GIPO VIANI E L’INVENZIONE DEL LIBERO

Mi trovavo seduto su una banchina del porto di Salerno, era sabato notte e non avevo alcuna voglia di andare a dormire. Il giorno dopo dovevamo giocare una partita complicata di inizio campionato. Lo sarebbero state quasi tutte visto che il materiale umano che mi ritrovavo in rosa era discreto ma non eccellente. Bravi ragazzi, non campioni. Whiskey in mano, preso al bar più vicino prima che chiudesse i battenti, e sigaro nell’altra, non riuscivo a trovare pace: la mia Salernitana non funzionava ancora come volevo io. 

Dovevo trovare una soluzione. Ed eccola arrivare come una fulminazione: notai che i pescherecci di fronte a me al porto avevano due reti, una di appoggio a quella principale. La rete in più serviva al pescatore come la nuova figura del libero sarebbe servita allo schema di gioco che avevo in testa.

È nato così il libero in Italia e lo schema che poi tutti mi hanno copiato? Hai preso nota, amico mio, di quanto ho detto fino a ora?

Perché questa parte romanzata è quella che a voi giornalisti piace sentir raccontare. In realtà la cosa andò in maniera un po’ diversa. Il Vianema porta a ragione il mio nome ma non fu solamente un’intuizione. Ai più piacerebbe fosse così, tutti buoni a scrivere gli sceneggiati e bravissimi a semplificare. Ma le rivoluzioni non nascono così.

Esistono sempre degli antecedenti, gente che ci ha provato e ha fallito o non ha avuto il coraggio di continuare.

Dimmelo tu come è stato inventato il telefono, chi è stato il cervellone che lo ha pensato.

Antonio Valese, detto Totonno, è stato un eroe locale a Salerno. Ottimo calciatore, talento da vendere, tutti i tifosi del Comunale stravedevano per lui. Io lo feci giocare l’anno della B ma era già sul viale del tramonto. Nell’ambiente contava talmente tanto che gli era occorso di fare pure l’allenatore. E in un torneo estivo aveva fatto un esperimento confuso e simile al mio, mentre non ero a Salerno, io però lo perfezionai in serie A. Fui io a trovare allo schema una collocazione degna e a dargli un metodo.

A farlo diventare uno schema di gioco.

Con Valese, che non fece parte della rosa nella massima serie, poi ci attaccammo sulla stampa locale. Voleva levarmi la paternità dello schema. Il suo era stato un esperimento, la mia una strategia.

Alla Collina Pistoiese di Milano Brera mi racconterà che Ottavio Barbieri giocava col libero già nel campionato di guerra vinto con i Vigili del fuoco di La Spezia. Magari anche solo inconsciamente, sarò stato ispirato da ciò, anche se ammetto che durante gli anni di guerra pensai davvero poco al pallone. Certificai lo schema in serie A.

Tutto il resto sono chiacchiere. Rimane il Vianema. Anche Rocco, ci incontrammo spesso con Nereo prima da giocatori poi da allenatori, arrivò dopo di me: il Vianema lo vide fare a me.

Spesso mi chiedo come possa esserci anche una sola persona disposta a dire di avere inventato il catenaccio in Italia, quando per anni mi sono preso invettive e vituperi per essere stato la rovina del calcio.

Dissi al mio nove Piccinini: “Berto, arretra e marca il centravanti avversario. Sei un attaccante anche tu, saprai come si marca uno che fa il tuo stesso ruolo?”. Alberto non sembrava convinto, ma aveva fiducia in me. I ragazzi mi seguivano.

“Ed io che faccio allora, signor Viani?”, mi chiese il difensore Buzzegoli. Chissà, forse aveva paura di perdere il posto oppure di dover sostituire Piccinini all’attacco.

“Tu, Ivo, fai il libero”.

Mi guardò stranito. “Arretri di qualche metro, non marchi nessuno ma vai in soccorso al compagno quando questi va in difficoltà con il suo uomo da marcare”.

Era uno schema modificato dal Sistema, e in attacco così giocavamo. Con quattro attaccanti e il centravanti tappabuchi, solo che dietro era sempre un due contro uno. Era uno schema abbastanza dispendioso, perché io volevo una squadra veloce, di corsa, piena di ardore agonistico.

