PALLA IN CURVA: STORIA DI UN GOL SBAGLIATO

Quando si dice Mario Pastorelli si dice “palla in curva”. Nell’immaginario di milioni di tifosi è rimasto quel gesto, quel tiro, a pochi metri dalla porta vuota nella finale di coppa, e quella palla che si alza, inesorabilmente, a disegnare un arco nel cielo, e finire in curva. E tutto questo a pochi minuti dalla fine, dopo una cavalcata di ottanta metri, uno slalom che aveva lasciato i difensori come birilli, e il portiere a terra, qualche metro indietro, già rasseganto a raccogliere la palla dall’erba sul fondo della rete. 

Invece, non parve neanche vero ai tifosi dell’Esperanto che Pastorelli sbagliasse quel goal.

Ma la storia di quel tiro comincia tanto tempo prima.

Circa due anni.

Quando il presidente dello Sporting Wallaroa chiama Pastorelli nel suo ufficio al termine di una stagione trionfale: 42 reti, 13 assist e un rigore parato nel derby, quando il portiere Szolevizch si era fatto sbattere fuori per un’uscita rovinosa su Pedrosa, l’attaccante del Silver Hill ormai lanciato a rete. Invece niente, Szolevizch l’aveva travolto come una valanga. Espuslione e rigore. Allora Pastorelli, che di mestiere faceva goal e impazzire gli avversari, raccolse i guanti che Szolo aveva buttato a terra, se li infilò e andò a mettersi sulla linea di gesso bianco, all’ombra della traversa.

Il sole era alto sullo stadio e, ad alzare lo sguardo, e a fissarlo, ti sembrava di vedere gli avvoltoi girare in cerchio intorno al disco abbacinante, aspettando di banchettare sul cadavere del povero portiere trafitto.

Pastorelli sputò nella polvere e si disse che quelle bestiacce avrebbero dovuto aspettare ancora un po’ per festeggiare.

Poi l’arbitro si portò il fischietto alla bocca e Pedrosa prese una rincorsa breve, di qualche passo, due, tre, non di più. Aspettò che l’arbitro fischiasse e a quel punto lasciò partire una fucilata all’angolo basso.

Pastorelli balzò come un gatto e andò a prendere quel tiro che tutti giuravano sarebbe entrato. Lo toccò con la punta delle dita, quel tanto che bastava per sporcarlo e deviarne la traiettoria perfida; e farlo finire a bivaccare tra i cartelloni che ti dicevano Bevi cocacola, Bevi!

Poi si alzò e, ancora coperto di polvere, tirò su il pugno contro il cielo come a dire Hai visto che so fare?, alle divinità del calcio.

Perchè per lui, quello, non era solo un rigore parato. Quello era un rigore parato al Silver Hill. La sola partita che conta davvero quando sei nato e cresciuto tra i vicoletti di Wallaroa, il quartiere a ridosso del porto che chiamano anche Piccola Sicilia. Quando nasci lì, il tuo sangue non è rosso, ma verde e giallo, come i colori dello Sporting.

Chi se ne infischia, poi, se la squadra, da anni, non conosce più l’aria rarefatta dell’alta classifica. Poco importa che il passato glorioso sia ridotto ai ricordi dei vecchi che discutono in dialetto intorno alle tazzine di caffè, ai tavolini dei bar, quando dicono Ti ricordi di Franchini, Tosi, Carnetti. E poco importa che il Silver Hill, col suo carico di milioni si compri tutti i migliori, che controlli i trasferimenti, i mercati, le vittorie, gli scudetti. A Wallaroa resta un’idea di calcio romantico. Fatto non tanto di vittorie ottenute quanto di sconfitte evitate.

Ettore, da quelle parti, conta più di Achille.

E, fin da bambino, Pastorelli aveva sognato di essere quell’Ettore. E lo era diventato.

42 reti, 13 assist e un rigore parato, nel derby. Semplicemente sublime.

Fino al momento in cui il presidente Caldori non lo chiamò nell’ufficio e gli comunicò che c’era un’offerta per lui.

“Non mi interessa,” rispose Pastorelli.

Caldori fece una faccia infastidita e si sistemò sulla poltrona.

“Ascolta,” disse. “Qui non è in discussione la tua volontà. Ti sto comunicando che c’è un’offerta per te.”

“E io le sto comunicando che l’offerta non mi interessa.”

“No, ma interessa a me.”

Caldori si piegò sull’interfono e disse: “Dolores, portami un’alka seltzer e un bicchiere d’acqua.” Poi, rigirandosi verso Pastorelli: “A che punto eravamo rimasti?”

“Le stavo dicendo che non mi importa delle offerte. Sto bene dove sto.”

“Già.”

Dolores entrò e gli porse un bicchiere e una pastiglia.

“Grazie Dolores.” Caldori la buttò giù carezzandosi lo stomaco irritato. “Ascolta,” disse poi. “Ascolta al posto di parlare. L’offerta è davvero buona. Hanno messo sul piatto un sacco di soldi e io, francamente, non sono nella posizione di poter dire di no. Lo sai quanto ho dovuto sborsare di tasca mia per tenere in piedi questa baracca che rischia di crollare da tutte le parti?”

