LA BANDIERA AMMAINATA

Non dimentichiamoci che stiamo parlando di uno dei migliori centravanti che abbiano mai militato nello Sporting Wergoa. Uno che la buttava dentro sempre e comunque. Destro, sinistro, ginocchio, testa. Anche di faccia, una volta. Gli arrivò un rilancio come una fucilata in pieno volto. Gli spaccò il setto nasale e il rimpallo finì in porta. Pisciava sangue come un tubo da dodici, ma questo non gli impedì di farsi tutto il campo di corsa per andare a esultare sotto la curva. I tifosi erano impazziti. Ve lo immaginate? Il vostro beniamino sotto la curva che esulta mostrandovi la maglietta piena del suo sangue. Era come buttare un cristiano in pasto ai leoni. Da quel giorno si tenne il naso storto- piegava sulla sinistra-, ma per lui niente valeva un goal. Neanche una donna, una macchina, o Gesù Cristo. C’era solo quello: lui, un pallone, una porta, e l’istinto del killer.

Fino a quando il suo ginocchio non fece CRACK. Fu una botta tremenda. Vedemmo la gamba disarticolarsi e girare al contrario. Era uno spettacolo aberrante. Lui che gridava come se lo stessero squartando e tutti gli altri intorno incapaci di fare qualsiasi cosa. Lo portarono via. Infermeria, ospedale, sala operatoria, poi riabilitazione, e dopo sei mesi, di nuovo il campo.

Ma non era più lui. Qualcosa che si era inceppato. Un ingranaggio che non girava più come avrebbe dovuto. I dottori gli avevano detto: “Adesso stai bene, è tutto a posto”. Ma lui niente. Non ce la faceva. Era come se avesse avuto paura. Come se dopo quella volta pensasse che il ginocchio potesse  saltare in aria in qualsiasi momento. Lo capivi da come faceva certi movimenti che prima erano naturali e invece adesso li metteva su con una delicatezza come se il menisco fosse un piatto di porcellana.

“Un giorno, durante una partita- ricorda Roy Gibson-, Bastiani aveva appena sbagliato un goal facilissimo, praticamente a porta vuota, andai da lui e gli disse “Bart, si può sapere che ti prende?”

“Non lo so,” mi disse. E mi fece una gran pena perché mi resi conto che anche lui lo vedeva che qualcosa non andava come doveva.

“Hai male?” gli chiesi.

E lui fece di no con la testa.

“E allora che diavolo hai? Va tutto bene, lo sai che va tutto bene. Te lo dicono i dottori, te lo dice lo staff medico. Se qualcosa non va è solo dentro la tua testa.”

“Non so,” mi ridisse lui, poi se ne andò. Ebbi la quasi consapevolezza che non sarebbe mai tornato come prima.”

Infatti quell’anno Bastiani gioca una stagione davvero sottotono. Segna 9 reti in tutto. Tra cui un paio su rigore. La società non ne vuole più sentir parlare: il suo ingaggio è troppo alto. Bastiani prende un milione e mezzo all’anno, quasi il doppio degli altri e quattro volte Felipe Passoto, il ragazzino che quell’inverno, partito dalla panchina, si era guadagnato il ruolo di titolare con 34 reti relegando Bastiani a vacue comparsate sul finire delle partite. Bartolo Bastiani, va ricordato, era stato capitano per 12 anni, aveva regalato alla società vittorie importantissime e storiche. Come la finale sul Waloolla finita 7 a 1. Ma la riconoscenza non è mai stata di questo sport. La favola di un calcio romantico andate a raccontarla altrove. Per questo la società decise di puntare su Passoto e spedire Musso a casa di Bastiani, quella sera.

 

Musso arrivò intorno alle nove e suonò il campanello. Venne ad aprire un bambinetto alto così.

“Ciao Carlito, c’è tuo padre?”

Il bambino si girò e gridò Papà, c’è il signor Musso, e apparve Bastiani con il tovagliolo sulla spalla.

“Ehi Osvaldo, che si dice? Entra, entra.”

“Non vorrei disturbare,” disse Osvaldo cercando di scrollarsi di dosso l’imbarazzo.

“Ma quale disturbo, Sara ha preparato una carbonara che è la fine del mondo. Spero che tu non abbia ancora mangiato.”

“Come se avessi accettato, Bart. Ma non sono qui per questo.”

“Ma entra, entra. Non stare lì fermo.”

