HERR MISTER, IL TEDESCO LA SAPEVA LUNGA

Il tedesco, come lo chiamavano qui, arrivò a Palo Alto un mattino di scirocco. Inchiodò la sua carretta e si fermò ad annusare l’aria. Scese e si accoccolò nella terra polverosa sollevandone un pugnetto e facendola piovere dal palmo: il vento la prese per mano e la portò gentile e silenziosa verso il nord. Qualcuno dice che si voltò verso le due porte senza reti che delimitavano il campo da calcio. Qualcun altro racconta che guardò la casa rossa di Madame Gigi.

Quello che sia, il fatto è che poco dopo parcheggiò il suo trabiccolo davanti al bar del paese, unico punto in cui la vita non sembrasse sull’orlo di affogare nella noia. C’erano, a quell’ora, non più di una decina di persone che, silenziose, guardavano il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, le suole rotte delle scarpe, due mosche accoppiarsi sulla cerata, il ventilatore roteare piano piano sul soffitto. Insomma, i soliti passatempi di quei posti dimenticati da Dio dove crescono solo pietre e, ogni tanto, qualche sasso.

Il tedesco entrò spalancando le porte, “Dammi da bere,” disse; poi si girò appoggiando i gomiti al bancone, tirò su forte col naso, e sputò sull’impiantito.

“Ehi, dico io, è un locale di classe, questo!” gridò Manuél.

Il tedesco lo ignorò ma rivolto alla gente che lo guardava come si potrebbe guardare un orso che balla il tango disse a voce alta: “Questo locale farebbe vergognare il più triste bordello di Caracas; e questo paese farebbe rimpiangere le capanne di fango da cui arrivano le ragazze disperate della Gorda Erendira, ma fa niente.” Il tedesco prese la birra di Tristan, che stava accanto a lui, e ne ingollò una generosa sorsata.

“Ma quella è la mia birra,” protestò Tristan.

“Ed è la peggiore che io abbia mai bevuto. Si direbbe piscio di canguro,” con la manica tirò via la schiuma dai baffi.

Non è che il paese di Palo Alto fosse reputato per il suo comitato di accoglienza, e il tedesco ce la metteva tutta per uscire dal bar con un paio di ossa rotte. Manuél strinse la mano sul bastone che teneva sotto il banco. “Senti amico, se sei venuto a cercar rogne…”

Ma il tedesco non fece una piega. Bevve, anzi, un altro sorso di birra e confermò: “Piscio di canguro, non c’è dubbio.” Poi posò il bicchiere e si fece serio. “So che qui avete una squadra di calcio che non se la cava niente male,” disse.

“Niente male un paio di palle,” gli rispose Ramiro alzandosi minacciosamente in piedi; il grosso Ramiro, figlio di una gitana e di un Dio Atzeco. “Siamo terzi in classifica, e domenica incontriamo gli ingegneri francesi e gli facciamo un culo così.”

Nel paese di Palo Alto, quasi tutti venivano dall’isola di Chiloé; la grande isola al largo delle coste cilene. La maggior parte era india, figlia di pescatori, e nipote di pescatori che, a loro volta, erano stati figli e nipoti di pescatori: oggi, invece, lavoravano per la compagnia telefonica. Piantare lunghi pali di legno un metro e mezzo nella terra arida, issarli con le funi, e tirarci sopra quei fili di modo che la gente potesse parlare a chilometri di distanza e gioire per una nascita o piangere insieme per una morte.

Avevano tutti facce antiche, di popoli scomparsi prima della nascita del mondo.

Lo straniero sputò di nuovo per terra e bevve un’altra sorsata dalla birra di Tristan che guardò il padrone come per protestare. Ma il tedesco aveva parlato di calcio e c’erano sole due cose sacre, a Palo Alto: il calcio e la casa di Mamade Gigi. Il padrone tolse la mano dal bastone e diede a Tristan un altro bicchiere facendogli segno di stare un po’ zitto.

“E invece perderete. Sei a uno,” disse il tedesco. E lo disse come una profezia. Come un sacerdote di un’antica religione che terrorizza i fedeli. La gente, lì al bar, rimase in silenzio; stupita e spaventata da quella premonizione fatale. La squadra degli ingegneri era ultima in classifica. Quelli non vincevano una partita manco se gli altri andavano al bar a bere come spugne e tornavano per i tempi di recupero: troppo leziosi, troppa paura dei contrasti rudi; sempre lì con le loro buone maniere e galanterie da Tour Eiffel. Impossibile.

“E invece vi dico che andrà così. Ho calcolato il vento, le condizioni atmosferiche, la composizione del terreno. E sopratutto loro hanno un nuovo centromediano, Michel Dupuy, che giocava nel Nantes. Scommetto che voi manco sapete dove stia Nantes. E dubito che sappiate cosa sia un centromediano. Ho visto la vostra ultima partita: siete patetici, correte tutti dietro alla palla come ragazzini dell’oratorio.

Ramiro, Ramiro che non teme niente e nessuno perché figlio di una gitana e di un Dio Atzeco, mosse il passo pesante verso di lui. “Io non saprò dov’è Nantes, ma scommetto che ti gonfio come una zampogna.”

“Non precipitiamo le cose, mio caro,” disse lo straniero senza mostrare il benché minimo disagio. “Io non so piantare pali del telefono e voi non sapete dove sia Nantes, a ognuno il suo. Ma quello che conta è che tutto sommato non siete poi così male e io posso aiutarvi.”