Quando avevamo festeggiato la A sul campo del Comunale di Salerno, io con la testa, mentre si aprivano alcune bottiglie e si cantava, avevo già i campi del Torino, dell’Inter, della Lazio. Pensavo già alla massima serie. Sono sempre stato cosi.

Non avevamo vissuto una stagione semplice. Immagina cosa fosse giocare un campionato di B al sud. Erano battaglie. A Taranto ne facemmo una di campale. Stavamo conducendo 1-0 grazie al gol di Onorato. Arbitrava Pasinetti e a me sembrava un arbitraggio abbastanza imparziale.

Non la pensavano così i tifosi pugliesi che scavalcarono la rete e invasero il campo. Si creò un parapiglia spaventoso. Ma non mi misi paura, mi affiancai a un militare, lo presi a braccetto e con la mano afferrai il suo manganello e iniziai a fendere colpi a destra e a manca per difendermi dall’aggressione. Sembravamo fratelli siamesi, attaccati in questo modo. Io dei due quello più violento. La partita fu sospesa, poi vinta a tavolino 2-0.

Un anno dopo retrocedemmo. Ma solo perché non ci permisero di salvarci, non per altri motivi. Fu un campionato strano il 1947-48. Ventuno squadre iscritte, all’ultimo avevano aggiunto la Triestina per meriti patriottici. Ne andavano giù quattro, e noi finimmo proprio quartultimi.

A fregarci fu una partita contro la Roma, alla penulti38 ma di campionato, che perdemmo per un colossale errore arbitrale. Il gol di Bruno Pesaola era arrivato dopo una carica sul nostro portiere Vittorio Masci talmente evidente che l’avrebbe vista anche un orbo. Eppure l’arbitro convalidò, andando verso il cerchio di centrocampo. Avrei voluto ammazzarlo con queste stesse mani. Ho sempre pensato che volessero la Roma in A. E anche a Napoli, retrocessero pure loro, hanno ancora la stessa convinzione.

Rimane un ricordo bellissimo del mio Salernitana bis. La guerra era finita e con tutto quello che era successo nel periodo appena precedente, normale che si vivesse ogni esperienza con entusiasmo. Io ero ancora giovane, sicuramente

lo ero come allenatore. Il pallone che era stato sempre parte della mia esistenza, ora sembrava essere diventato una ragione di vita. Avevo ormai capito che avrei fatto questo fino alla fine dei miei giorni. Il calcio sarebbe stata la mia ossessione.

La mia famiglia viveva a Roma, ma di frequente mi raggiungeva a Salerno. Anche mio figlio Giorgio ha un bel ricordo di quegli anni. Quando arrivava in Campania, spesso andava a pescare assieme a Piccinini, Buzzegoli, Onorato, Margiotta. Era un bel gruppo di ragazzi, persone perbene e giocatori che ascoltavano l’allenatore. Ad Alberto Piccinini piacevano molto le donne e questa non è una colpa. Sei giovane, bello e le signorine ti vogliono.

So che non è affatto facile resistere. Però ti devi controllare…

Un martedì venne al campo accusando uno stiramento all’adduttore. Per una volta non mi incazzai, ma trovai il modo di fregarlo lo stesso.

“Berto, ho la cura che fa per te”. Dormimmo nella stessa camera tutta la settimana. Sotto controllo, non se ne uscì per andare a donne. Lo stiramento o quello che era passò. La domenica dopo lo feci giocare. Finita la partita gli dissi: “Bravo Berto, ora puoi andare a farti una bella scopata. Ma attento a non stirarti”.

Di quella stagione mi rimane l’orgoglio di aver messo paura al Grande Torino. All’andata, al Filadelfia ci distrussero: perdemmo 7-1 e Loik ne mise dentro tre. Ma fu al ritorno che sfiorammo l’impresa. Si giocò di sabato perché la domenica era giornata di elezioni politiche.

Andammo in vantaggio noi con Renzo Merlin, ma all’intervallo eravamo 1-1 perché nel frattempo aveva pareggiato Gabetto. Bacigalupo aveva salvato il risultato in parecchie circostanze. I nostri tifosi che avevano riempito lo stadio – Mazzola e compagni andavano visti, si sapeva già allora chi fossero – sembravano impazziti di gioia.