Musso entrò. Odiava quel lavoro. Lo odiava davvero dal profondo del cuore perché delle volte succedevano delle situazioni come quelle e non sapevi come gestirle. Andarono in cucina.

“Togliti la giacca. Vuoi qualcosa da bere?”

“Non mi fermo molto.”

“Dai, levati quella giacca, su. Un bicchiere, almeno!”

“Va bene, dai. Un bicchiere di vino lo prendo volentieri.”

“Bravo. Sara! C’è Osvaldo, aggiungi un piatto!”

“No, grazie, Bart. Davvero, ho già mangiato…”

“Ma questo mica è mangiare. Devi solo assaggiare la carbonara. Lo sai che Sara la fa meglio di mia madre? E tu lo sai come cucina mia madre!”

“Certo che lo so, Bartolo. E’ la migliore cuoca di Little Italy.”

“Gesù Cristo se lo è. Ma la carbonara, te lo giuro sull’anima di mio padre, Sara la fa meglio. Vedrai. Sara, arriva questo piatto?”

“Arriva, arriva…” disse Sara portando piatto e bicchiere.

“Brava, grazie. Prendi, Osvaldo, prendi, metti del pecorino.”

“No, ma davvero, io non so…”

“Aspetta, metti questo che è più stagionato. No, ma mettine un po’ di più. Cos’è quello? Lascia che faccio io. E il vino? SARA! Va a prendere un bottiglia di là.”

“No, veramente, non c’è il caso.”

“Te lo faccio assaggiare… grazie, Sara. Guarda, questo arriva direttamente da delle vigne che ho comprato. Cioè, è un piccolo investimento. Sono socio con il produttore. A me gli oneri, a lui gli onori! Allora?”

Osvaldo si cacciò una forchettata di spaghetti in bocca.

“Che me ne dici?”

“Bart! Questo è. Gesù santo, Sara! Ma questo è delizioso!”

“Eh? Eh? Vero? Cosa ti avevo detto? E’ la regina della carbonara!”

Sara si sedette e si versò da bere: “Smettila,” disse arrossendo dietro il bicchiere.

“No Sara, no. Bart ha ragione. Questa è davvero la migliore… mh. Davvero, la migliore carbonara che io abbia mai mangiato.”

“Ne vuoi ancora un po’?”

“Dai, dammene ancora, ma giusto una forchettata.”

Bart si alzò, riempì il piatto e glielo rimise davanti: “Sei a dieta?”

“Be’, proprio a dieta no. Ma gli ultimi esami. Il medico mi ha detto che ci devo fare attenzione.”

“Sai che ti dico Osvaldo? Sono quelle porcate australiane che mangi. Si è mai sentito qualcuno stare male con la cucina italiana?”

“Mi sa proprio che hai ragione.”

“E certo che ho ragione!”

Stettero in silenzio per un po’ e in quel silenzio Musso si sentiva morire. Non sapeva come attaccare il discorso, per fortuna poi fu Sara a venirgli incontro: “Come mai sei passato?”

Musso allora si pulì col tovagliolo e pensò a come dirlo, ma non gli veniva in mente niente di sensato, così si disse che il modo migliore fosse cominciare e basta.

“Dovevo parlare a Bart. Cioè, a tutti e due, ovviamente, ma è una cosa che riguarda piuttosto Bart…”

“Qualcosa che non va?”

Quanto odiava questo lavoro del cazzo. Quanto lo odiava.

“Bart…”

“Ne vuoi ancora?”

“Eh? No, grazie. Buonissimo, ma va bene così. Bart.”

“Eh, dimmi.”

“Gesù, non so come dirtelo.”

“Che c’è insomma?”

“Senti Bartolo. Ci conosciamo da tanti anni, non è vero?”

“Da quando sono nato.”

“Ecco, quindi tu lo sai che qualsiasi cosa io ti dica adesso, se dipendesse da me…”

“Devo cominciare a preoccuparmi?”

“Voglio che tu capisca che io non c’entro niente con questo, perché lo sai quanto ti voglio bene.”

“Lo so Osvaldo. Lo so quanto mi vuoi bene. Tutto quello che hai fatto per me,” poi si corresse. “Per noi. Lo so.”

“Bene. Volevo che questo fosse chiaro perché per me è davvero difficile.”

“Vuoi ancora un bicchiere di vino?”

“No, Bart. Non voglio un bicchiere di vino. Voglio che tu mi stia ad ascoltare.”