“Ma tu, si può sapere chi cazzo sei?” gli disse a un certo punto Manuél.

“Herr Kaufmann, ma potete chiamarmi Mister.”

“Io dico, invece,- riprese Ramiro- che ai francesi gliene facciamo di quei tanti che non basterà un pallottoliere per contarli.”

“Be’, miei cari,” disse Herr Kaufmann finendo la birra e abbandonando il boccale sul bancone. “Io quel che avevo da dire l’ho detto. Se avete bisogno di me, mi trovate nell’ultima casa uscendo dal paese. O nella prima, dipende da che parte si guarda.” Poi gettò uno sguardo tutto intorno. “Anche se qui, di primo, mi sembra che non ci sia proprio un bel niente. E ora, col vostro permesso…” e se ne uscì con passo arrogante nel caldo della via.

Tutti quanti rimasero stupiti da quell’apparizione, anche Ramiro; il grande Ramiro, figlio di una gitana e di un Dio Atzeco. Alla fine fu il vecchio Lopez a parlare: “Secondo me, quello lì fareste meglio a starlo a sentire. E’ uno che sa il fatto suo.”

“E te che ne sai?” gli fece Manuél, infastidito.

“S’è bevuto una birra, se n’è andato senza pagare e nessuno lo ha fermato. Io, uno così, dico che sa il fatto suo.”

Tutti guardarono Manuél che spalancò la bocca: “Brutto figlio di…”

 

Venne domenica e la profezia di Herr Kaufmann non si avverò. E’ vero, la squadra degli ingegneri francesi sconfisse quella di Palo Alto, ma non per sei a uno, per otto a zero; e Michel Dupuy segnò sei di quegli otto goal.

Il giorno dopo, la squadra del Palo Alto si presentò davanti all’ultima casa del paese; Ramiro Ymenez in testa, col cappello in mano e gli occhi bassi. Herr Kaufmann venne ad aprire con il tovagliolo al collo e un padellino in mano su cui sfrigolava un uovo.

“Volevamo dirle…” cominciò Ramiro frugando nella polvere con lo sguardo. “Sì, insomma, cioè; il fatto è che noi…”

“Volevate dirmi che siete degli asini,” il Mister mise del pepe sull’uovo. “Ma questo lo sapevo già.”

Ramiro fece di sì con la testa senza alzare lo sguardo.

“E volevate chiedermi di allenare la vostra squadra. Ma anche questo, lo sapevo già. Quello che non so e se siate disposti a fare tutto quello che vi chiederò di fare.”

“Qualsiasi cosa!” disse Ramiro Ymenez con le pupille luccicanti d’entusiasmo. “Qualsiasi cosa!”

“D’accordo a due condizioni: i miei ordini non dovranno mai e poi mai essere discussi; e voglio un conto aperto all’osteria e da… be’, ce l’avrete qui una che professa l’antica arte…”

“Ci sarebbe Madame Gigi,” disse il terzino Abado. “Ma è grassa e le manca una gamba.”

“Non vado tanto per il sottile quando si tratta di certe cose,” disse il Mister infilandosi l’uovo intero in bocca; poi masticando ordinò: “Domani sera cominciamo il primo allenamento.”

“Allenamento?!” chiese Diaz. “Non facciamo che prima della partita ci dice quello che dobbiamo fare?”

Herr Kaufmann non gli rispose, disse solo: “Alle sette in punto al campo da calcio.” Poi si girò e rientrò in casa senza aggiungere altro, lasciando che la porta a rete sbattesse dietro di sé. La squadra lì fuori lo sentì tirare un forte rutto e poi cantare in tedesco. Ramiro si girò verso gli altri. Lo guardavano, lui alzò le mani all’altezza spalle, coi palmi rivolti all’insù, come a dire: “Avete sentito anche voi,” e se ne tornarono in paese un po’ perplessi ma senza il coraggio di dire niente.

 

La sera successiva si ritrovarono all’ora stabilita. Herr Kaufmann era già lì da un pezzo e, quando arrivarono, stava facendo flessioni spalancando e richiudendo le braccia come un airone. I giocatori si guardarono imbarazzati, poi Hernandez, quello che si dice potesse alzare un palo, da solo, a mani nude, disse: “Allora, che si fa?”

“Per prima cosa,” disse il tedesco asciugandosi il sudore. “Voi state zitti e io parlo.”

Herr Kaufmann si mise l’asciugamano attorno al collo e tirò fuori da uno scatolone un grosso affare; una specie di enorme viola del pensiero, ma in ferro.

“Che diavolo è quello, un trombone?” chiese Abado.

“Il mio nome è Herr Kaufmann, ma voi potrete chiamarmi tranquillamente Herr Mister. E quello che vedete, signori, è un giradischi.”

Il Mister prese un affare tondo e sottile dallo scatolone, gli soffiò via, con delicato amore, la polvere del tempo, e con grazia lo appoggiò sul piatto. I giocatori lo guardarono con sospetto. Poi girò la manovella e, dopo un attimo di silenzio che sembrava riempire tutto il paese, dal giradischi un grumo colloso di gracchii e di note venne sputato fuori a tutto volume. La squadra si tappò le orecchie. Basta!- urlavano contorcendosi- Cos’è ‘sto strazio! Per la Madonna, lo faccia smettere Mister!

Herr Kaufmann gridava sopra la musica per farsi sentire: “Wolfgang Amadeus Mozart, concerto per flauto e arpa in do maggiore. KV 299!”

