GIORGIO GHEZZI, IL KAMIKAZE E LA VALLETTA

Mike insisteva: Edy parla di più. Edy era così, non faceva nulla per mettersi in mostra. Non le occorreva. Modesta, serena, discreta. Elegante. Bellissima. Parlava poco, perché già avevano congedato Maria Giovannini da “Lascia o Raddoppia” dopo poche puntate. Ma lei era lei. Un incantesimo di gentilezza. La mia fidanzatina. 

La fidanzatina di Giorgio Ghezzi, portiere dell’Inter, detto il kamikaze. Quel nome lo meritai dopo un derby in cui mi gettai a faccia in giù sulle scarpe di Schiaffino. Spata-bam. Un’uscita folle. Servì. Fu lui a colpirmi, mi venne addosso, rimasi a terra a contorcermi, seguirono giorni e giorni di polemiche sui quotidiani. In realtà non mi feci niente, mi piaceva provocare Schiaffino.

All’epoca, comunque, fidanzata era una parola impegnativa. Meglio fare larghissimi giri intorno alle parole. Un giornale scrisse che esisteva “una favorevole disposizione d’animo di Edy nei miei confronti”. Favorevole disposizione d’animo. Che cos’erano gli anni Cinquanta.

All’Inter ero arrivato nel ’51 dopo due anni al Rimini e due al Modena, dove il mio maestro era stato Masetti, lo stesso di Olivieri, che poi a sua volta mi aveva voluto all’Inter. Un cerchio che si chiudeva. Sapevo che gli interisti non mi avrebbero amato subito, erano ancora tutti dalla parte di Nane Franzosi detto “camomilla” per via dell’ansia che lo prendeva prima delle partite: dieci anni fra i pali, cresciuto nell’Ambrosiana, un loro simbolo, io invece venivo dalla B e dalla C.

Anche Olivieri sapeva che dopo Franzosi sarebbe stata dura, ma mi stimava, perciò mi piace credere che di proposito fece giocare nelle prime sei giornate Livio Puccioni, la riserva di Nane. Dopo una sconfitta a Napoli, Bruno Roghi sulla Gazzetta spinse perché toccasse a me. “Chi nasce a Cesenatico”, scrisse, “non nasce in un paesotto qualunque. Vi ha lavorato Leonardo, si è imbarcato Garibaldi…”.

Sette campionati con l’Inter. E due scudetti giocando tutte le partite. Il secondo, nel ’54, mi porta dritto dritto ai Mondiali. Ce n’erano tanti di portieri bravi in quel periodo. Costagliola, Viola, Sarti, Negri. Meno acrobatici di me, forse più regolari. Ma i portieri regolari a me non sono mai piaciuti. Ho deciso di programmarmi portiere da uscita perché tra i pali erano capaci tutti. Tra Zoff e Castellini, per esempio, ho amato Castellini. Più coraggioso.

Il mio erede. Zoff l’ha sempre presa male. Una volta mi rispose a tono. Mi diede dell’incompetente, raccontò che in campo internazionale non mi conosceva nessuno e che ai miei tempi le leggende si creavano facilmente. Fanfaronate, disse così. Disse che sparavo fanfaronate. Cosa ci posso fare: io preferivo Castellini. Se fossi nato qualche decennio più tardi, sarei stato il numero uno della Nazionale senza rivali. Nella seconda metà degli anni Ottanta i migliori erano considerati Zenga e Tacconi, due portieri incompleti. Non sapevano uscire. E poi Zenga era sempre in tv. Si distraeva. Anche l’amore distrae, bisogna darsi dei limiti.

Lasciamo perdere come andarono quei Mondiali. Per l’Italia durarono poco. Tre partite, io ne giocai due, la prima con la Svizzera e la seconda con il Belgio. Anche con Edy durò poco. Si mise con un altro. Un portiere pure lui. Lorenzo. Lorenzo Buffon. E giocava nel Milan. Immaginatevi cos’erano i derby.

Il modulo di Foni prevedeva l’impiego del libero e di uno stopper, erano Ivano Blason e Attilio Giovannini. Quando mi lanciavo nelle mie avventure fuori dai pali, Giovannini rientrava a coprire la porta. Ne ha salvati di palloni sulla linea. Era il mio paracadute. Uscivo spesso e soprattutto uscivo volentieri, ma uno sguardo sottile come quello di Gianni Brera colse il fatto che ero sensibile fino alla paura, che le mie uscite parevano sempre dettate dalla disperazione. Non ero sbruffone, neppure vanesio, come invece qualcuno raccontava in giro.

