I MONDIALI DEI VINTI: IRAQ 1986

Ahmed Radhi, bomber dell’Iraq, racconta le torture e le pressioni a cui erano sottoposti gli sportivi iracheni durante la dittatura di Saddam Hussein e del figlio Uday, in uno spezzone tratto dal libro “I Mondiali dei vinti: Storie e miti delle peggiori nazionali di calcio” di Matteo Bruschetta.

“Negli anni Novanta il calcio iracheno non riuscì a primeggiare come nel decennio precedente, complici anche le sanzioni internazionali dopo l’invasione irachena del Kuwait nella Guerra del Golfo del 1990. Uday Hussein era sempre più frustrato dalle nostre sconfitte. Cominciò a utilizzare in Nazionale un metodo che noi giocatori dell’Al-Rasheed purtroppo conoscevamo molto bene: il thawab e akab, ricompensa e punizione. Per le vittorie ho ricevuto in regalo un’automobile e denaro ma, allo stesso tempo, sono stato punito dopo alcune sconfitte.

Durante la mia carriera, sono stato imprigionato in tre occasioni su ordine di Uday, nel carcere di Al-Radwaniyah, situato circa 30 km fuori Baghdad. La prima volta, nel 1985, mi rasarono i capelli a zero, che nella nostra cultura è considerata un’umiliazione. Sono stato inoltre percosso dalle guardie, che mi frustavano con cavi elettrici mentre facevo le flessioni. La seconda volta fu nel 1989, dopo un match perso con l’Al-Rasheed. Io, Laith Hussein, Karim Alawi e Habib Jafar siamo stati imprigionati per cinque giorni in una cella minuscola, dove si faticava a respirare e dovevamo dormire sdraiati sul pavimento senza coperta né cuscino.

Nella sua mente contorta e sadica, Uday credeva che la prigione e le torture ci avrebbero reso più forti e disposti a tutto pur di vincere. Su molti miei compagni invece otteneva l’effetto contrario, scendevano in campo impauriti e con il terrore di sbagliare. Le punizioni non riguardavano solo noi calciatori, ma anche allenatori, dirigenti, arbitri, pugili, lottatori, pallavolisti, persino giornalisti sportivi. I motivi per imprigionarci erano i più svariati: una sconfitta, una cattiva prestazione, un allenamento saltato, un atto d’indisciplina o una protesta contro un arbitro. Nessuno sfuggiva alla sua follia e nessuno poteva liberamente ritirarsi dal calcio, altrimenti rischiava di essere considerato un nemico del regime, che in Iraq significa pena di morte.

Uday non ci torturava personalmente, ma gli piaceva guardare le sue guardie, chiamate “i maestri”. Era diabolico e crudele. I metodi di tortura erano i più svariati e violenti. La bastonatura, a colpi di canna; la falaka, frustate alle piante dei piedi; essere trascinati nella ghiaia e poi dover saltare da venti metri d’altezza nel letame, per far sì che le ferite fossero infettate. Le punizioni riguardavano singoli atleti, ma anche tutta la squadra. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali di USA ’94 ad esempio, ci costrinsero ad allenarci con un pallone di cemento, mentre le guardie osservavano sghignazzando. In un’altra occasione, Uday imprigionò tutti i membri di una nazionale giovanile, dirigenti inclusi, in una delle sue tenute di campagna. Si verificarono diversi casi di colera e, per paura che i calciatori malati potessero infettare le vacche frisone importate dall’Olanda, tutti furono rilasciati dopo tre settimane di detenzione.

Le torture non erano solo fisiche ma anche psicologiche. Ci minacciava di mandarci al fronte nella Guerra del Golfo o far esplodere l’aereo quando andavamo a giocare all’estero, se non avessimo ottenuto risultati soddisfacenti. Uday non era un esperto di calcio ma dava comunque indicazioni all’allenatore sui calciatori da schierare. Nel nostro spogliatoio c’era un telefono che Uday utilizzava per minacciarci, prima o durante l’intervallo delle partite.

Il quartier generale di Uday era negli uffici del Comitato Olimpico, situato in Palestine Avenue a Baghdad. Nel garage c’erano le sue Ferrari, Lamborghini, BMW, Rolls-Royce e altre auto di lusso. Al primo piano, dietro un salone conferenze con 300 posti a sedere, c’era la sua prigione privata, con quindici piccole celle. Qui Uday incarcerava gli atleti che lo avevano irritato, mentre se era veramente arrabbiato, li spediva nella prigione di Al-Radwaniyah. Al secondo piano c’erano gli uffici dei Fedayeen, le sue milizie personali; al quinto i giornalisti del suo quotidiano sportivo; il settimo era riservato ai suoi festini personali, dove Uday si ubriacava e stuprava le donne invitate.

Gli atleti iracheni che riuscirono a fuggire all’estero, provarono a denunciare le sevizie di Uday e dei suoi sgherri. Uno di questi fu Sharar Haydar, mio compagno di nazionale alle Olimpiadi di Seoul 1988. Corrompendo degli ufficiali, riuscì a passare il confine con la Giordania e, dopo un lungo peregrinare, andò a vivere a Londra, dove riuscì a trovare un lavoro come giornalista. Haydar ebbe il coraggio di raccontare le sofferenze e le ingiustizie subite in Iraq, nonostante il pericolo di vendetta del regime nei confronti dei suoi familiari.

Uday Hussein si mise in contatto con Haydar, promettendogli un lavoro prestigioso in Iraq, se fosse tornato e avesse smesso di scrivere articoli contro di lui. Haydar non accettò, era stato uno dei primi ad accusare pubblicamente Uday e di ciò era molto orgoglioso. Dopo le segnalazioni sue e di altri atleti rifugiati, la FIFA e il CIO aprirono un’inchiesta e inviarono dei dirigenti a Baghdad per investigare. Ovviamente nessun atleta ebbe il coraggio di parlare, nessuno dichiarò la verità per paura di rappresaglie da parte degli uomini di Uday”.

Per leggere l’intero racconto dell’avventura dell’Iraq ai Mondiali del 1986, potete acquistare il libro “I Mondiali dei vinti” in formato ebook o cartaceo su Amazon, cliccando su questo link.

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