I MONDIALI DEI VINTI: CINA 2002

Bora Milutinovic, Ct della Cina ai Mondiali del 2002, racconta la sua carriera da calciatore e allenatore, in uno spezzone tratto dal libro “I Mondiali dei vinti: Storie e miti delle peggiori nazionali di calcio” di Matteo Bruschetta.

“Zingaro e giramondo. Nel mondo del calcio, quando parlano di me, Velibor Milutinović, per tutti Bora, pongono sempre l’accento sulla mia attitudine di globetrotter. La mia vita è un romanzo di avventura, un libro di viaggi, con tante pagine da raccontare. Ho giocato e allenato in quattordici paesi, mi manca solo l’Oceania per poter dire di aver vissuto in ogni angolo della Terra. Parlo cinque lingue: serbo, inglese, spagnolo, francese, italiano, qualche parola in russo e in mandarino. Nessuno sa di preciso quando sono nato: nel 1939, nel 1940 o nel 1944? Dipende da chi me lo chiede, amigo.

Quel che è certo è il luogo: Bajina Basta, una città di montagna bagnata dal fiume Drina, ai confini tra Serbia e Bosnia Erzegovina, che al tempo apparteneva al Regno di Jugoslavia. Non ho mai conosciuto mio padre Orzad, caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, combattendo per i partigiani di Tito. Un anno dopo è morta anche mia madre Darinka, se la portò via la tubercolosi. Sin da piccolo, viaggiare è sempre stato nel mio destino. Assieme a mia sorella Milena e ai miei fratelli Miloš e Milorad, sono andato a vivere da zio Milan e zia Draga a Bor, una città a 40 km dal confine con Bulgaria e Romania, che aveva una delle più grandi miniere di rame d’Europa. Zio Milan era fornaio dunque il pane in tavola non è mai mancato.

Quando ero bambino, ogni 29 novembre, festa della Repubblica, vestivo il foulard rosso e la Titovka, il cappellino blu, e sfilavo con i Pionieri di Tito. Bei tempi, la Jugoslavia era un paese unito e orgoglioso. L’infanzia l’ho trascorsa giocando a scacchi e a calcio per strada, usando un pallone fatto con vescica di maiale, soffiata e riempita all’interno di un calzino. I miei modelli erano i miei fratelli, che giocavano nel Partizan Belgrado, la migliore squadra dei Balcani.

Miloš in particolare era un fenomeno, lo chiamavano “Plava čigra” (il cicalino biondo), per le sue abilità con il pallone. Miloš partecipò con la Jugoslavia a due edizioni dei Mondiali, nel 1954 e nel 1958, e giocò in Germania con il Bayern Monaco e in Francia, con Racing e Stade Français, due club di Parigi. Santiago Bernabéu lo voleva al Real Madrid ma non lo lasciarono andare. Milorad invece fu convocato ai Mondiali del ’58 e giocò in Svizzera, con La Chaux-de-Fonds e Neuchâtel Xamax. Da calciatore non ho mai partecipato ai Mondiali, ma mi sono poi rifatto con gli interessi da allenatore.

Come Miloš e Milorad, anch’io sono cresciuto nel Partizan e una delle mie prime esperienze all’estero fu il torneo di Viareggio, dove ho giocato contro il Milan di un certo Giovanni Trapattoni. Ogni slavo prima o poi se ne va a conoscere il Mondo e così, a metà degli anni Sessanta, ho lasciato la Jugoslavia. Era un’avventura, mica potevo prevedere che non sarei più tornato indietro. Ho giocato in Svizzera, a Winterthur, e in Francia, a Montecarlo, Nizza e Rouen. La mia ultima tappa da calciatore fu oltreoceano, ai Pumas di Città del Messico. Mentre tanti europei svernavano negli USA, io invece nel 1972 sono andato in Messico, una terra che mi ha cambiato la vita. Lì ho conosciuto la mia futura moglie, Maria del Carmen Méndez, figlia di un ricco proprietario terriero. Avere un padre povero è destino, ma avere un suocero povero è da stupidi, amigo.

Ciudad de México era una città incantevole in cui vivere, non c’erano lo smog e il traffico di adesso. Con i Pumas ho giocato quattro anni e nel 1976, nella mia ultima stagione da calciatore, abbiamo vinto il campionato messicano. Nel frattempo ho preso il patentino di allenatore ma il mio futuro era incerto. I dirigenti dei Pumas ebbero l’intuizione di affidarmi la panchina, al posto dell’ungherese Jorge Marik. Mi trovavo nel posto giusto al momento giusto: il club si stava ristrutturando e cresceva un’ottima generazione di giovani calciatori, tra cui Hugo Sánchez e Manuel Negrete. Dopo due finali perse, nel 1981 abbiamo vinto il campionato messicano mentre l’anno prima avevamo conquistato la Coppa dei Campioni Concacaf e la Coppa Interamericana contro gli uruguagi del Nacional.

Questi successi mi aprirono le porte della nazionale messicana nel 1983. Al tempo “El Tri” non era il gigante di adesso: aveva fallito due qualificazioni ai Mondiali, nel 1974 e nel 1982, e in Argentina nel 1978 aveva perso tre partite su tre. Dopo la rinuncia della Colombia, il Messico era stato scelto come paese organizzatore dei Mondiali 1986 e in due anni, per prepararci al meglio, abbiamo giocato una sessantina di amichevoli in giro per il Mondo. A causa di un disastroso terremoto, il morale del popolo messicano era basso, c’era grande paura di una figuraccia.

Contro pronostico, siamo invece arrivati ai quarti di finale, dove siamo stati eliminati ai rigori dalla Germania Ovest. Durante il torneo, il giorno prima della partita contro l’Iraq, nacque anche mia figlia Darinka. Il governo messicano mi ha premiato con l’Aguila Azteca, il massimo onore per uno straniero, solo due sportivi prima di me avevano ottenuto quel riconoscimento. Più che i premi però, il ricordo più bello che mi porto dal Messico sono le duemila persone venute a salutarmi all’aeroporto il giorno del mio addio. Piangevano tutti e scappò qualche lacrima anche a me”.

 

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