ROBERTO ROJAS: INGANNO, VERGOGNA E PENTIMENTO

La vergogna è una belva che non andrebbe guardata mai negli occhi. Logora e corrode, marcisce, divora dall’interno. Forte e diabolico è l’uomo che sa vivere in sua compagnia, ignorandola, tenendola a bada laggiù, nel profondo di se stesso. Io non ce l’ho fatta, l’ho sputata fuori, la mia vergogna si chiamava Maracanã. 

Il piano era perfetto. Quasi. Vincere a tavolino in casa del Brasile. Ai Mondiali italiani dell’anno dopo sarebbe andata solo una squadra: o loro, o noi cileni. La partita di Rio era come uno spareggio. Il piano nacque per scherzo, in allenamento, a un certo punto caddi e il ct Aravena disse: “Se vai a terra così anche allo stadio, ci danno la partita vinta”. Non so se vi è mai capitato. Quelle parole restarono incastrate qui, dentro la mia testa.

Dissi a Fernando Astengo, il difensore che era il vice capitano, che potevamo farcela. Il Maracanã sarebbe stato un inferno, un’occasione ce l’avrebbe offerta, o comunque l’occasione l’avremmo creata noi. Sarebbe bastato andare a recuperare un pallone dietro la porta, sotto i tifosi brasiliani, e poi cascare giù, fingendo di essere stato colpito da una pietra. “Se dietro la porta ci vai tu – gli dissi – allora io che sono il capitano decido di ritirare la squadra. Oppure il pallone vado a prenderlo io e allora la squadra la ritiri tu”. Dopo lui ha negato, ma il patto era quello, le cose stavano così. Forse Fernando è uno di quegli uomini che la vergogna non la guardano mai negli occhi.

Mi chiamavano il Condor. Per l’agilità e per via del mio naso. “È tutto pronto”, mi disse negli spogliatoi Alejandro Kock, il fisioterapista, passandomi una lametta avvolta in una carta adesiva. Una specie di piccolo bisturi. Lo sistemai dentro il calzettone del piede sinistro e giocai così tutto il primo tempo. Era scomodo. Nell’intervallo lo sfilai dalla gamba e lo misi dentro un guanto, convinto che mi sarebbe servito.

Al minuto 69 l’occasione arrivò: a una tifosa brasiliana, chissà come, passò per la testa di lanciare un bengala in campo. Era alle mie spalle, non lo vidi neanche. Quando lo sentii esplodere mi buttai, con la testa fra le mani, gli occhi socchiusi, una luce verde accanto a me. Appena ci fu un po’ di confusione, tirai fuori la lametta e mi tagliai un sopracciglio. Qualcuno arrivato di corsa dalla panchina, mi versò sulla fronte della passata di pomodoro. Doveva sembrare sangue. Tanto sangue. Come al cinema.

Careca, che aveva segnato il gol dell’1-0 per il Brasile, venne a vedere cosa stava succedendo. I miei compagni fecero dei gesti al pubblico, mentre io venivo caricato su una barella e portato fuori. Avevamo la vittoria a tavolino in tasca, la squadra si ritirò, lasciò il campo e scese nello spogliatoio con me. Quando arrivammo a Santiago, ero il martire del Maracanã. Ero un eroe.

Brasile fuori dai Mondiali, il piano si stava realizzando. Ma la Fifa si mise a ispezionare foto e filmati. Tutto quel sangue per un bengala, forse gli dovette sembrare strano, forse esagerammo con la salsa. Insomma: se ne accorsero. Mi interrogarono e io negai. Mi mostrarono le prove e io negai. Per nove mesi ho respinto le accuse, per nove mesi ho portato la vergogna dentro, evitando di guardarla. Ma quello era il vero inferno, altro che Maracanã.

Era un peso. Era come vivere dentro il mio funerale. Non ressi, non ce la facevo. Confessai tutto alla mia sposa, poi a mia madre, poi a mio fratello, infine a tutti. La Fifa mi squalificò a vita, ma io so bene chi volle quella punizione. I vertici della federazione cilena. Ce l’avevano con me. Già prima del Maracanã, avevano firmato un documento con il quale stabilivano che non avrei mai più potuto giocare in un club cileno. Secondo loro avevo tradito, ero andato a giocare in Brasile, nel San Paolo. Davo fastidio, ecco la verità. Il regolamento Fifa del 1989 prevedeva due anni di squalifica in caso di colpe gravi. Per me dissero No, squalifichiamolo a vita, così non avremo mai più degli imbroglioni, ma vi pare che dopo di me gli imbroglioni si siano estinti?