Prima della partita avevo caricato i miei ragazzi a dovere: “U-Undici sono loro e u-undici siamo noi. Partite a tutta, tenete il ritmo altissimo già dal primo minuto di gioco. Dai che li sorprendiamo! Oggi me la sento che fa-facciamo una gran partita”.

Mi avevano ascoltato i miei ragazzi, pure troppo. E dopo i primi quarantacinque minuti eravamo stracotti. Quando vidi il nostro argentino Adalberto Sifredi entrare nello spogliatoio del Toro, pensando fosse quello dei locali, capii che era finita. Avevamo già dato tutto. Ma feci finta di niente con i miei giocatori.

Al rientro in campo, Gabetto, Ossola e Mazzola si scatenarono.

Finì 4-1 per loro. Con quella squadra, amico mio, non c’era Vianema che tenesse. A fine partita i 13mila applaudirono entrambe le squadre. A me non piaceva perdere, ma quando rientrai negli spogliatoi dissi: “Ragazzi non preoccupatevi, perché se continuiamo così ci salviamo di sicuro. Non affronteremo sempre dei mostri come oggi”.

Invece non avevo fatto i conti con la Roma e con quell’arbitro.

Cazzo, cazzo, cazzo! Il calcio è fatto per i furbi. Per i padroni, non per le piccole squadre del sud. Per quello scandalo la società della Salernitana presentò ricorso, ma in piena estate 1948 la Commissione di Appello Federale respinse sia il nostro che quello del Napoli (per favoritism nei confronti dell’Inter). I due club campani ricorsero poi anche al Consiglio Federale, ma risultò tutto inutile.

Io intanto mi ero accordato con la Lucchese. La mia seconda stagione in serie A, la prima in cui mi salvai con una squadra di mestieranti non più di primo pelo. Da Salerno mi portai Merlin e lì trovai un giovanissimo toscano, tal Giancarlo Bacci, destinato ben presto a diventare un mio pupillo.

Pensa, amico mio, che fummo addirittura in testa alla classifica. La partenza della Lucchese fu eclatante. Nelle prime quattro giornate arrivarono quattro vittorie di fila.

Avevo tenuto una preparazione atletica piuttosto leggera per poter partire subito in quarta. La prima sconfitta (2-1) fu per mano del Grande Torino alla quinta d’andata: dopo averlo messo in difficoltà ed essere andati in vantaggio con Fabian allo scadere del primo tempo.

Finimmo il campionato ottavi, e fu un magnifico risultato per la Lucchese. L’anno successivo andai al Palermo, mentre Giancarlo Bacci andò alla Roma. Carlo lo volli un paio di anni dopo al Bologna e poi lo portai anche al Milan.

 

 

TRATTO DAL LIBRO: La versione di Gipo
AUTORE: Alberto Facchinetti.

ACQUISTABILE SU: http://incontropiede.it/prodotto/la-versione-gipo-alberto-facchinetti/

 

 

Giuseppe Ferruccio Viani detto Gipo

NATO A: Treviso, 13 settembre 1909.

MORTO A: Ferrara, 6 gennaio 1969.

SOPRANNOME: Gipo.

CARRIERA GIOCATORE:

1924-1926 Olimpia Treviso.

1926-1928 Treviso.

1928-1934 Ambrosiana.

1934-1938 Lazio.

1938-1939 Livorno.

1939-1940 Juventus.

1940-1941 Siracusa.

1941-1943 Salernitana.

PALMARES GIOCATORE:

Ambrosiana Inter:

1 Campionato italiano: 1929-30

CARRIERA ALLENATORE:

1940-1941 Siracusa.

1941-1943 Salernitana.

1945 Benevento.

1945-1946 Colleferro.

1946-1948 Salernitana.

1948-1949 Lucchese.

1949-1951 Palermo.

1951-1952 Roma.

1952-1956 Bologna.

1956-1965 Milan.

1958 Italia.

1960 Italia olimpica D.T.

1965-1966 Genoa.

1968 Bologna.

1968-1969 Udinese D.T.

PALMARES ALLENATORE:

Milan

2 Campionato italiano: 1956-57, 1958-59

Salernitana:

1 Campionato italiano di Serie B: 1946-47

Roma

1 Campionato italiano di Serie B: 1951-52

Siracusa

1 Serie C: 1940-1941.

Salernitana

1 Serie C: 1942-1943.

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