“Ti ascolto.”

“La società. Vogliono farti fuori.”

“Cosa?!”

“La società ti scarica, Bart.”

“Cristo. Aspetta. Forse me lo bevo io un bicchiere.”

Bastiani si versò da bere e si buttò giù un bicchiere che scivolò caldo e mieloso nella gola andandogli subito alle guance.

“Cos’è questa storia, Osvaldo?” chiese Sara.

“La cosa sta in questi termini: Bart costa troppo alla società.”

“Ma è stata la società a fare il contratto. Sono loro che gli hanno proposto l’aumento per tenerselo stretto quando c’era mezza Europa che lo cercava!”

“Lo so, Sara, lo so. Ma le cose, le cose sono cambiate.”

“Cosa vuol dire che sono cambiate?”

“L’anno scorso non è andata come doveva andare.”

“Ma è il capitano!”

“Lo so anche io che è il capitano. Non venire a dirlo a me che è il capitano, Cristo Santo! Ma l’anno scorso ha giocato sì e no cinque partite. Il resto sono stati spezzoni ritagliati qua e là mentre Passoto…”

“Il ragazzino?”

“Lui! Ha fatto 34 goal. 34. Parliamoci francamente. Quel ragazzino è un fenomeno e costa niente e la società ha deciso di puntare su di lui.”

“Cosa vuol dire puntare su di lui. E’ Bart che ha fatto la squadra! E’ lui che l’ha tenuta su! Ti ricordi che quando è arrivato non c’erano manco le docce e ci toccava lavare noi le maglie la domenica sera? Te lo ricordi? Ed è stato lui che vi ha tirato su dalla seconda divisione e vi ha portato a vincere un campionato!”

“Sara, non è a me che devi dirle queste cose. Il fatto è che qui non si sta valutando l’importanza che Bart possa aver avuto nel passato. Tutti lo sanno e gli sono riconoscenti. Ma la vita calcistica di un atleta è limitata. E Bart ha raggiunto questi limiti. Resterà sempre nel cuore di tutti, ma, parliamoci chiaro, dopo l’incidente non è più tornato quello di prima. E quel contratto era adatto a un certo tipo di giocatore che adesso Bart, scusa Bart, eh, scusa, ma adesso non sei più.”

Bartolo stava in silenzio, mentre Sara era inviperita.

“Osvaldo, ma porca puttana, c’è un contratto! Non si può mica ignorare un contratto cosi’!”

“Lo so, Sara, è per questo che sono qui.”

“Cosa vuol dire?”

“Vuol dire che sono qui per convincere Bart a rescindere il contratto e cambiare squadra.”

“Stai scherzando, vero? Dimmi che stai scherzando.”

“Purtroppo no. Vorrei dirti che sto scherzando, ma è quello che mi hanno mandato a fare. Cristo quanto odio questo lavoro…”

“Adesso non venirmi a dire che odi questo lavoro, perché tu un lavoro almeno ce l’hai! Se lo cacciate dalla squadra che diavolo facciamo noi da domani? Lo sai che abbiamo David all’università? E lo sai quanto ci costa quella dannata università?”

“Lo so, lo capisco. Ma questo non ha niente a che vedere con tutto il resto.”

“Senti: lui ha un contratto, e quel contratto va onorato, sennò ci vediamo davanti a un giudice.”

Fino a quel momento Bartolo era stato in silenzio. Non aveva detto niente. Come sotto shock. Come se gli si fosse rotta un’altra volta la gamba.

“Me lo aspettavo,” disse all’improvviso, ma calmo, sereno. Sua moglie saltò sulla sedia: “Che diavolo dici Bart?”

“Ha ragione Osvaldo. Ho giocato una stagione di merda.”

“Oh, ti ci metti anche tu, adesso? Sei appena rientrato da un infortunio. Una stagione storta può capitare a chiunque.”

“Sara,” disse Osvaldo. “Io credo che Bart lo capisca, cosa voglio dire.”

“Si’, capisco. Non mi fa piacere, ma lo capisco.”

“Grazie Bart.”

“Non dire stronzate! Ci servono, quei soldi!”

“Ci servono, ma non mi va neppure di rubarli.”

“Rubarli? Ma sei scemo? Ma quale rubare! Guarda che c’è un contratto! E’ tutto legale, è tutto… è tutto valido, o come si dice!”

