I MONDIALI DEI VINTI: CANADA 1986

Bob Lenarduzzi, difensore canadese di origini italiane, racconta la qualificazione del Canada ai Mondiali di Messico ’86, in uno spezzone tratto dal libro “I Mondiali dei vinti: Storie e miti delle peggiori nazionali di calcio” di Matteo Bruschetta.

“Al tempo c’erano due posti disponibili per le nazionali della Concacaf ma, dopo la rinuncia della Colombia come paese organizzatore, il posto divenne uno solo, giacché il Messico era stato scelto come nuova sede. Nel primo turno, disputato nella primavera del 1985, abbiamo superato il girone a tre con Guatemala e Haiti.  Il grande protagonista fu Dale Mitchell, che segnò quattro gol in quattro partite. Purtroppo il nostro bomber si ruppe il legamento crociato anteriore, nelle settimane che precedevano l’ultima fase di qualificazione, un triangolare contro Costa Rica e Honduras, da disputarsi in partite di andata e ritorno tra agosto e settembre. L’avversario da battere era l’Honduras, che ai Mondiali del 1982 aveva fatto un’ottima figura, pareggiando due partite contro la Spagna e l’Irlanda de Nord.

Il sostituito di Mitchell, il 33enne di origine polacca George Pakos, detto “Teddy”, si dimostrò all’altezza. Un suo gol fu, infatti, decisivo nella vittoria 1-0 in Honduras, giocate alle tre del pomeriggio sotto il sole cocente di Tegucigalpa.  Giocare in Centro America è sempre complicato, non solo per il clima. In quei paesi il calcio è una religione, come l’hockey su ghiaccio in Canada. I tifosi vivono per la loro Nazionale e fanno di tutto per aiutarla, come organizzare concerti notturni sotto l’hotel della squadra avversaria, per impedirgli di riposare. Non ho mai sofferto questi trattamenti, anzi ho sempre pensato che, se non ci avessero temuto, non si sarebbero mai sprecati a rendere poco confortevole il nostro soggiorno nella loro terra. La loro attenzione mi onorava, era una medaglia al valore.

Oltre a vincere in Honduras, abbiamo pareggiato entrambe le sfide contro la Costa Rica, 1-1 a Toronto e 0-0 a San José. Con quattro punti in tre partite, ci bastava un pareggio nell’ultima sfida, in casa contro l’Honduras. Prima dell’inizio del girone finale, i dirigenti delle tre federazioni s’incontrarono a Città del Guatemala, per decidere date e sedi dei sei incontri da disputare. Per l’ultima sfida del 14 settembre contro l’Honduras, fu scelta Saint John’s, in Newfoundland (Terranova). Gli honduregni conoscevano Toronto, Vancouver, Montreal, Ottawa, ma non avevano idea di dove fosse Saint John’s. Fu un piano davvero astuto quella della nostra federazione.

Saint John’s è, infatti, geograficamente più vicina all’Irlanda che a Vancouver. Il Newfoundland è un’isola sull’oceano Atlantico, dal clima inospitale, con piogge torrenziali e vento gelido. Per gli honduregni fu uno shock culturale, il primo giorno non uscirono dal loro hotel mentre in quelli successivi si allenarono in un campo indoor, mentre noi giocavamo senza problemi sotto la pioggia battente. Saint John’s fu una scelta azzeccata, non solo per il clima. Arrivammo una settimana prima del match e gli abitanti non ci fecero mancare il loro supporto, prima e durante la partita decisiva.

Il “King George V Park” non era propriamente uno stadio, era un campo sportivo al centro di un parco pubblico. Costruirono delle tribune in metallo e le collocarono nel parcheggio per le auto. Quel giorno c’erano oltre 6000 persone a sostenerci. Ricordo ancora che lo speaker disse ai nostri tifosi di fare spazio in tribuna al piccolo gruppo di supporter venuti dall’Honduras. In casa loro, non credo sarebbe mai accaduto lo stesso.

La partita andò secondo i piani di Tony Waiters, che ci aveva raccomandato di difenderci con ordine e sfruttare le palle inattive. Il nostro primo gol arrivò dopo un quarto d’ora, proprio su un calcio d’angolo battuto dall’esordiente Carl Valentine. Era nato a Manchester, Carl, e aveva giocato molti anni con me a Vancouver. Sperava in una chiamata del Ct inglese Bobby Robson ma, visto che non arrivava mai, Waiters lo convinse a scegliere il Canada. Il suo corner originò un flipper in area honduregna, risolto in mischia da Pakos, come all’andata. A inizio secondo tempo, l’Honduras pareggiò con Armando Betancourt, che giocava anche lui nell’Indoor Soccer, con i St Louis Steamers. La paura durò una decina di minuti quando Igor Vrablic segnò in mischia il 2-1, su un altro corner di Valentine.

Al fischio finale i nostri tifosi invasero il campo per festeggiare, fu una grande soddisfazione per me e i miei compagni, un traguardo meritato dopo averlo sfiorato nelle due edizioni precedenti del Campionato Concacaf. La nostra squadra di calcio era il simbolo del Canada multietnico. Pasquale De Luca ed io siamo italo-canadesi, i genitori di George Pakos sono polacchi, quelli di Terry Moore nord-irlandesi, mentre altri dieci di noi sono nati altrove ed emigrati in Canada: Carl Valentine a Manchester; Gerry Gray, Colin Miller e David Norman a Glasgow; Paul James a Cardiff; Tino Lettieri a Bari; Igor Vrablic a Bratislava; Branko Segota a Rijeka; Sven Habermann a Berlino; Randy Samuel a Trinidad”.

 

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