I LEONI INDOMABILI DEL CAMERUN E LA GAZZELLA ARGENTINA

Un bambino sognante guarda alla Tv Argentina-Camerun, partita inaugurale del Mondiale di calcio di Italia ’90.  Quel bambino ha appena 5 anni ma è già affascinato dal pallone che rotola. Come partita inaugurale della sua nuova avventura “Football is not Ballet”, l’eterno bambino inizia  da dove tutto era cominciato.

8 Giugno 1990, Stadio Giuseppe Meazza, Milano

Alla “Scala del calcio” si apre il sipario sul Campionato Mondiale di calcio. In una Milano agghindata a festa, risuonano le note di “To Be Number One“, colonna sonora ufficiale di Italia ’90, partorita dal genio musicale di Giorgio Moroder. La versione italiana, intitolata “Notti Magiche“, è cantata dall’inedito duo rock formato da Edoardo Bennato e Gianna Nannini.

San Siro è una giostra di colori, fiori e palloncini, confezionati dai carristi del Carnevale di Viareggio. Gli altoparlanti diffondono “We Are the World” di USA for Africa e “All You Need Is Love” dei Beatles. Gli innamorati si baciano, le colombe volano e nell’aria frizzantina si respirano gioia, fratellanza, amore. Durerà poco.

In tribuna d’onore abbondano sorrisi di facciata e strette di mano, con padroni di casa il presidente della FIFA, João Havelange, e il suo delfino Sepp Blatter. Nelle settimane precedenti, i due boss della FIFA avevano promosso la campagna “Fair Play Please“, invitando gli arbitri a punire severamente il gioco violento e a tutelare i giocatori più talentuosi.

Nelle segrete di San Siro i nervi sono tesi come corde di violino. Nello spogliatoio dei campioni in carica c’è l’Argentina di Diego Armando Maradona, aquilone cosmico 4 anni prima in Messico, allenata da Carlos Salvador Bilardo, detto el Narigón (il Nasone) La formazione decisa da Bilardo suggerisce un rispetto forse eccessivo: un libero (Juan Simón), tanti difensori e mediani e una sola punta (Abel Balbo).

Il ruolo di damigella, o vittima sacrificale, spetta al Camerun, nazione dell’Africa Equatoriale, alla sua seconda partecipazione ai Mondiali. La prima volta, nel 1982 in Spagna, fu un successo: 3 partite, 3 pareggi, l’ultimo dei quali facendo sudare l’Italia poi Campione del Mondo. Nonostante il precedente benaugurante, Les Lions Indomptables (I Leoni Indomabili) arrivano in Italia con poco credito e fiducia, dopo l’eliminazione al primo turno della Coppa d’Africa, il gennaio precedente.

Il tecnico dei Leoni è Valeri Nepomniachi, un siberiano che non spiccica una parola di francese, lingua ufficiale in Camerun. Il discorso più importante della storia dei Leoni Indomabili lo fa un signore che di mestiere è autista all’ambasciata camerunese a Mosca. Nepo dà le indicazioni in russo e l’autista le traduce in francese ai giocatori. I concetti sono chiari e concisi: 1) primo non prenderle; 2) o la palla o le gambe; 3) attenzione a Maradona. Che sia l’occasione della loro vita, ai calciatori camerunesi non serve ricordarlo. Ne sono consapevoli.

Messo piede in campo, gli africani ammirano San Siro con gli occhi di un bambino sognante. In uno stadio così bello e pieno non ci hanno mai giocato. Lo stupore si mischia alla paura, guardando il giocoliere Maradona palleggiare di spalla come un artista di strada. La paura dura poco e lascia spazio all’incredulità, quando lo speaker annuncia le formazioni agli oltre 73.000 spettatori presenti. Thomas N’Kono, olé! Benjamin Massing, olé! Bertin Ebwelle, olé! Emmanuel Kunde, olé!

