JERZY DUDEK, IL MINATORE CHE SPENSE LA LUCE AL MILAN

Rafa Benítez ci disse: “Il Milan non sta bene”. E noi a fissarlo. Non sta bene? “Proprio così – rispose – ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi”. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci: “Ehi mister meno male che questi stanno giù”.

Prima di cominciare Benítez ci aveva detto: “Giochiamo e divertitevi”. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò: “Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann”. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo “Okay, va bene così”. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. “Non ce la faccio”, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo.

“Guarda che quello regge al massimo venti minuti”.

“Quello chi?”.

“Finnan”.

Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio.

“Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

Il punto è che Traoré non si trovava più. Era sotto la doccia. Si sentì chiamare e s’affacciò con la testa piena di shampoo. “Torna in campo”, gli fece Rafa con una bella faccia tosta. E mentre quello si risciacquava felice,  lo sentimmo ridere.

“Sì, ma adesso dove sono i pantaloncini e la maglietta?”.

Quando tornammo fuori, la spinta venne dai tifosi. Sbucammo in campo e li sentimmo cantare.

When you walk through a storm, hold your headp high / And don’t be afraid of the dark / At the end of the storm, there’s a golden sky / And the sweet, silver song of a lark

Riise si voltò verso di me: “Che diavolo succede?” Fu un attimo e il coro si fece più forte, pareva che venisse dallo stadio intero. Perdevamo 3-0 e la nostra gente cantava. You’ll never walk alone. Non camminerete mai da soli. Don’t be afraid of the dark. Non abbiate paura del buio.

Io il buio lo conosco, il buio lo conosco bene. Me lo ricordo come se fosse ieri, avevo 10 anni e 12 mio fratello Dariusz. Papà lavorava in miniera, un giorno i gestori organizzarono una visita per le mogli, in modo che vedessero come gli uomini portavano i soldi a casa, volevano che vedessero com’è la vita 400 metri sotto la terra dove poggiamo i piedi. Quando mia madre rientrò a casa non smetteva di baciare papà. Piangeva e lo baciava.

Ci fissò poi disse: “Jerzy, Dariusz, dovete promettermi che non farete mai i minatori”. Io stavo lì a fissarla, mi veniva da ridere, chi la capiva? Solo il minatore avrei potuto fare. Lo era stato mio nonno, mio padre lo era, un mucchio di persone nella mia famiglia e nella nostra città, a Knorow, lavoravano lì. Da noi veniva prima la miniera e dopo la città. Mi sono allenato a lungo per diventare un bravo minatore. Studiavo e andavo giù a prendere le misure cinque o sei volte al mese. Avevo 17 anni, due settimane prima che iniziassi a lavorare, il presidente del Sokól Tychy,  serie C, mi comprò dal Concordia, la squadra di Knorow. In cambio diede due dei suoi ragazzi: volevano lavorare in città come apprendisti minatori.

I miei vecchi amici sono ancora in miniera. Mio cognato è in miniera. Se glielo domandate, risponderanno tutti che è un bel lavoro, ma se potessero non lo rifarebbero, ogni giorno è una battaglia. La prima volta che scesi mi sentivo un guerriero. È nel sangue di noi di Knorow diventare minatori. Non è semplicemente un lavoro, è la nostra identità. La miniera è come una religione e la religione è una parte dell’essere minatore. C’è bisogno di credere in qualcosa o in qualcuno, se te ne stai sotto terra così a lungo tutto il santo giorno. Devi credere che ci sia Dio laggiù con te per sopportarlo. C’è rispetto, bisogna restare uniti, non si sopravvive in una miniera senza essere l’uno per l’altro. C’è solo un senso quando sei sotto terra: dammi la mano e lavoreremo insieme.

Durante le battaglie contro il comunismo e per la democrazia, i minatori in Polonia hanno giocato un ruolo fondamentale. Erano un buon esempio di come si sopravvive. Solidarnosc era vicina ai minatori, poi lentamente le miniere hanno chiuso e sono cominciati i problemi. La gente ha dovuto cambiare lavoro, cercarsene uno, ci sono stati scontri. In Polonia non fu così brutale come in Inghilterra sotto la Thatcher. Da noi successe un po’ alla volta, ma io non sono mai riuscito a immaginare la mia città senza la miniera. La mia città è la miniera.

Oggi sono diventate un posto più sicuro, le macchine hanno migliorato le condizioni di lavoro, ma anche all’epoca a me non parevano poi così estreme. Me ne accorsi quando portai laggiù Milan Baros, Vladimir Smicer e altri ragazzi del Liverpool e della nazionale. Il Concordia Knorow festeggiava i suoi 80 anni di vita, li invitai in Polonia e ne approfittai per organizzare una discesa in miniera per tutti.

“È l’ultima volta, Jerzy, non permetterti mai più”.

Così mi dissero quando rivedemmo la luce. Furono loro ad aprirmi gli occhi. È scuro, stretto, pericoloso, ma non credo che ogni minatore ci faccia caso. Forse perché se ci pensi diventi matto. Quando risali in superficie provi un senso di conforto. I minatori, finito il lavoro, corrono al pub. Una birra ha un altro sapore dopo che sei stato giù. Pawel Kryszalowicz, uno dei calciatori che scese con me, non aveva mai bevuto prima. Era astemio. Gli dissi: “Assaggiane una ora”, e lui se ne fece tre di fila. Poi mi disse: “Jerzy dammene un’altra”.

