“BIG’ LUCIANO GAUCCI, UN UOMO IN CRAC

Un cartone animato. Un uomo in crac. Ciccio di Nonna Papera, solo più furioso, con la nuvoletta di rabbia che gli esce dalle narici. Rotondo, pacioso, paonazzo quando si infiamma, cioè sempre. 

Un praticante, prima. Un latitante, poi. Dalla ditta di pulizia ‘La Milanese’ alla fuga dorata a Santo Domingo, vita, opere e miracoli di Luciano Gaucci. Perdi i soldi e scappa.

Mangiallenatori, via uno sotto l’altro, però fu il primo a mettere in panchina una donna, Carolina Morace alla Viterbese. Durò poco, cacciata pure lei.

Metodi da piccolo duce: mandò il Perugia in ritiro in un convento sperduto, pane, acqua e preghiere. Constrinse la squadra ad allenarsi sotto la neve, così si temprano.

Frase-chiave: “Io pago, io decido”. trattava i suoi giocatori come cavalli, del resto -prroprietario di una scuderia – con Tony Bin gli andò di lusso: comprato a 12 milioni di lire, fu rivenduto per 7 miliardi.

Nemico numero uno dell’ex ‘Poltronissimo’ Franco Carraro. Scese in piazza, chiese il ripescaggio, ottenne una B abnorme.

Squalificato per illecito sportivo, proprietario di più squadre contemporaneamente, Perugia, Catania, Viterbese, Sambenedettese, un risiko finanziario che ha pagato caro. Tredici anni di presidenza a Perugia, un buco di 80 milioni di euro, 35 di evasione fiscale.

Una volta comprò pure il Napoli. ma il Napoli non esisteva: era fallito. Però chissenefrega, restò memorabile il suo giro di campo al San Paolo, nel tripudio della folla, roba da teatro dell’assurdo.

Associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, distrazioni per beni sociali, falsificazione delle strutture contabili, pagamenti preferenziali. Queste le accuse, lui fece spallucce e intanto prenotava un posto in business class per la Repubblica Dominicana. Chiesta l’estradizione, scatta il mandato di arresto internazionale.

Portò in Italia Gheddafi, il figlio, non un giocatore ma un ologramma. Sostenne – striscioni su ordinazione allo stadio di Perugia – la candidatura di George W. Bush, il figlio, non un presidente ma un ologramma.

 

 

 

FONTE:  RACCONTO TRATTO DA “GAMBA TESA”, DI FURIO ZARA, RIZZOLI, MILANO.

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