Poi spense la musica.

“Cristo, ci vuole far sanguinare le orecchie?”

“Zitto testa di asino!”

“Ma cosa c’entra la musica con noi?”

“Questa non è musica: è Mozart!”

Ramiro venne avanti elemosinando una spiegazione: “D’accordo, ma cosa c’entra quel tedesco con noi?”

Herr Mister divenne rosso di rabbia: “Mozart non era tedesco, testa di asino! Mozart è austriaco come me!” Poi si aprì conciliarmente in un benevolo sorriso: “Voi giocate a calcio come tori che vogliono montare una giovenca. Da oggi noi faremo gli allenamenti con questa musica e voglio che voi danziate, non giochiate, danziate col pallone tra i piedi.”

Tutti guardarono Ramiro investendolo lì per lì dell’autorità a parlare. “Mister- disse Ramiro mostrando gli enormi palmi delle mani- il ballo è per le donne…”

“Eh, certo che un po’ per le donne è…”, “In effetti…” “C’ha mica torto Ramiro…” commentavano gli altri.

Herr Mister assottigliò i suoi occhi a una fessura attraverso cui non sarebbe passata neppure una lucertola, poi sibilò: “Credevo fossimo d’accordo che i miei ordini non si discutono…”

“Sì, ma, voglio dire… si immagina la gente che ci vede con quella musica… ci rideranno dietro…”

“E voi lasciateli guardare. Rideranno meno quando vi vedranno primi in classifica. Ed ora veniamo alla formazione. Diaz, tu sarai centrale della difesa.”

“Veramente io sono attaccante…”

Herr Kaufmann non se la prese. Pigliò dalla tasca un portasigarette, se ne mise una in bocca, accese e fece un tiro. Fu un tiro lunghissimo, la sigaretta brillò e si consumò quasi tutta di un colpo. Poi sputò fuori una nuvola grande come la Groenlandia: “Diaz, tu hai un tiro fenomenale. Davvero un gran tiro, Diaz. Ne ho visti pochi, nella mia vita, con un tiro più forte del tuo. Una cannonata. Davvero.”

“Grazie Herr Mister,” gli disse Diaz tutto contento come uno scolaro il primo giorno di scuola.

“Ma hai una mira che fa schifo. Non beccheresti il culo di una vacca standogli attaccato.”

Il sorriso di Diaz si spense d’improvviso.

“Voglio che tu stia al centro della difesa e che quando la palla ti arriva tra i piedi tu la spedisca più lontano possibile. Non chiederti dove, tu chiudi gli occhi e tira. Lo so che in questo momento non capisci. Ma quello che ti sto chiedendo di fare è un sacrificio per la squadra e se tu farai il tuo dovere qualche partita la vinceremo. Allora, che ne dici?”

Diaz ci pensò un po’ su, poi guardò Herr Kaufmann dritto, negli occhi, e disse: “D’accordo, Herr Mister. Come vuole lei.”

Herr Kaufmann gli regalò un sorriso di ringraziamento. Capiva che il più era fatto. “E ora veniamo agli altri.”

Disegnò quella che sembrava una squadra fatta da un mentecatto. Terzini a centrocampo, attaccanti in difesa, difensori sulle ali… Poi mise su la musica e cominciò a far giocare quella squadra in una maniera che, come minimo, poteva definirsi imbarazzante.

Dalla porta del bar la gente uscì a guardare: undici omaccioni saltellavano dietro la palla come ballerine del Bolshoi. Si sbellicavano dalle risate, quelli là davanti al bar.

“Lasciateli ridere, teste di asino. Vedremo alla fine chi aveva ragione!”

I giorni seguenti la gente arrivò da tutta la regione per vedere la squadra degli indios di Palo Alto allenarsi. Era diventata un’attrattiva meglio del cinematografo di Wypehart. Contadini col cappello di paglia si appoggiavano alla portiera del camioncino con cui avevano attraversato mezzo deserto, e con le mani in tasca si chiedevano che diavolo stessero facendo quei tipi là. Ridevano sdentati, bevevano cattivo whiskey e la notte, tornando a casa, dicevano Ma’, non ci crederai mai cosa ho visto ‘stasera!

Ramiro e gli altri cominciavano ad averne francamente le tasche piene, ma Herr Kaufmann gli diceva: Aspettate a giudicare. Aspettate di vedere i risultati.

 

E il giorno della partita il Mister chiamò la squadra attorno a sé. Li guardò tutti negli occhi, uno per uno, e non come ballerine del Bolshoi, ma come guerrieri che vanno in battaglia. Fece quel suo sguardo, quello dove non passa manco una lucertola, e disse: “Oggi voglio che Iniacio giochi in attacco.”

“Cristo Herr Mister, ma Iniacio è il nostro portiere!” protestò Diaz.

“Lo so, testa di asino. Cosa credi, che sia cieco!”

Nessuno osò rispondergli, più per paura che per rispetto; perché nessuno osa contraddire un pazzo. “E se dico che Iniacio deve giocare in attacco ho le mie ragioni!” Così Iniacio si piantò là davanti: attaccante solitario di una formazione improbabile.

Al primo goal subito la squadra si girò verso la panchina, o quel che avrebbe potuto essere la panchina se ce ne fosse stata una; più che altro, una sedia con tre gambe. Herr Mister se ne stava là, sorrideva e canticchiava.

“Che diavolo facciamo?” gridò Hernandez.

“Andate così che andate bene,” gli rispose il Mister dondolando su e giù su due delle tre gambe buone della sedia.