Pastorelli sapeva che quella era una domanda a cui non doveva rispondere veramente, una domanda tanto per fare. Così si limitò a rimanere in silenzio e serrare la mascella aspettando che l’altro finisse.

“Un sacco di soldi. Un sacco di soldi, ti dico. E adesso non ne ho più. Sono finiti. Basta. Non tiro più fuori un centesimo. E’ finita la festa. Da adesso si cominciano a fare le cose per bene. Basta con questa storia dello Sporting di qui, di Wallaroa di là. Non ho comprato la squadra per rimetterci fino all’ultimo centesimo.”

“Se è un problema di soldi posso giocare gratis.”

“Allora non mi ascolti. Ho messo un sacco di soldi in questa barca che affonda, adesso è venuto il momento di riportarne un po’ a casa.”

Pastorelli sentì che c’era qualcosa che strideva nel discorso di Caldori. Non riusciva a individuare cosa, ma qualcosa strideva.

“Se non sono d’accordo non potete vendermi,” disse soltanto.

“Se non sei d’accordo passi il resto del tuo contratto in panchina.”

Pastorelli guardò Caldori che aveva una faccia sofferente. Una faccia da ulcera perforata.

“Chi è che mi vuole?”

“Hanno offerto 12 milioni di dollari. Con quelli ci sistemiamo la difesa per l’anno prossimo. Burreto comincia ad avere la sua età e Coldamanti vuole andarsene in Europa.”

“E a me cosa ne viene in tasca?”

“Tanto per cominciare giocherai. E poi credo che ci saranno parecchie soddisfazioni anche per te. Soddisfazioni monetarie, voglio dire.”

“Di chi è l’offerta?”

Caldori sapeva che quella era la parte più difficile, così lo disse con semplicità: “Il Silver.”

E fu la semplicità elementare della fucilata.

“Sta scherzando?”

“Io non scherzo mai quando si tratta… cristo che male… quando si tratta di soldi.”

“Non esiste. Non esite proprio.”

“Pastorelli, non te lo sto chiedendo. Te lo sto dicendo e basta.”

Quell’estate Mario Pastorelli passò al Silver Hill per 14 milioni di dollari, un record per l’epoca. Ci furono manifestazioni, proteste della tifoseria che minacciò di disertare lo stadio, fiaccolate, e insulti per Pastorelli. Scritti con vernice rossa sul muro davanti a casa.

Perchè in tutto quello, lui non se lo sognava davvero di lasciare la Piccola Sicilia e trasferirsi altrove.

Allora l’unica cosa che trovò da fare, fu di chiudersi in un lungo, prolungato, ostinato silenzio testardo.

Così, gli aveva insegnato il padre, fanno gli uomini. Non scaricano la colpa sugli altri. Non si nascondono dietro piagnucolii L’hanno voluto gli altri, mi hanno obbligato, io volevo restare. O stai, o te ne vai, e in ogni caso te ne assumi la responsabilità. Lui lo fece. Con una dignità di cui non crederesti capace un giocatore di football.

Ma lui era dello Sporting, che non è una semplice società sportiva.

Così non disse niente, accettò il trasferimento e l’insulto e quando si trovò addosso la maglia argentata del Silver fece il suo mestiere, che era quello di fare goal e impazzire gli avversari; ma in tanto, uno sciame di api gli ronzavano nella testa e gli dicevano quello che avrebbe dovuto fare per avere la sua vendetta. E quello che avrebbe dovuto fare si concretizzò lì, al minuto 88 di quella coppa che, da anni, il Silver perseguiva con caparbietà, quasi ossessione.

Nella finale contro l’Esperanto.

Pastorelli aveva sempre saputo come far male agli eterni nemici del Silver, e quella fu la volta che gliene fece di più.

Una galoppata senza senso, da grande giocatore, poesia pura, a rivederla ancora oggi: difensori lasciati a terra, saltati con un’agilità mostruosa, uno via l’altro, fino a quel portiere che esce, lui finta sull’esterno e il portiere ci casca, si lascia cadere mentre palla e uomo gli sfilano via, con una leggerezza da farfalla, dall’altra parte, e Pastorelli che arriva lì, a pochi metri dalla porta vuota. Si ferma, guarda lo stadio, i tifosi che esultano, guarda i compagni immobili, gli avversari a terra, guarda la tribuna d’onore dove il presidente del Silver si è alzato in piedi applaudendo, e calcia una parabola pulita e netta, un arco in cielo che disegna incredulità e finisce in curva.

Poi Pastorelli si toglie la maglia argentata, la infila tra le maglie della rete, e se ne esce dal campo. Per sempre.

Perchè con quel gesto lì, quella parabola, la sua carriera è finita per sempre, lo sa perfettamente; ma per sempre resterà, nel cuore e negli occhi dei tifosi dello Sporting, come un gesto nobile e romantico. Qualcosa di altri tempi che i vecchi al bar, intorno a una tazzina, racconteranno ai figli dei loro figli.

Come l’ultimo affondo di Ettore, prima di cadere nella polvere.

 

A CURA DI FRANCESCO SCARRONE

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