Ero un romagnolo. Tutto mia madre. Faceva la maestra. Mio padre invece era figlio d’un brianzolo. Lei non voleva che giocassi a calcio, “Si rompono le scarpe”, urlava. Andai in porta per non darle dispiaceri. Era meraviglioso arretrare di un paio di passi per poi andare a bloccare la palla con un volo. Che male c’era? Si divertivano anche gli avversari. Li facevo divertire pure fuori dal campo. Così girava la storia che una volta il dottore mi avesse prescritto delle supposte, ma non avevano fatto effetto perché erano amare. Battute mie.

Quando l’Inter mi mandò via, non me l’aspettavo. Olivieri non c’era più, Foni non c’era più. Dicono che sono in declino. Che sono un piantagrane. Un polemico. Ero tra i sindacalisti della squadra, questo sì, la politica del resto l’avevo sempre avuta in casa. Mio padre, Spartaco, era stato per 4 anni il sindaco comunista di Cesenatico. Ero comunista anch’io. Ad agosto del ’58 mi dicono che mi hanno venduto al Genoa. Per 30 milioni. Edy sposa Lorenzo, viene a Milano, e l’Inter mi manda a Genova. Bah.

Avevo perduto anche la Nazionale, e la Nazionale aveva perduto la qualificazione per i Mondiali. Ma io a Milano volevo tornare in fretta, me lo misi in testa e ci riuscii in un anno. Al Genoa ero ritornato un fenomeno, solo che l’Inter non cambiò idea. E però. Come avrebbe detto Mike: colpo di scenaaaaaa. Il presidente mi chiama e mi fa: “Guarda che ti vuole il Milan”. Quel Milan lì? Esatto. Il Milan di Buffon. Non volevano che andassi a fargli da riserva, mi volevano al posto suo, lo stavano vendendo. Conoscevo il segreto di Buffon: in tasca aveva delle biglie, le serrava per rinforzare le dita. Guadagnava 4 milioni l’anno e lo vendevano. Al Genoa. Scambio con me. Non ci capivo più niente.

Dicevano ci fossero problemi fra Edy e Lorenzo. Sapevo che lei stava per aprire una profumeria in via Montenapoleone, un progetto all’improvviso congelato. Già aveva rinunciato a girare il mondo, voleva fare l’hostess, lei figlia di una sarta e di un rappresentante per accessori di auto. Ora rinunciava pure a Milano. Lorenzo era geloso, a casa dipingeva volti di donna. 1959. E io invece tornavo. Era stato Viani a volermi. Quando arrivai al Milan, Schiaffino neppure mi salutava. Per via della storia del kamikaze. Dopo siamo diventati amici, se c’era da difendermi trovavo lui.

Così sono diventato il primo portiere italiano a vincere la Coppa dei Campioni, continuando a uscire in mischia, a terra, in presa alta. Fui felice di sapere che la finale con il Benfica si sarebbe giocata di pomeriggio. Dei riflettori avevo il terrore. Quando c’era da giocare alla luce artificiale, lo confesso, qualche volta ho detto d’essere ammalato. La domenica mattina mi trasformavo. Altafini mi chiamava Violino, perché ero teso. Non parlavo, non mangiavo, guai a stuzzicarmi. Eppure in settimana ero il più allegro di tutti.

Quando Edy e Lorenzo si lasciarono, lui andò in America per un po’. Per cambiare aria. Io mi sono divertito. Mi sono ritirato a Cesenatico, mi sono iscritto al Pci come mio padre. Ho aperto un hotel e l’ho chiamato Internazionale. Poi un lido balneare, il “Quattroventi”, dove invitavo i calciatori. E invitavo musicisti e attori nel mio piano-bar, “Il peccato veniale”: il nome glielo diede Dario Fo. Spettacoli con Walter Chiari, Gino Bramieri, i Gatti del vicolo Miracoli. Le notti a Cesenatico le ho inventate io. Non avrò mai più di 500 capelli bianchi, uno per ogni gol che ho subito.

 

 

(Pensieri e parole attribuiti sono frutto di fantasia)

 

Giorgio Ghezzi

NATO IL: 10 luglio 1930, Cesenatico.

MORTO IL: 12 dicembre 1990, Forlì.

SOPRANNOME: Kamikaze.

RUOLO: Portiere.

CARRIERA

1946-1947 Cesenatico.

1947-1949 Rimini.

1949-1951 Modena.

1951-1958 Inter.

1958-1959 Genoa.

1959-1965 Milan.

PALMARES CLUB

Inter

2 Serie A: 1952-1953, 1953-1954.

Milan

1 Serie A: 1961-1962.

1 Coppa dei Campioni: 1962-1963.

NAZIONALE: 1954-1961 Italia, 6 Presenze.

 

 

Tratto dal blog di Angelo Carotenuto (Repubblica)

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