“Non è una questione di contratto o non contratto. E’ una questione morale. Io me lo sento che non sono più lo stesso. C’è qualcosa che non va, che si è rotto qui dentro. Ho paura. E’ impossibile da spiegare, ma quando faccio un movimento ho sempre dentro la paura di risentire quel dolore là  e così gioco male.”

“Ma passerà! E’ questione di tempo. Col tempo il tuo corpo riprenderà sicurezza.”

“No. Non è questione di tempo. E’ che è giusto smettere lasciando un buon ricordo di sé.”

A quel punto Sara decise di ignorare Bart e di dedicarsi solo a Osvaldo. “Senti. Cosa succede se Bart si rifiuta di mollare? Lo devono pagare lo stesso, no?”

“Be’, quello per forza. Però lo metteranno fuori squadra. E’ già deciso.”

“Lo mettono fuori squadra, ma lo pagano lo stesso?”

“Sì, lo pagano lo stesso.”

“Benissimo. Era quello che volevo sapere. Lasciamo che facciano quello che vogliono.”

Bart all’improvviso ebbe come un ruggito: “Adesso basta!” gridò. “Vuoi chiudere la bocca un attimo?”

Sara impallidì.

“Qui si sta parlando della mia vita e della mia carriera. So che può non farti piacere, ma sono io a dover prendere la decisione e credo che Osvaldo abbia ragione. L’anno scorso non è stata un’annata storta. Ormai io sono quel giocatore lì. Ho 32 anni, un brutto incidente alle spalle e psicologicamente non valgo più niente. Non ho nessuna intenzione di farmi pagare per non fare il mio lavoro. Non ho voglia di insegnare questo ai miei figli. Ho dato tutto a questa squadra da quando ero un ragazzino alto così e non smetterò adesso. Osvaldo: puoi andare dai grandi capi e dirgli che per me va bene. Perché è questo che fa un capitano, Sara, si mette a disposizione della squadra.”

“Questo è quello che fa un coglione.”

“E allora hai sposato un coglione.”

Sara si alzò e se ne andò via. Si fermò solo sulla porta della cucina per dire “Sei un pezzo di merda, Osvaldo. Venire a dire una cosa del genere.”

Poi sparì.

Cristo, pensò Osvaldo. Che lavoro di merda, che lavoro di merda, chissà perché faccio sto lavoro di merda.

“Scusala,” disse Bart. “Non voleva dire quello che ha detto.”

“Sì che voleva. Ma ha ragione. Anche io mi sarei incazzato.”

“Sai, ti dirò: ci avevo già pensato. Di mollare tutto, voglio dire. Forse per questo per me è più facile da accettare. A lei è piombato dal cielo, mentre per me… E sai quando l’ho pensato la prima volta? Mentre ero là sdraiato su quel campo con la gamba piegata. Lì mi sono detto Per me è finita.”

“Ci sono giocatori che si rimettono da incidenti anche peggiori.”

“Non sono fra loro.”

“E’ un peccato.

“Già.”

“La società ti ha aspettato.”

“Lo so. E vi ringrazio.”

“Comunque ti propongono di essere ceduto. Hanno già trovato dei contatti.”

“Sì. Potrebbe essere un’idea. Una squadra più piccola, dove possa ancora guadagnare qualcosa senza che si aspettino più chissà che da me.”

“Non vederla così. Puoi giocare ancora altri tre o quattro anni a buoni livelli.”

“E farebbe anche accettare meglio la cosa a Sara.”

“Già.”

“Però prima di risponderti voglio pensarci ancora su un po’.”

“Lo capisco.”

“Be’, ora forse è meglio che tu vada.”

“Sì, penso anch’io.”

Musso salutò e salì in macchina. Ingranò la retro e uscì dal parcheggio. Che lavoro di merda, pensò, che lavoro di merda. Ma perché lo faccio? E poi dicono che è solo un gioco… Partì facendo un gran casino con la marmitta. Da dietro una palizzata un cane si mise ad abbaiare.

Non mi beccheranno più, per fare una cosa del genere, è l’ultima volta che accetto di fare queste cose, che cazzo. Accelerò, Mai più, si disse, mai più, sempre a me questi lavori di merda, ma è l’ultima volta che mi beccano. La macchina svoltò e scomparve in un controviale, il cane, invece, continuò ad abbaiare ancora per un pezzo.

 

A CURA DI FRANCESCO SCARRONE

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