Alla fine ne presero undici, dai saldatori portoghesi. Quando rientrarono negli spogliatoi avevano il morale che stava sotto i tacchetti. Tutti tranne Herr Kaufmann che invece arrivò trotterellando.

“Perfetto,” disse guardando la squadra.

“Si può sapere che c’è di perfetto nel prendere undici bastonate?” chiese Ramiro che aveva una faccia da toro cui avessero danzato sulla coda.

“Be’,- disse Herr Kaufmann- ora sapete che se fate giocare un portiere in attacco e un attaccante in difesa vi prendete undici goal.”

“Gesù, ma questo lo sapevamo anche prima!”

“Prima lo sospettavate, ora lo sapete. E’ un’altra cosa.”

La squadra si mise a protestare, qualche scarpa e un calzino volarono fuori dalla finestra. Allora Herr Mister gli si piazzò nel mezzo. Li prese in quel momento, dopo che si erano beccati undici bastonate, e gli si piazzò nel mezzo e cominciò a parlare. “Scommetto che non avete mai sentito parlare di Von Clausewitz.”

“Ah no, Cristo Santo, se è un altro crucco che fa musica per invertiti non ne voglio sapere!”

“Ascoltate. La prossima settimana abbiamo una partita di coppa. Non di campionato, di coppa: o dentro o fuori. E ve la dovete giocare con gli ungheresi. D’accordo, non saranno più lo squadrone di una decina d’anni fa, ma sono ancora troppo maledettamente forti per voi. Ora: avete perso contro i francesi che erano ultimi in classifica, vi siete presi undici goal oggi. Benissimo. La prossima settimana quelli verranno qua convinti di fare una gita di piacere e noi li piglieremo con le braghe calate. Una sconfitta in campionato la puoi rimediare. In coppa no. Capito adesso cosa diceva Von Clausewitz?”

La squadra, francamente, non è che ci avesse capito poi tanto, ma non volevano neppure fare la figura di quelli che non vedevano la differenza tra un cavolo e un broccolo, e così fecero di sì con la testa e stettero zitti.

E fecero bene, perché la settimana dopo arrivarono gli ungheresi e se ne tornarono a casa con quattro palloni infilati in fondo alla rete.

Quella sera, per festeggiare, Herr Kaufmann andò a mangiare fuori. Si fece portare due caraffe del miglior vino della casa e poi sparì per le strade solitarie di Palo Alto cantando la Regina della Notte sotto lo sguardo incredulo della Luna.

 

Gli allenamenti andarono avanti così per un po’, e c’è da crederci che, piano piano, settimana dopo settimana, quegli indios li vedevi danzare, non giocare, ma danzare, attorno al pallone. Con una grazie e una soavità che solo a guardarli dicevi E’ Mozart.

Non che le vincessero tutte. Anzi. Alternavano prestazioni maestose a terribili sconfitte. Ma guardarli giocare era come ascoltare una sinfonia. Non c’era musica, ma erano loro che, a guardarli, sembravano note che si muovevano sullo spartito. Divini. Se le giocarono non male, le loro chance. In campionato arrivarono a fine maggio secondi in classifica, due punti dietro i polacchi, e si qualificarono alla semifinale di coppa contro ogni pronostico. Dopo gli ungheresi affondarono una squadra di operai italiani, asfaltarono i saldatori portoghesi che in campionato gliene avevano rifilati undici, investirono e schiacciarono il Rotunda Sporting Club, ed arrivarono alla semifinale dove avrebbero dovuto incontrare la squadra inglese.

Gli inglesi, nessuno voleva incontrarli: erano più che altro delinquenti travestiti da secondini e militari. Gente che, dopo l’indipendenza dell’Irlanda, non sapeva più con chi prendersela, così li avevano mandati qui, a mille miglia di distanza. Sergenti degradati, caporali col vizietto dell’alcol: trasferimento correttivo, stava scritto sulla scheda di servizio. La peggior feccia di Manchester e Liverpool e Newcastle e Birmingham. Gente che a incontrarla di notte in un vicolo te la saresti fatta nelle mutande.

E nessuno ci voleva giocare contro; perché quando perdevano, quelli, il giorno dopo te li trovavi lì sotto casa, con le divise un po’ sporche e fuori ordinanza, ma il distintivo bene in vista. Dove l’hai comprata questa casa? E’ della mia famiglia da secoli. Davvero, hai sentito Jimmy cos’ha detto questo straccione? Altroché se l’ho sentito. Della sua famiglia! Fammi vedere l’atto di proprietà. Non ce n’è mai stato bisogno, l’ha costruita il nonno di mio nonno. Ma davvero! Hai sentito Jummy, l’ha costruita il nonno di suo nonno. Altroché se l’ho sentito. Sali sul  furgone, te la facciamo passare noi la voglia di fare il furbo.

Manco a dirlo, al sorteggio, gli indios di Palo Alto esplosero in un boato: loro, gli inglesi, con quella spocchia da dominatori dell’impero e quella loro aria da “Il calcio lo abbiamo inventato noi”, non li potevano soffrire. E visto che erano indios, e visto che non avevano paura di niente e di nessuno, l’idea di potergliene suonare quattro agli inglesi li eccitava da morire. Se ne andarono all’osteria a bere e a cantare canzoni antiche di Chiloé, canzoni dei padri scritte prima della nascita del mondo. Tutti tranne Herr Kaufmann; lui, invece, se ne andò a casa a farsi il bagno. Quella sera, pensò, era la sera buona per fare un salto da Madame Gigi.