Il pubblico italiano accoglie come eroi i Leoni Indomabili, un po’ perché da neutrali si tifa per il più deboli, un po’ perché nell’altra squadra gioca Maradona, grande nemico di Inter e Milan in Serie A. Attorno a Diego c’è tale acredine che, mentre la banda suona l’inno argentino, i fischi assordanti provenienti dalle tribune ne coprono le note. E’ passata meno di un’ora dal canto fraterno “We are the World”, ma sembra trascorsa un’eternità. Maradona ingoia il rospo e stringe la mano al capitano avversario Stephen Tataw. Sarà l’unico contatto non violento del giorno tra Diego e gli africani.

Alle 18 il fischietto francese Michel Vautrot dà il via ai Campionati del Mondo. Come da copione, l’Argentina parte subito forte e la difesa camerunese balla pericolosamente e Victor N’Dip, libero d’altri tempi, richiama al grido di: “O la palla o le gambe” i suoi marcatori, tre buttafuori di nome Tataw, Ebwelle e Massing. Il primo a rispondere agli ordini è Benjamin Massing, che al minuto numero 9, diventa il  primo ammonito di Italia ’90 per un calcione a Maradona. Le istruzioni prepartita dell’autista russo sono ancora fresche e il buon sicario Massing esegue, rifilando una pedata da dietro, tanto inutile quanto violenta, alle preziose caviglie di Diego.

Il secondo a finire nel taccuino di Vautraut è il 17 verde, N’Dip, che al 23′ si produce in una gamba tesa degna di un kickboxer thailandese. Il bersaglio? Maradona, naturalmente, colpito alla spalla dal libero camerunese (qui il video). Nella prima mezz’ora, 6 i falli su Diego. Al 90′ saranno 12 sui 30 totali subiti dagli argentini, che raramente nella loro storia calcistica hanno recitato la parte di quelli presi a scarpate.

Dopo un inizio promettente, la Selección si scopre lenta ed impacciata mentre i Leoni Indomabili acquistano coraggio e arrivano incolumi all’intervallo. Durante il break, Nepomniachi e l’autista ribadiscono i concetti: picchiare e ripartire, questo è il verbo. Nello spogliatoio argentino invece Bilardo si accorge che giocare con una sola punta è troppo anche per uno prudente come lui. Fuori un difensore, el Cabezón Oscar Ruggeri, dentro un attaccante di movimento, Claudio Paul Caniggia, detto el Pajaro (il passero). Caniggia era in forma smagliante, ma Bilardo lo aveva escluso dall’undici titolare per motivi disciplinari.

Un paio di giorni prima dell’esordio infatti, Bilardo aveva beccato lui e il compagno di squadra Pedro Troglio, in piena notte mentre giocavano al Nintendo. Una partita di troppo a Super Mario Bros, che costa il posto da titolare ad entrambi. Pur amante delle regole, il Nasone fiuta che le caratteristiche di Caniggia possono mettere in difficoltà  la difesa africana, fisica ma statica. Oltre a el Pajaro, l’altro suo soprannome è infatti el Hijo del Viento (il Figlio del Vento). In gioventù infatti, Claudio era un campioncino di atletica leggera, specialità velocità e salto in lungo, con un record sui 100 metri di 10″70′.

Il cambio dà i suoi frutti e, tra uno sprint e l’altro, Caniggia provoca l’espulsione del mediano André Kana-Biyik  al 63′. Un fallo tattico ma non particolarmente violento, punito severamente da un Vautraut fin lì troppo permissivo. Sembra la fine per i Leoni, ma non è così. Appena 5′ dopo infatti François Omam-Biyik prende l’ascensore su un pallone a campanile, mentre il suo marcatore Roberto Sensini e il portiere Nery Pumpido fanno le belle statuine.