Venne pure mio padre con noi, quel giorno. Era in pensione da 10 anni, il buio gli mancava, risalimmo ed era stanco e commosso. Non è mai più tornato giù. Non riusciva a parlare. Ho giurato a me stesso che non influenzerò mai le scelte di mio figlio, faccia quel che vuole, ma se mi dicesse un giorno di voler lavorare in miniera, gli chiederei di pensarci due volte. Oppure gli direi Ok, andiamo e ne parli con il nonno. Molta gente va giù una volta, vede com’è e non ci torna più. Io sono molto orgoglioso di essere stato un minatore ma sono grato di essere diventato un calciatore.

Ho preso 6 gol in due partite ai Mondiali del 2002. Alla terza fecero giocare Majdan. Dopo l’eliminazione il ct Janas mi fece fuori. Ma la gente mi amava. Nonostante i miei errori. E quando arrivò il momento giusto, il pubblico mi vendicò. Polonia-Colombia. Neco Martinez, portiere sudamericano, rinvia dalla sua porta, la palla sorvola il campo, lo attraversa da qua a là, senza incontrare mani, né piedi, né teste. Quando la vede Kuszczak, numero uno al posto mio, la palla è già dentro. Gol. E allora la gente infierisce. Tutto lo stadio canta Du-Du-Dudek, Du-Du-Dudek.

Nel 2000 ero stato premiato come miglior giocatore del campionato olandese, ero ancora al Feyenoord. Il giorno in cui mi diedero la Scarpa d’Oro, mi trattennero un minuto in più sul palco. C’era una sorpresa per me. Una lettera di Giovanni Paolo II. Il papa. Le mani mi tremavano. Perciò la sera della finale con il Milan, quando parai il colpo di testa di Shevchenko e poi la sua respinta ravvicinata, pensai a lui. Era morto da poco: alla vigilia della partita con la Juve, quarti di finale. Parlando con mia moglie decidemmo che dovevamo andare a salutarlo, dovevamo essere in quella fila di persone che a Roma volevano ringraziarlo. Poco prima della finale avevo anche letto un suo libro, così pensai che quella doppia parata fosse opera sua. Non era stata la mia mano, era stata la mano di Wojtyla.

You’ll never walk alone. Non avemmo paura del buio e segnammo 3 gol.  Finiti i tempi supplementari, davanti a me si presentò Carragher e iniziò a spingermi. “Jerzy, tu devi mettere pressione ai giocatori del Milan. Come Grobbelaar, te lo ricordi Grobbelaar?” Vent’anni prima aveva irritato i tiratori della Roma. Non parò neppure un tiro, eppure sfido chiunque a dire che non sia stato decisivo.

Ochotorena, il preparatore dei portieri che collaborava con Rafa, aveva un libretto su cui custodiva i segreti di ogni rigorista del mondo.

“Ascoltami bene, questo tira di qui, quello tira di là”.

Non ci capivo niente. Erano troppi i rigoristi da memorizzare e non sapevo chi si sarebbe presentato sul dischetto. Dissi a Ochotorena, Fammi tu un segno da lontano con la mano. Alzi la destra se devo buttarmi a destra, oppure il contrario. E Carragher ricomincia: “Sì ma prima muoviti, balla, inventati qualcosa”. Come nei videogame. Quei giochini in cui il portiere alza e abbassa le braccia.

Viene Serginho e vedo il braccio destro di Ochotorena. Ma ero come isolato dal resto del mondo. In tre secondi quel braccio destro l’avevo già dimenticato. Mi agito, muovo le braccia, Serginho tira alto. Benissimo, mi dico, funziona, devo andare avanti così. Arriva Pirlo e glielo paro. Tomasson e Kakà segnano. Poi vedo Shevchenko e la parata di prima. Il papa. La Polonia. Casa. La miniera. Il buio. Non abbiate paura del buio. You’ll never walk alone.

Non sapevo neppure che fosse l’ultimo rigore. Da lontano non c’era più nessun braccio alzato, Ochotorena si era arreso. Neppure immaginavo dove Shevchenko avrebbe potuto calciare. Decisi di restare fermo fino all’ultimo secondo. Mi sono spostato leggermente a destra, lui si è bloccato un attimo, poi ha dovuto decidersi. Avrebbe voluto cambiare angolo perché a destra c’ero io, riuscì soltanto a toccarla al centro mentre stavo per cadere. Sono rimasto sospeso per una frazione di secondo, esattamente la frazione di secondo in cui il pallone passava di lì, accanto alla mia mano. Come se qualcuno mi avesse tenuto in piedi solo per fare quello. Poi sono caduto e ho visto tutti corrermi incontro. Ho chiuso gli occhi e c’era un buio meraviglioso.

 

(Pensieri e parole attribuiti sono frutto di fantasia)

 

Tratto dal blog di Angelo Carotenuto (Repubblica)

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