 

La casa di Madame era inconfondibile, non la poteva mancare manco un cieco. Era una grossa casa in legno dipinta di rosso. L’avevano conciata così degli infervorati metodisti dell’Esercito della Salvezza: tutto in una notte. Al mattino il villaggio si era svegliato e, nella luce grigio lavanda dell’alba, avevano trovato, nel centro del paese, la casa di Madame pittata interamente di rosso. Il salotto dell’inferno, avevano detto i metodisti. Madame si era fatta una grassa risata. Grassa come le sue grasse chiappone, e aveva detto: Perfetto, lasciamola così: si vedrà meglio. Si vedrà meglio, aveva detto. E da quel giorno, ogni anno faceva ripassare una mano di rosso sulle assi abbrustolite e crepate dal sole, perché risaltasse e riluccicasse a cinquanta miglia di distanza.

Madame. Il suo vero nome era Maria Del Guado. C’è gente che giura che quando era giovane era una bellezza. Un fiore dei più meravigliosi. Poi, la vita, si sa com’è, se la prende sopratutto coi fiori più delicati, e lei si era ritrovata il ventre che lievitava come la pasta del pane, sola su un marciapiede. Senza un tetto sulla testa o un pavimento sotto i piedi.

Il suo uomo, un sognatore dagli occhi azzurri, se n’era partito un giorno verso il deserto: “Faccio fortuna e poi torno, le aveva detto.” E non si era più visto. Così il figlio se l’era fatto nascere lei. E’ mio, aveva detto. E’ l’unica cosa mia che ho nel mondo, e non ho bisogno di nessuno per farlo nascere. L’aveva dato alla luce e ci aveva rimesso una gamba- infezione, dissero all’ospedale, o tagliamo o muore. Taglia, lurido figlio di puttana, gridava lei in un bagno di sudore, Taglia, che diavolo aspetti-. Poi aveva buttato via la gamba, preso in braccio il bambino, e zoppicando se n’era andata. Se l’era cresciuto così, facendo l’unico lavoro che poteva, e zoppicando. Nutrito, lavato, vestito, e quando fu abbastanza grande da leggere e scrivere lo mandò a scuola dai gesuiti. E suo figlio diventò vescovo.

Fu quel vescovo Del Guado che, durante gli scioperi del ’38, si era schierato dalla parte dei lavoratori, e al governatore dello Stato che lo insultava dalle pagine dei giornali, aveva risposto: “Ho passato la mia infanzia con bambini che mi chiamavano figlio di una puttana zoppa, crederà mica di spaventarmi chiamandomi pretino dei rossi?”

E quello era il figlio di Madame. Tanto per dire la razza.

Quella sera, Herr Kaufmann pensò che sarebbe stata la sera giusta per andare da Madame. Si fece il bagno, si pettinò e profumò, e con un mazzo di fiori in mano si presentò alla casa rossa nel centro del paese.

Aspettò nell’anticamera, poi una graziosa cameriera di colore lo fece accomodare nel boudoir dove Madame l’avrebbe raggiunto subito, si accomodi pure.

Herr Kaufmann si sedette coi suoi bravi fiori in mano, si aggiustò il papillon e la scrinatura dei capelli e aspettò pochi minuti. Poi Madame entrò in guepière, grassa come l’avevano descritta, zoppicando sulla sua gamba di faggio nella vestaglia rosa che le svolazzava tutt’attorno. Dava le schiena a Herr Kaufmann e si muoveva con l’agilità di un pirata sul ponte della nave piroettando sul perno di legno; si diresse al piccolo scrigno dei liquori. “Un goccio di porto, tesoro?” e gli porse un bicchierino pieno. Un bicchierino di vetro fine lavorato con decorazioni veneziane. Tendendoglielo, vide gli occhi azzurri di Kaufmann e il bicchiere le scivolò dalle mani.

Joseph Kaufmann si gettò in ginocchio porgendole il mazzo di fiori. “Spero ti piacciano, li ho portati per te.” Lei rimase immobile, sbalordita un istante. “Io volevo…”

Maria si staccò la gamba e lo colpì in testa. “Brutto bastardo, quarantadue anni e ti presenti con un mazzo di fiori!”

Herr Kaufmann sentì il male ancor prima del colpo e si ritrovò a terra. Madame lo batteva come si batte un campo di grano gridandogli improperi non degni di una signora. “Dove diavolo eri finito, figlio di puttana?” “Piano Maria, piano, mi fai male!” “Lo spero bene!”.

Poi gettò via la gamba e prese l’attizzatoio dal camino: “Ora ti aggiusto io.”

Mezz’ora dopo erano stesi sul letto l’una accanto all’altro. Lui in canottiera, lei senza la sua gamba, tutti e due gli occhi fissi sul soffitto. Lui si accese una sigaretta che lei gli scollò dalle labbra e portò alle sue.

“Come sta il ragazzo?”

“Ha fatto carriera. E’ vescovo.”

“Lo so, l’ho visto una volta da lontano. Durante lo sciopero dei minatori di Wypehart. Ha il tuo carattere.”

Maria rimise la sigaretta nella bocca del Mister.

“E adesso che hai intenzione di fare?”

“Be’, contavo di vincere la coppa, e poi magari potremmo andare a stare da qualche parte?”

“Io e te?”