Ho impiegato del tempo per riconciliarmi con il calcio. Ho capito cosa significa rimanere da solo, cosa vuole dire provare la nostalgia di una camera in cui spogliarsi con i compagni, ho visto con i miei occhi come si maneggia la macchina del fútbol. È complicato, il sistema. Fu molto duro con me, specialmente se confronto il mio errore con quelli degli altri. Quando un padre punisce un figlio per un brutto voto a scuola, deve dargli la possibilità di riscattarsi, altrimenti la punizione non serve a niente, neanche è credibile.

Perché Maradona è tornato due volte dopo le squalifiche per doping? Io questo me lo sono domandato spesso. Cos’è più grave, consumare droga o commettere il mio errore? Non è vero che mi pagarono, volevo solo fare qualcosa per il mio Paese, portarlo ai Mondiali in Italia, chi ho danneggiato, se non me stesso?

Sono pentito. Non lo rifarei. Ho capito di aver sbagliato quando mi hanno tolto tutto. Il calcio era il mio lavoro e la mia gioia. Da eroe di Santiago a uomo inutile. Desideravo solo tornare il signor Rojas che ero prima del Maracanã, non come giocatore, dico come persona. Pensavo a quand’ero bambino, quando tifavo per il Colo Colo e allo stadio entravo negli ultimi minuti, all’apertura dei cancelli per l’uscita della folla, perché non avevo i soldi per comprare il biglietto. Nessuno mi ha mai sentito parlar male di un compagno, per questo fui felice quando mi telefonò Zamorano.

Ero in vacanza in Cile, Ivan mi chiama e mi dice che sta organizzando la partita d’addio al calcio e che mi vuole in campo. Come faccio, gli dico, non ho le scarpe. Non ti preoccupare, fa lui: tu giochi e basta. Quando arrivai al campo, Claudio Bravo mi venne incontro e mi abbracciò. Disse che il mio spogliatoio era l’altro, avrei giocato nella squadra delle stelle. Non dimenticherò l’applauso della folla quando dopo 14 anni posai di nuovo la mia scarpetta su un campo. Il popolo cileno è il solo che conosca per intero la mia storia. Chi sa di calcio non punta il dito. Ho pagato, ho imparato un mucchio di cose e adesso lo so, una brava persona si vergogna anche davanti a un cane.

 

(Pensieri e parole attribuiti sono frutto di fantasia)

 

 

Maracanã, Rio de Janeiro, 3 Settembre 1989

Brasile – Cile 1-0

MANIFESTAZIONE: Qualificazioni ai Mondiali di Italia 1990, Gruppo C, Ultima giornata

FORMAZIONI:

BRASILE: Taffarel, Mauro Galvão, Jorginho, Aldair, Ricardo Gomes, Branco, Valdo Cândido, Dunga, Silas, Careca, Bebeto. ALLENATORE: Lazaroni.

CILE: Rojas; Reyes (63′ Basay), González, Astengo, Puebla, Hisis, Vera, Pizarro, Aravena, Yáñez, Letelier.

ARBITRO: Loustau (Argentina).

GOL: 49′ Careca.

AMMONITI: Puebla, Mauro Galvão.

 

 

Roberto Rojas

NATO IL: 8 Agosto 1957, Santiago de Chile.

RUOLO: Portiere.

SOPRANNOME: Cóndor

CARRIERA:

1976–1982 Aviación.

1983–1987 Colo-Colo.

1987–1989 São Paulo.

PALMARES CLUB

Colo Colo

2 Campeonato Nacional: 1983, 1986.

2 Copa Cile; 1982, 1985.

São Paulo F.C.

2 Campeonato Paulista: 1987, 1989.

NAZIONALE: 1983–1989 Cile, 49 Presenze.

PALMARES NAZIONALE

1 Medaglia d’Argento Copa América: 1987.

 

 

 

Tratto dal blog di Angelo Carotenuto (Repubblica)

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