LO ZAR PIETRO VIERCHOWOD

Lungolago di Como, un pomeriggio d’estate. Fa caldo e l’umidità è soffocante. Niente di tutto questo però oscura la bellezza del Lario, una delle perle d’Italia costeggiato da due simboli: da una parte il Tempio Voltiano, dedicato al grande fisico comasco Alessandro Volta, dall’altro il “Sinigaglia”, lo stadio principale della città, dove gioca la squadra biancazzurra. E da lì, da quella direzione, sbuca Pietro Vierchowod. Quasi volesse ripercorrere le sue origini, visto che la sua carriera d’alto livello è partita da quell’impianto.

ORIGINI

La carriera di Pietro parte dai dilettanti. La squadra è la Romanese, una piccola società in provincia di Bergamo, comune dove il papà, soldato dell’Armata russa originario di Kiev, si stabilisce dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sono passati più di 40 anni: è il 1975 quando Pietro Vierchowod si avvicina al piccolo club lombardo, che allora militava nel massimo campionato dilettanti.

“Il calcio era il mio pallino. Ricordo che, appena finito scuola, correvo in strada e giocavo a lungo. Avevo sostenuto dei provini con Atalanta e Milan, ma senza successo. Sapevo in cuor mio che, più di una serie D, non potevo ambire anche se avevo buone doti fisiche: ero veloce e potente. Si presentò l’opportunità di andare in questa squadra, che era a qualche chilometro da dove abitavo. Accettai”.

All’epoca Vierchowod ha 16 anni. “Già lavoravo. Facevo l’idraulico a Spirano, dove abitavo, sempre nel Bergamasco. Volevo però continuare a giocare e così scelsi di andare alla Romanese. Lo schema era quello classico: tre allenamenti alla settimana, martedì, mercoledì e venerdì, e la partita della domenica. Andavo in macchina con un mio compagno, appena diventato maggiorenne. Partivamo alle 6 di sera con la nebbia della Bassa Lombarda, dopo un giorno di lavoro: abbiamo fatto tanti sacrifici, eppure non abbiamo mai saltato un allenamento. Era il nostro sfogo, non vedevamo l’ora di andare al campo”.

“Sentivo di essere in soggezione, ero il più piccolo del gruppo. Scaricavo il pullman quando giocavamo in trasferta, per fare un esempio: avevo il desiderio di rendermi utile per i compagni. Ricordo che tutti mi avevano accolto bene, mi davano una mano ma in parte era merito mio perché sono sempre stato coi piedi per terra. Adesso un ragazzo gioca una partita bene e si sente professionista”.

COMO

Lo nota il Como, che lo tessera e lo impiega nel settore giovanile. A Como Pietro si divide tra lavoro (“Facevo il centralinista con Matteoli”) e collegio: “Alle 12 mangiavamo e alle 14 si partiva per Orsenigo per l’allenamento. Quindi si tornava nuovamente in collegio. Se mi è mai pesata questa vita? Per niente: io volevo soltanto arrivare, quindi tutto ciò che si doveva fare per emergere lo facevo senza alcun problema”.

Vierchowod esordisce in B nel 1977 dopo una stagione con la Berretti, quindi torna in C e nel giro di tre stagioni lui e il Como mettono a segno tre promozioni: dalla terza serie alla A, lo Zar gioca 99 partite, le condisce con 5 gol e ormai, quando siamo nel 1981, è uno dei giovani difensori più interessanti di tutta Italia tanto che a gennaio debutta con la nazionale maggiore a Montevideo per un match del Mundialito contro i Paesi Bassi.

“Fu la prima presenza per me in azzurro. E con me all’esordio c’era un altro che avrebbe fatto la storia del calcio italiano: Carlo Ancelotti”. E’ ormai chiaro che Vierchowod debba lasciare il Lario. La chiamata importante arriva ed è della Sampdoria, che allora militava in serie B. Eppure, grazie al suo presidente Paolo Mantovani, la società aveva già le idee chiare su futuro e ambizioni. Contratto firmato e Vierchowod rimane in A visto che viene ceduto in prestito prima alla Fiorentina poi alla Roma.