Joseph Kaufmann fece un cenno di sì coi suoi occhi turchini. Lei glieli guardò e ci si vide riflessa e le prese una tristezza che tutto il mondo non sarebbe bastato per contenerla.

“Ti stanno bene coi capelli bianchi,” gli disse; e lo pettinò con una carezza.

“C’è un posto su a nord…”

“Ci sono tanti posti, nel mondo, Joseph. E credo che tu li abbia girati tutti in lungo e in largo, prima di venire qua.”

“Sono tornato e tu non c’eri…” gli occhi gli divennero acquosi.

Stettero in silenzio per il tempo che serve.

“D’accordo, ci vengo,” disse all’improvviso Madame. “Ma non alla fine del campionato: adesso. Tu perdi quella partita e io ci vengo.”

Joseph la guardò incredulo. “Cristo, Maria. Non puoi chiedermi questo!”

“Io non posso chiederti questo?” si alzò in tutta la sua mole e lo afferrò per le spalline lise della canottiera. “Io posso chiederti tutto quello che mi pare dopo quarantadue anni! Se ti importa qualcosa di me, perdi quella maledettissima partita e andiamocene!”

 

La domenica successiva la squadra inglese arrivò a Palo Alto su di un furgone scassato portandosi dietro una quindicina di tifosi che, lungo il tragitto, avevano saccheggiato e messo a ferro e fuoco ogni bar e ogni rivendita di alcolici.

Macchine da tutti gli angoli della contea, intanto, sciamavano sulle stradine polverose per confluire sulla statale e, di lì, arrivati a Palo Alto, l’abbandonavano per riprendere un’altra stradina, ancora più polverosa, fino al campetto di periferia; perché la notizia che gli indios non si sarebbero fatti mettere i piedi in testa dagli inglesi si era diffusa in fretta; così come avviene là dove non ci sono né radio né giornali. Contadini, minatori, operai e cantonieri arrivarono a grappoli attaccati a catorci semoventi che arrancavano a fatica.

E intanto, Herr Kaufmann, andava su e giù per casa come una tigre in gabbia. Sotto la veranda, gli indios di Palo Alto aspettavano. “Herr Mister, fra un’ora comincia la partita.”

“Lo so, per la miseria, lo so.”

“La squadra la aspetta.”

Herr Kaufmann sputò nell’aria una nuvola di fumo grande come il Congo Belga, poi spense la sigaretta sulla credenza e disse: “Vabbé, andiamo.”

La folla era assiepata al campo. Non c’era neppure un centimetro quadrato a separarla dal terreno di gioco; in alcuni punti, addirittura, manco si vedeva più la linea dell’out e la gente straripava sul terreno. Il campo era delimitato da quella barriera umana che si piegava e si allargava in un respiro. All’ingresso delle squadre i giocatori di casa furono accolti da un’ovazione, gli inglesi, fischiati un po’ da tutti. In compenso i loro quindici sostenitori bevevano e facevano casino che sembrano centocinquanta.

La squadra salutò il pubblico per poi raccogliersi attorno alla sedia con tre gambe.

“Allora Herr Mister, qual è il piano?” chiese Ortensio, il terzino sinistro.

“Non c’è nessun piano. Andate e giocate e… e… e poi vediamo.”

La squadra rimase destabilizzata da quella risposta. Di solito volavano bestemmie e fiamme eterne e insulti alla terza generazione ed improperi sconosciuti, prima di una partita. Quest’oggi no. Niente. “Andate, ragazzi, su,” disse il Mister.

Timidamente la squadra guadagnò il prato. Gli inglesi stavano lì davanti a loro. Enormi, biondi, possenti, e mastodonticamente cattivi nei loro sorrisi senza denti. Gli indios di Kaufmann, però, non si fecero impressionare. Mandarono a mente la Piccola Serenata Notturna e, al fischio d’inizio dell’arbitro, cominciarono a palleggiare con una grazia e una leggerezza da favola. “Ooooh,” fece il pubblico intorno al campo. E pure i quindici bestioni in trasferta smisero per un attimo di bere e sfasciare sedie.

Gli inglesi ci provavano, non si può dire di no, ce la mettevano tutta ad intercettare, a contrastare, al peggio a spaccare una gamba, ma niente, gli indios di Palo Alto erano a un altro livello: leggerezza cosmica. Danzavano, non giocavano, ma danzavano con il pallone tra i piedi. Arrivarono con facilità quattro o cinque volte al tiro. Ed ogni volta sfioravano il goal per un soffio. Kaufmann capì subito che lì la cosa si stava mettendo maledettamente male. Ancora dieci minuti e sarebbero stati in vantaggio per due a zero. Allora chiamò a sé l’esterno destro, che spingeva sulla fascia come il pistone inferocito di un battello a vapore. “Nunquéz, che stai facendo?”

“Non so, Mister, gioco…”

“Tu non devi superare il centrocampo, hai capito? Guai a te se superi il centrocampo.”

L’esterno lo guardò stranito e sbatté gli occhi: “Non devo… superare il centrocampo?”

“Se ti ci azzardi ti stacco la gamba.”

Nunquéz rispose: “D’accordo Herr Mister,” e non si azzardò più a passare al di là della linea di gesso del centrocampo, neppure per sbaglio. A volte arrivava fin lì dove l’istinto lo spingeva e poi si fermava di colpo e ripassava il pallone all’indietro.

Poi, però, fu Hernandez a rendersi pericoloso colpendo un palo di testa; allora Herr Kaufmann gli fece cenno di avvicinarsi.