L’incornata vincente di Omam-Biyik manda in visibilio il pubblico e ancor più in confusione l’Argentina, che reagisce più di nervi che di testa. Il Camerun tiene botta e punge in contropiede con il vecchio pirata Roger Milla, subentrato alla freccia rasta Makanaky. Olte che duri, i camerunesi sono puri e naïf. Mentre il 99,9% delle squadre difenderebbe il vantaggio, all’89’ il Camerun si riversa all’attacco, portando 5 uomini in area argentina. Un peccato di gioventù che potrebbe costar caro, quando la palla finisce sui piedi di Caniggia.

80 metri lo separano dalla porta avversaria e il prato del Meazza si trasforma in una savana africana, con la gazzella albiceleste inseguita da un branco di leoni famelici. Caniggia sa che dovrà correre più veloce dei Leoni Indomabili o verrà abbattuto. I Leoni Indomabili sanno che dovranno fermare la gazzella o rischieranno di subire un beffardo pareggio.

Il primo ostacolo, Kunde, viene evitato facilmente. Il secondo, N’Dip, lo sbilancia ma non riesce a fermarlo. Barcollante, Caniggia è consapevole che una punizione a centrocampo sarebbe inutile e così continua la sua folle corsa, capelli al vento e paura di nessuno. La sua falcata leggiadra ricorda un po’ quella di Maradona, contro l’Inghilterra all’Atzeca di Città del Messico. In quel momento di 4 anni prima, Benjamin Massing stava guardando la partita in un bar della sua città natale, Edéa, chiedendosi perché gli inglesi non lo buttassero giù. Massing ha piedi di legno, ma ottima memoria. Ricorda quel gol e ricorda le istruzioni dell’autista russo.

Massing è un ragazzo che nella sua vita ha dovuto prendere delle scelte: 6 o 13 tacchetti, emigrare in Francia o restare in Camerun… In quel momento, al minuto 89 di Argentina-Camerun 0-1, la decisione è abbastanza semplice. C’è però modo e modo di mettere in pratica le proprie idee e Benjamin sceglie quello più cinico, violento e spettacolare.

Prende la rincorsa, aggiusta il mirino e BANG! Un treno in corsa investe il povero Caniggia, vittima di un body check che verrebbe considerato eccessivamente duro anche nel rugby, nel football americano e nell’hockey su ghiaccio. Mentre il Figlio del Vento si dimena per terra inebetito, i compagni agitano le mani in segno di protesa, circondando l’arbitro. Il barbuto Batista si avvicina a Massing e gli dice ciò che pensa di lui (“Hijo de puta!”, immaginiamo), mentre Burruchaga approfitta del caos per rifilare un pestone canaglia al piede del numero 4 in verde, rimasto scalzo nell’impatto.

Proteste comprensibili, ma francamente inutili. Anche Michel Vautraut nella sua vita ha fatto delle scelte: rigore o simulazione, corner o rimessa dal fondo, accettare una valigetta piena di soldi da un dirigente della Roma o rimanere integerrimo. In quel momento, la decisione da prendere è facile facile. Il fischietto francese sventola il rosso e, giusto per chiarire il concetto, un altro giallo. Compiuta la sua missione, Massing lascia l’arena come un gladiatore vittorioso, osannato dal pubblico. In 9 il Camerun resiste un altro paio di minuti e si regala uno dei giorni più belli della sua giovane storia.

La vittoria sull’Argentina é la prima di una cavalcata trionfale, fermata solo dall’Inghilterra nei supplementari dei quarti di finale. I Leoni Indomabili vinceranno il premio simpatia nei cuori degli italiani e quello come squadra più “cattiva” del torneo: 2 rossi, 15 gialli e una media di quasi 30 falli a partita. In copertina finirà il sorriso baffuto di Roger Milla, che festeggerà ognuno dei 4 gol segnati, ballando la Makossa attorno alla bandierina del corner. L’Italia adotterà i Leoni Indomabili, compreso un ragazzino di Carrara di nome Gianluigi Buffon. Ammirando le gesta di Thomas N’Kono, Gigi deciderà che il suo ruolo non sarà  più il centrocampista ma il portiere. In onore del suo idolo, Buffon chiamerà inoltre suo figlio Thomas.

