai piedi, pensavo. Ti prego, fai che mi passi. E nel frattempo avrei dato un braccio per avere un tetto sulla testa. Venivo da tre settimane di lavoro in una fabbrica di imballaggio di carta igienica a Manchester. La città più triste del Regno Unito. Riusciva a farti rimpiangere pure Limerick. E Cristo Santo se ce ne vuole.

Pure il sole, è umido, a Limerick.

Me n’ero venuto via dall’Irlanda due anni prima in cerca di fortuna, come si suole dire in questi casi. Solo che di fortuna non ne avevo vista neanche l’ombra. Solo lavori di merda e un sacco di inglesi stronzi e arroganti. Quasi quasi, pensavo, me ne torno a Dublino e apro un’officina di elettrauto. Non ne so un cazzo di elettrauto, ma tutto sommato non ne so un cazzo di un sacco di roba, quindi tanto valeva farlo. In televisione stavano trasmettendo uno speciale sui mondiali. Era il 1990 e si giocavano in Italia. L’Irlanda, per la prima volta, sembrava non fare poi così schifo. Anche se dovevano fare a meno di me.

Ma che ci vuoi fare, quando il tuo tempo è impiegato a fare lavori di merda per riempirti lo stomaco non te ne rimane molto per correre dietro a un pallone.

Come qualcuno aveva detto, avevamo vinto 1 a 1 contro l’Inghilterra, perso 1 a 1 contro l’Egitto e pareggiato 1 a 1 contro l’Olanda. Gli ottavi li passammo ai rigori contro la Romania.
Insomma, con quattro pareggi di fila Jackie Charlton ci stava portando verso la vittoria della coppa del Mondo. I quarti li avremmo giocati contro i padroni di casa. Fottuti pizzaioli.

Cristo, non avevamo mai vinto niente in ottant’anni di  storia, manco una partita di freccette, e adesso ce la dovevamo giocare con l’Italia, nei quarti di finale della coppa del mondo di calcio, a casa loro, capito? Avevamo superato un girone di ferro dove ci davano già per morti e spacciati. Contro l’Inghilterra e l’Olanda. E poco importa se l’unico modo che avevamo per segnare fosse sempre lo stesso: un rinvio lungo di Packie Bonner e Cascarino che la butta dentro. Funzionava, aveva funzionato, e questo era quanto bastava. Avremmo fatto il culo anche ai pizzaioli, potevi starne certo.

Quella sera, alla tele, stavano ritrasmettendo le immagini dei gironi eliminatori. Ma io avevo troppo male ai piedi, e la schiena era a pezzi, e avevo una sete devastante; per interessarmi alle immagini sullo schermo.
A un certo punto un tipo venne a sedersi accanto a me. Aveva i capelli lunghi e si era vestito come George Best. Cristo, i mondiali di calcio facevano male a un sacco di persone. Si era pure messo una pelliccia bianca. Aveva una bionda davvero niente male insieme a lui.

“Come va?” mi fece.

“Potrebbe essere peggio.”

“Non male, quest’anno, vero?” e mi indicò lo schermo alla parete. Aveva un accento del nord. Poi fece un cenno al barista che gli portò una pinta. La bionda accanto a lui gli si strusciò contro. “Lei è Lynda.”

“Come va Lynda?”

“Sono calda.”

Ecco, così imparavo ad andare in giro alle due di notte.

“Fai la brava, vammi a prendere le sigarette,” le disse.

“Non ne ho voglia.”

“Cristo santissimo, sai quante cose non ho voglia di fare io e le faccio lo stesso. Tra le altre, pagarti quei cazzo di corsi di meditazione. Vammi a prendere quelle dannatissime sigarette.”

“Occhéi, occhéi,” disse lei alzandosi. “Non c’è il caso che ti scaldi tanto,” e si allontanò dimenando un sedere da sballo. Io tirai fuori il pacchetto dalla tasca e glielo allungai.

“Mi chiamo Ted,” gli dissi. “Ted Sullivan.”

“Ciao Ted,” disse lui prendendo la sigaretta. “Io sono George.”

“Come George Best?”

Lui sorrise, si accese la sigaretta e aspirò: “Già, come George Best,” disse.