“Scusi Herr Mister, non sbaglierò la prossima volta,” si scusò Hernandez.

“Va’ in difesa.”

“Perché?”

“Perché lo dico io, testa di asino!”

A metà del primo tempo la squadra di Palo Alto giocava con otto uomini in difesa, eppure continuava a rendersi pericolosa e gli inglesi non ci si raccapezzavano più. A fine primo tempo Herr Kaufmann spostò tatticamente Iniacio in attacco.

“Ah no, Mister,” protestò Ramiro, e questo diede occasione a Herr Kaufmann di cacciarlo per insubordinazione. Iniziarono il secondo tempo in dieci e con il portiere punta solitaria in attacco. Eppure giocavano così bene. Era un piacere agli occhi e al cuore, vederli. Ad ogni passaggio, ad ogni finta, ad ogni gioco di gambe, ad ogni balletto attorno al pallone, la folla lanciava grida e cappelli in aria. Una finta di qua di Hernandez, poi rientrava e sbilanciava l’avversario, partiva, rifrenava, la dava via, e scoppiava un applauso come un temporale.

A un certo punto successe una cosa straordinaria: la palla viene rilanciata dalla difesa e Iniacio la stoppa. Si gira. Sai con quell’imbarazzo che hanno i portieri quando devono giocare coi piedi, si porta avanti il pallone che sembra una papera, ma intanto va avanti, procede, e procede, e sembra incredibile, ma intanto che corre nessuno lo ferma e tutti tra il pubblico si zittiscono, e lo guardano.

Non ci posso credere, vuoi vedere che adesso Iniacio la butta dentro, Cristo c’ha due ferri da stiro al posto dei piedi, cosa ne sai tu che non ne capisci niente di calcio, ne so che se avesse saputo buttarla dentro non stava in porta, tanto adesso lo fermano, guarda che lo fermano, non va da nessuna parte, ehi, hai visto quello lì quant’è grosso, ora gliela porta via, sicuro come la morte che gliela porta via, non ce la fa, eccolo che arriva, non posso guardare, Gesù l’ha saltato, ti giuro che l’ha saltato e adesso va in porta, davvero?

Sulla madonna gli è andato via come l’olio, sta a vedere che la mette dentro davvero, di lì figurati è impossibile, è entrato in area! Sta per calciare, non posso guardare non posso guardare, ma chi è quello? Iniacio quello che gioca in porta, sta per tirare, dio mio fai che non sbaglia fai che non sbaglia, i portieri sanno come ragionano gli altri portieri, sta a vedere che la butta dentro, ci gioco quello che vuoi, sta fermo che mi strappi la camicia, ha tirato? ce l’ha fatta? ancora no, ancora no, e adesso? ancora no, ancora no, ti dico che la mette dentro, ma che diavolo fa?

Non trova più il pallone, cristo gli si è infilato in mezzo alle gambe e non riesce più a tirarselo via, te l’ho detto che ha un ferro da stiro al posto dei piedi, sta’ un po’ zitto, aspetta guarda quello! cazzo se è grosso! via, vai via, scappa Iniacio, scappa! oh signore quello lì lo ammazza! Santo iddio adesso lo ammazza davvero! Ooooh! cazzo, quel fottuto animale l’ha asfaltato! forse è morto, che succede che succede? aspetta, ‘spetta un attimo, sì, sì, rigore! rigore! rigore!

L’arbitro fischia e indica il centro dell’area intanto che gli inglesi lo spintonano sputandogli insulti sul naso e Iniacio è ancora per terra che dice: “Gesù, era grosso, eh. Caspita se era grosso.” E poi perde i sensi. Un rigore, ti rendi conto, ci hanno dato un rigore!

Un rigore Herr Mister, un rigore!

E ora si tratta di decidere chi debba calciarlo. Kaufmann si gratta la testa e guarda per terra per non guardare in alto. “Gesù Mister, chi lo tira, chi lo tira?”

Herr Kaufamann cammina avanti e indietro. Un rigore. Ci pensa. Si tortura le mani. Alza lo sguardo verso il paese, ma da lì, la casa rossa di Maria del Guado non si vede. Il pubblico è in silenzio, adesso, anche la squadra è in silenzio, si sentono solo le proteste ululate dagli inglesi che riecheggiano nel silenzio surreale dello stadio. Tutti gli occhi sono puntati sul Mister. Che faccio, che faccio.

Tira su la testa e vede quegli sguardi oblunghi di indios che non hanno paura di niente e di nessuno. Figli di pescatori e nipoti di pescatori morti prima della nascita del mondo che oggi tirano su pali del telefono nel deserto. Niente può essere più lontano dal mare di questo deserto. Tutti fermi in mezzo al campo a guardare verso di lui. Si accende una sigaretta e sputa una nuvola di fumo grande come il Portogallo. Poi “Al diavolo!” esclama e chiama Diaz.

“Diaz, vieni qui.”

Diaz si avvicina. Herr Kaufmann è accoccolato e con un bastoncino scarabocchia per terra.

“Questo lo tiri tu.”

“Ma Mister, mi ha detto che io non centrerei nemmeno…”

“Lo so, lo so cosa ti ho detto, testa di asino. Ma questo lo tiri tu.”

“Alto e angolato?”

“No. Forte e centrale. Ascoltami Diaz, Dio ti ha messo della dinamite in quel piede, ci sarà ben stata una porca ragione? Be’, forse quella porca ragione era questo rigore. Tu adesso vai lì: non prendi la mira, non ci pensi neanche un attimo, ma tiri centrale e forte, più forte che puoi. Mi hai capito? Più forte che puoi!”