Diego Armando Maradona accetterà con sarcasmo la vittoria del Camerun, dichiarandosi contento che, per almeno un giorno, i milanesi abbiano smesso di essere razzisti nei confronti degli africani. Diego si prenderà una gustosa rivincita, eliminando l’Italia in semifinale nella “sua” Napoli. Prima della finale Argentina-Germania, il pubblico di Roma si dimostrerà “sportivo” come quello di Milano, ricoprendo di fischi l’inno argentino. Diego finirà i Mondiali in lacrime, sconfitto da un rigore dubbio di Brehme, accusando la FIFA di aver favorito al Germania. Nel ricevere la medaglia d’argento, stringerà la mano a tutti, tranne a João Havelange. Anni a seguire, non risparmierà neppure “quel mafioso” di Tonino Matarrese di aver congiurato contro di lui e Caniggia, entrambi squalificati per uso di cocaina, come vendetta dell’eliminazione dell’Italia in quel Mondiale.

Il Mondiale di Italia 1990, in termini tecnici, sarà uno dei meno spettacolari della storia, con la media gol più bassa di sempre (2.21 a partita). La FIFA proseguirà nella sua campagna contro il gioco duro e difensivo, abolendo il retropassaggio al portiere e inasprendo sempre più le regole contro i falli duri. Brutte notizie dunque per il “cattivo” di quell’8 Giugno 1990, Benjamin Massing. Scontato un turno di squalifica e pagata  un’ammenda di 10.000 franchi svizzeri, Massing riprenderà il suo posto al centro della difesa camerunese, nei quarti contro l’Inghilterra. Anche ai leoni inglesi il robusto numero 4 distribuirà calci a destra e a manca, guadagnandosi un giallo e provocando il rigore del 2-2 , entrambi per fallo sul centravanti Gary Lineker.

Terminati in gloria i Mondiali di Italia ’90, Massing ritornerà al suo club di appartenenza, l’US Créteil-Lusitanos, squadra alla periferia di Parigi, soprannominata Les Béliers (Gli Arieti). Dopo una stagione nella Division 2 francese e un’altra Coppa d’Africa, la terza, con il suo Camerun, Massing scomparirà  nell’anonimato. Anche Google si dimenticherà di lui. Digitando “Benjamin Massing” nel famoso motore di ricerca infatti, la prima foto che compare è quella di un modello francese, suo omonimo.

Tra i pochi a ricordarsi di lui, due scrittori molto famosi. Il primo è Diego Armando Maradona che, nella sua autobiografia Yo soy el Diego, ricorda la partita con il Camerun e “un negro grandote, el número cuatro, Massing. Primero me saludó, me palmeó y después… ¡me cagó a patadas!“. Il secondo é Nick Hornby che, nel suo Fever Pitch (Febbre a 90) ammette una certa ammirazione per il mastino camerunese: “I also enjoyed, enormously (..) Massing’s murderous assault on Caniggia“.

 

ARGENTINA – CAMERUN 0-1

ARGENTINA: Pumpido, Ruggeri (46′ Caniggia), Sensini (70′ Calderon), Lorenzo, Fabbri, Simón, Basualdo, Batista, Burruchaga, Maradona, Balbo. ALLENATORE: Bilardo.

CAMERUN: N’ Kono, Tataw, Ebwelle, Massing, N’Dip, Kunde, Kana-Biyik, M’Bouh, M’Fede (65′ Libiih), Makanaky (81′ Milla), Omam-Biyik. ALLENATORE: Nepomniachi.

ARBITRO: Vautrot (Francia).

GOL: 67′ Omam-Biyik.

AMMONITI: Massing, N’Dip, Sensini, MBouh.

ESPULSI: 62′ Kana-Biyik, 89′ Massing.

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