SAMP

“Paolo Mantovani – ricorda Renzo Parodi, storico giornalista genovese – voleva a tutti i costi Pietro. Naturalmente anche la Roma e con essa Giulio Andreotti, grande tifoso giallorosso e al tempo Ministro degli Esteri nel governo Craxi. Non era facile vincere tale resistenza ma Mantovani riuscì a convincere Vierchowod aiutandolo nella sua vita privata: al tempo Pietro aveva un fratello con un grave problema di salute e il presidente della Sampdoria lo curò a spese sue. Così facendo il giocatore, stupito da questo gesto, decise di firmare per i blucerchiati e abbandonò ogni sua velleità di rimanere nella capitale. In fondo era anche contento di arrivare a Genova, sapeva di essere stato acquistato da una società ambiziosa”.

“Il valore aggiunto della Samp era Paolo Mantovani – ricorda Pietro – Lui aveva capito che per puntare in alto doveva acquistare ragazzi con un futuro e lo fece, gettando delle basi importanti. Ma soprattutto era un padre di famiglia: non ti convinceva a rimanere con un ingaggio faraonico, ma trasmetteva sicurezza a tutti e non alzava mai la voce. Era un piacere avere a che fare con lui. Ciononostante era un proprietario molto competitivo, gli interessava vincere ma per noi c’era sempre: se io, Pagliuca, Mannini, Mancini, Vialli e Pari siamo rimasti per tanti anni è stato sicuramente merito suo, delle sue ambizioni ma in particolare del suo modo di essere”.

Con la Sampdoria invece rimane sino al 1995, collezionando ben 358 presenze. “Anni stupendi, si formò un gruppo magnifico tenuto splendidamente in mano da Boskov. Dicevano che con un altro allenatore avremmo vinto di più: non credo. Lui era perfetto per il nostro gruppo. E’ stato per tanti un secondo padre: dopo un ko per 3-0 riusciva a dire che era meglio perdere così che 4-0, in altre circostanze si vincevi ti attaccava. Sdrammatizzava, in altre parole. E ci faceva stare bene, molto bene: lavoravamo tranquilli. Con tanti altri allenatori, se perdevi la domenica il martedì era un incubo. Di sicuro so che avrei potuto andarmene tante volte, ma i compagni mi convinsero a restare.

Nel 1990 ero a un passo dal Milan: eravamo in ritiro prima della finale di coppa Italia e Vialli e soci passarono sempre vicino alla mia camera di notte per urlarmi “traditore”. Rimasi, convinto anche da Mantovani che, dopo la coppa vinta, mi allungò il contratto offrendomi di più. Un’altra volta ero a un passo dalla Juve: Mantovani aveva già detto sì a Boniperti, io ero a cena con mia moglie a Capri con Montezemolo che aspettava solo il mio “sì”. Finì la cena, ordinò lo champagne per festeggiare: si aspettava la mia stretta di mano ma, anche lì, rifiutai. La Samp era nel mio cuore”.

NAZIONALE

Dopo aver giocato i mondiali del 1986 da titolare, Pietro non viene più calcolato sino al 1990, l’anno in cui la competizione si svolge in Italia. La “scusa” con cui viene richiamato da Azeglio Vicini dopo quattro anni di assenza è una sola: “Dovevamo giocare a Rotterdam una gara amichevole contro i Paesi Bassi. Io, a detta di tanti ero l’unico a poter marcare Van Basten. Consapevoli anche i vertici di questo mi richiamarono”. Lo Zar annulla il centravanti del Milan, con cui aveva inscenato duelli epici nel campionato italiano. Il giocatore della Sampdoria torna così in azzurro e viene convocato per i Mondiali.

“Giocai 20 minuti sia con la Cecoslovacchia, gara del girone, sia con l’Uruguay negli ottavi di finale. Non ero per nulla soddisfatto del mio impiego. Arrivò quindi la semifinale di Napoli con l’Argentina e lì pensavo di giocare considerato che ero uno dei pochi in grado di fermare Maradona. Niente, neanche lì”.

“Sono convinto che con me in campo arrivavamo a giocare la partita di Roma e non solo: eravamo in grado di vincere il mondiale. Io sapevo marcare Maradona e lo stesso Diego lo sapeva: giocavo in anticipo, forte delle mia velocità. Era l’unico modo di limitarlo e io ci riuscivo. Vicini doveva farmi scendere in campo almeno l’ultima mezzora in quella gara con l’Argentina. Quel mondiale rimane il più grande rammarico della mia carriera”.