“Aspetta, aspetta, aspetta. Cristo Santissimo. Non vorrai mica dirmi che sei davvero Lui?”

La bionda tornò con le sigarette. Lui le prese e lasciò il pacchetto sul tavolo.

“Ne vuoi un’altra?” mi chiese indicandomi il bicchiere ormai mezzo vuoto.

“Il Papa viaggia?”

Il tipo chiamò il barista: “Daccene altre due.” E tirò fuori dalla tasca un rotolo di banconote spesso così. Pagò, e il barista ci portò altre due pinte.

“Alla tua,” e alzò il bicchiere.

Bevemmo una lunga sorsata.

“Insomma, non mi hai risposto, vuoi dire che sei veramente Georgie Best?”

“Se non ce n’è un altro.”

“Ma sì che è Georgie,” si intromise la bionda. Si era allungata mezza sul bancone e guardava le punte dei capelli con aria annoiata. “Andiamo a casa, George. Dai, sono le tre del mattino, sono stanca!”

Ma lui non le prestava attenzione.

“Che diavolo ci fai qui, George?”

“Bevo.”

“No, voglio dire. Non sei morto o qualcosa del genere?”

“Mi si è rotta la macchina.”

“Rotta la macchina un accidenti,” intervenne la ragazza. “Siamo finiti ai cento all’ora contro un camion parcheggiato. Mi fanno male i piedi, George, chiamiamo un taxi, ti prego. Voglio farmi un bagno caldo e andare a dormire.”

George fece un cenno al barista che ci servì altre due birre.

“Cosa ne pensi della squadra quest’anno?” gli chiesi.

“Mi piacciono. Non hanno piedi fini, ma hanno cuore. Questo ci vuole, nella vita. Cuore.”

La bionda si era tolta le scarpe coi tacchi e adesso si stava massaggiando sotto la pianta con gran sollievo. La birra cominciava a fare effetto. Chiamai il barista e gliene feci portare altre due.

“Questa volta pago io.”

“Come vuoi.”

“So che sei uno che beve forte.”

“Sai Ted, io faccio tutto forte. Non conosco le mezze misure. Le mezze misure sono per le mezze seghe.”

“E’ quello che dico sempre anche io,” finii in una sorsata la pinta e ne feci arrivare altre due.

“George, guarda che io me ne vado,” piagnucolò la bionda. Ma George continuava a non ascoltarla. “George!” gridò lei, allora, con voce acuta.

“Cosa c’è?” chiese lui finalmente voltandosi.

“George, ne ho abbastanza, voglio andare a casa.”

“Tieni,” le disse, e le mise le chiavi sul bancone. “Vai pure.”

“Ma se la macchina è a pezzi!”

“Cosa dicevamo?”

“Che bevi forte.”

“Già.”

“Neanche io scherzo.”

Presi la pinta che mi era appena arrivata davanti e la buttai giù in un fiato. Lui mi guardò, sorrise, e fece altrettanto con la sua.

“Vogliamo passare a qualcosa di più serio?” mi disse.

“Perché no?” risposi.

“Ah, no. Io ne ho abbastanza. Me ne vado!” urlò la bionda alzandosi.

“Amico,” fece al barista. “Due whisky.”

I whisky arrivarono e non fecero in tempo a poggiarsi sul bancone che li avevamo già svuotati.

“Cristo, questo sì che è qualche cosa!” e schioccò la lingua.

“Altri due! Secondo te ce la facciamo contro l’Italia?”

“Secondo me possiamo farcela contro chiunque. Quella prima partita.”

“Quale? Quella contro l’Inghilterra?”

“Proprio quella. Quella è stato il segnale di qualche cosa.”

“Sono stati grandi.”

“Hai visto le immagini in televisione? Le hai viste le immagini di Dublino? Hai visto la gente? Voglio dire: ci credono. E’ possibile.”

“Già, la gente ci crede.”

“C’è qualcosa di magico. Quest’anno ce la possono fare. C’è qualcosa di magico.”

“Vuoi dire folletti fate verdi e quella roba lì?”

“Ted, voglio dire che la gente ci crede. E quando un popolo ci crede tutto diventa possibile.”

“Cristo Santo, George. Dici delle cose…”

“Sì?”

“Non lo so. Non avrei immaginato che dicessi delle cose così.”

Sorrise di nuovo. Ci arrivarono altri due whisky davanti. Li prendemmo e li buttammo giù.

La bionda stava parlando con un tale nel fondo del locale. Una specie di coglione con un cappellino dei concimi o qualcosa del genere in cima alla testa. Lui le infilò una mano sul sedere.

“Ehi, George. Quello là le sta toccando il culo.”

George indicò i bicchieri vuoti al barista e mi disse: “Lo fa sempre. Le piace. Quello del passaggio è solo una scusa. La verità è che è una ninfomane.”

“Stai scherzando, vero?”

“Per niente. Vuoi fartela?”

Ci pensai su un attimo poi risposi: “No. Grazie tante per la proposta, Georgie. Ma preferisco di no.”

“Fa niente.”

La bionda uscì dal locale con il tipo dei concimi.

“Vediamo chi beve di più?” mi propose George.

“Non credo che sarebbe corretto. Devo avvisarti che io bevo più forte di te.”

“Stronzate,” mi disse George. “Nessuno beve più forte, va più veloce e scopa di più di George Best.”

“Senti George, a parte che sullo scopare il tipo dei concimi ci sta dando dei punti. E a parte che non ho una macchina, e manco tu, perché l’hai distrutta…”
“Domani ne compro un’altra.”

“Come vuoi. Ma a parte queste due cose qui, ecco, sul bere non mi sfidare.”

“Ottimo Ted. Mi piaci. Beviamo.”

Si fece portare una bottiglia di whisky e cominciammo a darci dentro. Ma darci dentro davvero, come professionisti. Con metodo. Non è una questione di velocità, il bere. La velocità lasciatela ai ragazzini. E’ una questione di costanza. Un bicchiere dietro l’altro, calmamente, ma senza smettere. Andammo avanti così per ore. Quando il bar chiuse, ci spostammo a casa sua e continuammo a bere per tutto il giorno dopo, il pomeriggio e la sera.

A qualche punto, non saprei dire quando, la bionda era rientrata. L’avevamo mandata a comprare delle altre bottiglie e avevamo continuato per tutta la notte.

Dopo due giorni così, intorno alle sei di sera George si alzò in piedi, disse “Mi scappa da pisciare,” e cadde in avanti con la faccia a terra. Non si muoveva più.

Avevo messo sotto George Best.

Rimasi seduto sul divano. Lo guardavo russare. Mi allungai, svitai il tappo della bottiglia di Jameson e me ne versai un altro bicchiere. Feci fuori da solo quasi tutta la bottiglia. Alla tele stava iniziando Italia-Irlanda. Mi versai ancora da bere, alzai il volume e mi misi a guardare la partita. L’Italia stava giocando di merda, meritavamo di vincere zero a zero fino a quando Schillaci non rapinò un pallone respinto da Bonner e lo infilò in rete. La depressione mi invase. Mi guardai intorno chiedendomi dove fosse di nuovo la bionda. Era scomparsa un’altra volta. Peccato. Sarebbe stata l’unica a potermi salvare in quel momento.

Poi la partita finì. Ci avevano fatto fuori. Giusto così. Eravamo un popolo di mezzeseghe che non aveva mai vinto niente in ottant’anni di storia. Manco una partita a freccette. Cosa ci illudevamo di fare? Mi prese lo sconforto, a pensare di essere lì, da qualche parte tra Glasgow e Southampton. E pensai ai pianti che in quel momento dovevano annegare tutta la dannatissima isola di Eirin, da Dalkey Bay alle Cliff of Moher. Il cuore non basta, caro George. Il cuore non basta.

Spensi la televisione e George si risvegliò.

“Cristo, ho l’impressione che mi sia passato un carrarmato sulla testa.”

“Te l’avevo detto di non sfidarmi.”

George Best mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. “Ma chi sei veramente, tu?”

“Io?” dissi alzandomi e dirigendomi alla porta. “Io sono Ted Sullivan. E sono la migliore mezz’ala d’Irlanda.”

Poi uscii e chiusi la porta. Scesi le scale e mi ritrovai per strada. Accesi una sigaretta e mi incamminai. I piedi non mi facevano più male.

 

Dall’immaginazione di Francesco Scarrone.

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