Diaz fa di sì con la testa. Prende il pallone sotto braccio e va là dove l’arbitro ha contato undici passi. Posa la palla a terra. Non guarda neppure il portiere. Il portiere che è un secondino e che una volta l’aveva messo dentro e gli aveva detto Mentre sei dentro mi farò tua sorella. Non lo guarda neppure. Lui guarda solo il pallone. Solo il pallone esiste, il pallone e nient’altro, manco la porta. Quella la centra sicuro: è più grossa, del culo di una vacca. Il pallone, il pallone. Fa due passi indietro, aspetta che l’arbitro fischi. Il portiere molleggia sulle gambe grasse coperte di peli biondi. Lui guarda solo la sfera di cuoio irregolare.

Poi l’arbitro fischiò e Diaz partì e calciò con tutta la forza che il buon Dio gli aveva piantato nel piede. Il pallone andò dritto per dritto come la palla di un cannone addosso al portiere che ebbe appena il riflesso di gettarsi a terra giusto un attimo prima di farsi staccare la testa dal collo.

“Che cazzo volevi fare, brutto figlio di puttana!” gridò rialzandosi e buttandoglisi contro per mangiarselo vivo, ma Diaz era già lontano, abbarbicato sulle spalle dei suoi compagni che lo portavano in trionfo.

Il pubblico scoppiò in delirio: fischi, grida, applausi. Herr Kaufmann si accese un pacchetto di sigarette e si mise a sgolarsi: “E adesso non molliamo! Tutti su, tenete alta questa squadra! E tu Iniacio, testa di asino, torna in porta cosa diavolo ci fai, lì in attacco? Hernandez, vai, attacca, attacca! Nunquéz, per la miseria, ti voglio vedere attaccato ai polpacci di quel numero 7! Giuro su Dio che se tocca anche solo un pallone ti faccio mangiare la terra! Non mollate ragazzi, non mollate!”

Ne fecero altri cinque. Mai si videro gli inglesi con facce tanto nere e abbattute. Quando ripartirono, la sera, il paese intero li accompagnò al furgoncino prendendoli per il culo, e passò un bel po’ prima che avessero il coraggio di rimettere il naso da quelle parti.

Dopo la doccia i ragazzi uscirono a festeggiare. L’ultimo a lasciare gli spogliatoi fu proprio Diaz.

“Bella partita, eh, Mister? Gliele abbiamo suonate!”

“Già,” disse Herr Kaufmann.  “Credo proprio che possa dirsi così.” Diaz uscì e il Mister spense la luce, rimanendo un attimo nello spogliatoio buio, silenzioso e freddo. Poi chiuse la porta ed uscì pure lui.

Camminò lentamente per le strade, verso la casa rossa al centro del paese. Fumando una mista di tabacco e radici e incrociando di tanto in tanto qualche ragazzino in bicicletta o qualche macchina che gli si affiancava: “Grazie Mister!” “Gliel’avete fatta vedere!” “Forza Palo Alto!” “Viva la rivoluzione!”.

Lui ringraziava con un gesto della sigaretta ma non si fermava e camminò fino alla casa di Maria Del Guado. Davanti alla porta fece l’ultimo tiro, gettò via il mozzicone,  salì i gradini della veranda e bussò. La cameriera nera venne ad aprire.

“Vorrei parlare con la signora.”

“Madame è partita,” rispose la cameriera.

“Quando?”

“Mentre giocavano,” e indicò un punto oltre le case dove stava il campo da calcio.

Joseph Kaufmann abbassò gli occhi azzurri sulle assi consumate del pavimento.

“Ma tornerà?”

La cameriera fece no con la testa.

“Ha messo il vestito bello coi nastri. Via, partita.”

“E la casa?”

“Mi ha detto di prendermela. Ma io non so che farmene.”

La cameriera si appoggiò alla porta a rete e la dondolò avanti e indietro. “La vuole comprare?”

“No. No, grazie; be’, se dovesse tornare…”

“Non tornerà.”

Kaufmann fece solo un gesto di intesa con la testa, come ha dire Sì, ho capito, poi ridiscese gli scalini della veranda, passò davanti a certi piccoli fiori gialli che una mano grassa aveva piantato, e tornò a casa.

Il giorno dopo era in ritardo per l’allenamento, Hernandez andò a cercarlo, ma non trovò nessuno. Herr Mister se n’era andato nella notte. C’era solo un padellino sporco di uovo sul tavolo, un disco di Mozart ed un biglietto lì accanto che diceva: Io devo andare ma voi ce la farete anche senza di me. Teste di asini.

La squadra di Palo Alto, quell’anno, arrivò seconda in campionato e vinse la coppa: due a uno, in finale, contro gli olandesi che costruivano la diga. Fu la migliore stagione, per Palo Alto, non ce ne furono altre così. Eppure alla fine nessuno ebbe voglia di festeggiare. Avevano perso in una sola notte le due cose più sacre che avessero mai avuto: un tedesco pazzo e una puttana zoppa. Nessuno seppe più niente, di loro. Di voci se ne sono sentite tante, ma di cose certe… qualcuno racconta però che si siano trasformati in vento e che continuino ad inseguirsi sul pianoro senza mai riuscire a prendersi. Così ha detto qualcuno; le altre, sono quasi tutte leggende.

 

 

A cura di Francesco Scarrone

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