La sua esperienza in nazionale si chiuderà poi nel 1993, dopo l’ultima gara giocata a Trieste nel 1993 con l’Estonia. “Sacchi mi chiamò per i campionati del mondo di Usa 1994 per fare la chioccia. Io mi sentivo ancora bene, volevo giocare. Così rifiutai. Anche Ancelotti mi disse di tornare sui miei passi. Dopo la prima partita Baresi si fece male: dovevo andare, sarebbe stato il mio quarto mondiale. Fu un errore non dire di ‘sì’ “.

RITIRO

Vierchowod chiude a 41 anni a Piacenza in serie A, dopo aver giocato anche nel Milan. “Nel 2000 mi voleva il Chievo per salire in serie B, ma dissi di no perché volevo chiudere la mia carriera nel campionato pro più importante – racconta il difensore -. Non volevo scendere, seppur il progetto fosse ambizioso. Ma avevo giocato al top e avevo intenzione di chiudere così: in più di 20 anni di carriera ho avuto la fortuna di essere compagno di squadra di Falcao e Cerezo, i calciatori più forti che abbia mai visto. Ho marcato Van Basten, Careca e Maradona e con loro ho sempre duellato alla pari. So che io avevo piedi ‘di legno’ ma so di essere stato bravo perché io ho avuto la testa giusta per stare ad altissimi livelli, anche accompagnato da ottime doti fisiche: facevo i 100 in 10’’8… ”.

SEGRETO

 “In tante stagioni di carriera non ho mai avuto eccessi. Per me è stato normale. Ho sempre seguito una dieta fatta apposta per uno sportivo, andavo sempre a letto prima di mezzanotte, ero sempre il primo ad arrivare al campo da allenamento e l’ultimo andare via.

Era la vita che desideravo e non mi ha mai pesato perché, in quei momenti, pensavo ai tanti amici che lavoravano in fabbrica. Io invece stavo all’aria aperta, in mezzo a tanti miei coetanei e praticavo uno sport che mi piaceva molto. Adesso sento parlare di stress legato al calcio: non capisco. A me questo sport non ha mai tolto nulla, mi ha dato soltanto. Questi concetti provo a trasmetterli ora ai ragazzi ma è dura.. Uno stile di vita così però mi ha permesso di giocare ad alti livelli oltre i 40 anni, mentre tanti miei compagni, che non si comportavano in maniera professionale, a 35 anni già smettevano.

A Piacenza tanti giovani mi prendevano in giro perché a 40 anni arrivavo al campo per primo e lavoravo più di tutti. Io ho chiuso con più di 500 presenze in A, alcuni di quelli che mi criticavano non li ho più visti sui campi di calcio… Forse anche questo mi ha dato essere partito dai dilettanti: il rispetto per tutti e l’apprezzare, valorizzare ogni singolo momento della vita calcistica”.

 

 

DichArazionI tratte dal libro:
Il sogno blucerchiato – Il Top 11 dei calciatori partiti dai dilettanti e arrivati a vestire la maglia della Sampdoria
Autore: Alberto Bertolotto.
Acquistabile su:  Sport Media

 

 

 

Pietro Vierchowod

NATO IL: 6 Aprile 1959, Calcinate.

RUOLO: Difensore Centrale.

SOPRANNOME: Lo Zar.

CARRIERA

1976–1981 Como.

1981–1982 Fiorentina.

1982–1983 Roma.

1983–1995 Sampdoria.

1995–1996 Juventus.

1996–1997 Milan.

1997–2000 Piacenza.

PALMARES CLUB

Roma

1 Serie A: 1982–83.

Sampdoria

1 Serie A: 1990–91.

5 Coppa Italia: 1984–85, 1987–88, 1988–89, 1990–91, 1993-94.

3 Supercoppa Italiana: 1988, 1989, 1994.

1 Coppa delle Coppe: 1989–90

Juventus

1 Supercoppa Italiana: 1995

1 UEFA Champions League: 1995–96

NAZIONALE: 1981–1993 Italia 45 Presenze.

PALMARES NAZIONALE:

1 Campionato del Mondo: Spagna 1982.

1 Bronzo Mondiale: Italia 1990.

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *