LO SCIOPERO NEL CALCIO ARGENTINO

Le conseguenze dello sciopero

 

Ci sono dei casi in cui lo sciopero può indebolire più gli operai che il loro diretto avversario

Lev Trotskij

“Sciopero” non è esattamente la prima parola che viene in mente quando si parla di calcio o di calciatori. Giornate di campionato saltate perché i club in blocco non sono scesi in campo si sono viste anche in Italia. Quanto accaduto, ad esempio, il 17 marzo 1996 o il 27 agosto 2011, però, non ha lasciato grande traccia nella memoria, sia per la breve durata che per il carattere vertenziale delle agitazioni, indette in tali occasioni dall’Associazione Italiana Calciatori. 

Se, però, ci trasferiamo in Argentina e usiamo l’equiva-lente vocabolo spagnolo, “huelga”, tutto cambia. Non è una questione solo numerica, visto che durante il XX secolo si sono contate in tutto dodici huelgas. È questione della rilevanza che almeno due di questi scioperi hanno avuto per la storia del football del grande stato sudameri-cano.

Prima data da ricordare è quella del 18 aprile 1931. La Primera División, organizzata dall’Asociación Amateurs Argentina de Football (AAAF), è terminata sei giorni prima; la Nazionale deve recarsi in Paraguay per un’amichevole, quando l’appena formata Asociación Mutualista de Jugadores proclama lo stato di sciopero.

Nel mirino c’è la cosiddetta clausola candado (letteralmente, lucchetto), che impone due anni di stop dell’attività agonistica a chi firma per un’altra squadra senza il consenso del club nel quale milita. Il sindacato organizza una marcia, direzione Casa Rosada, la sede del governo. Tra coloro che protestano anche alcuni dei convocati per l’amichevole di Asunción, che comunque viene giocata.

La Vanguardia, giornale socialista, ironizza sul fatto che i calciatori abbiano preso, tutte insieme, tre grandi decisioni: dichiararsi in sciopero, non andare in Paraguay e farsi ricevere dal presidente argentino per cantargli l’inno e spiegargli le loro richieste. Perché a preoccupare il generale José Félix Benito Uriburu, al potere dal golpe del 6 settembre dell’anno precedente, è la gente che richiede a gran voce «Libertad!», ben più dei ribelli del pallone.

Così Uriburu delega l’Intendente per la città di Buenos Aires, Guerrico, a trattare con le società e con il sindacato che ha proclamato lo sciopero: un po’ a sorpresa, come risultato finale di tutta la protesta, arriva il professionismo.

Sotto la seconda lettera dell’acronimo AAAF, quella di “Amateurs”, si cela, infatti, un mondo: i giocatori sono di-lettanti, non possono percepire compensi per la loro atti-vità, ma il loro è un “amateurismo marrón”, giusto per usare un termine significativo allora in voga, ossia un pro-fessionismo coperto. Alcuni di essi, infatti, risultano essere impiegati in aziende private o ricoprire posti pubblici, un modo per giustificare davanti al fisco entrate dovute ai gettoni di presenza o a veri e propri stipendi pattuiti con la società di appartenenza.

A mettere sul piatto della trattativa il passaggio al professionismo è proprio Guerrico, che riesce a convincere i club più titolati che un campionato con giocatori ben pagati è garanzia di spettacolo.

Delle trentasei squadre che hanno animato la precedente Primera División targata AAAF, diciotto concorrono a for-mare la Liga Argentina de Football (LAF). Tra queste Boca Juniors, River Plate, Independiente, Racing, Estudiantes de La Plata, Huracán e San Lorenzo, ovvero la crema del calcio argentino. Il nuovo torneo parte il 31 maggio 1931.

La AAAF prova, con un estremo tentativo, ad abolire la clausola candado, da cui tutto era partito, ma ormai è inutile: le squadre migliori son finite tutte nell’altra lega e quando, nel novembre 1934, le due federazioni si riuniranno, i club che nel 1931 avevano scelto di rimanere nell’AAAF si ritroveranno in Segunda División. Nella nuova AFA (Asociación del Fútbol Argentino) il pase libre, cioè la libertà per i giocatori di accordarsi con una squadra senza il consenso di quella in cui militano, ancora non ci sarà.

Diciassette anni dopo, uno sciopero ancor più dirompente agita il calcio argentino. Il professionismo non ha risolto i problemi di chi per mestiere gioca a fútbol. O meglio, non ha risolto i problemi di tutti. I campioni, infatti, hanno sti-pendi ottimi, ma chi fa panchina nel Boca o chi milita nelle serie minori non riesce sempre a tirare avanti con quello che guadagna. Le entrate dei club non influiscono sulla paga dei calciatori, per i quali non è previsto un salario minimo.

Ed è questo il nocciolo del problema secondo la FAA (Futbolistas Agremiados Argentinos), sindacato creato nel 1944 dall’ex portiere dell’Independiente Fernando Bello e dall’ex attaccante de La Maquina, Adolfo Pedernera. Così sul più bello, quando Racing, Independiente e River Plate sono lì lì per giocarsi il titolo punto a punto, la FAA proclama lo stato di sciopero. È il 1° novembre 1948.

L’adesione è altissima, oltre le attese, e anche chi non ha problemi di salario si unisce alla protesta. Il tempo passa e la situazione non si sblocca. Nelle ultime cinque giornate della Primera División del 1948 i club mandano in campo le squadre giovanili, un gesto ancor più provocatorio del non giocare affatto.

Il campionato successivo non inizia e Juan Domingo Perón, al governo dal 1946, comincia a preoccuparsi sul serio. Il neo presidente ha fatto di una politica a favore delle attività sportive uno dei fiori all’occhiello del suo primo anno di mandato. Se consideriamo che, barcamenandosi tra l’autoritaria liquidazione dell’ex alleato Partito Laburista e l’approvazione di leggi atte a migliorare la condizione dei lavoratori, Perón è riuscito sino a quel momento a evitare grandi scioperi di massa, capiamo perché il presidente si trovi doppiamente spiazzato dal fatto che la prima categoria a proclamare una lunga huelga sia quella dei calciatori.

Ad ogni modo, dopo vari contenziosi e più di sei mesi di blocco dell’attività agonistica, nel maggio del 1949 il Mini-stero del Lavoro accetta le richieste dei giocatori e intro-duce un salario minimo, ma allo stesso tempo anche un tetto di 1500 pesos. I grandi giocatori, però, sono abituati a compensi ben più alti e le società capiscono subito che non potranno trattenerli. Provano allora a monetizzare cercando acquirenti all’estero, ma la regola per gli scambi tra club, che aveva originato la protesta del 1931, formalmente non è cambiata e, quindi, il giocatore può finire solo in una società gradita a quella di partenza.

Emblematico quel che accade al River Plate. Il club platense si muove con un po’ di anticipo e prova a piazzare in Italia Alfredo Di Stefano, il suo uomo mercato migliore. A inizio luglio comunica al giocatore le sue intenzioni, ma la futura “Saeta Rubia” ha le idee ben chiare: nonostante il cospicuo stipendio e l’ancor giovane età (23 anni), è stato uno dei portavoce dei giocatori durante le trattative e non ha certo voglia di farsi scegliere la squadra da altri, specie se da questa compravendita lui ci guadagna ben poco.

Dopo un po’ di tira e molla col club, la notte dell’8 agosto 1949 Di Stefano taglia la corda e ricompare in Colombia, a Bogotà, con la maglia dei Millionarios. Non è un salto nel buio quello del biondo Alfredo: a convincerlo è stato il suo ex compagno di squadra e di sindacato Pedernera, che da due mesi è diventato milionario di nome e di fatto. È la scia di un vero e proprio esodo, di una migrazione clandestina di stelle. Alla fine del 1949 saranno ben 57 i giocatori argentini impiegati nella Dimayor colombiana e la Primera División si troverà a dover ripartire quasi da zero.

Come nel caso della huelga del 1931, non sono state le specifiche richieste degli scioperanti a generare l’effetto domino che ha stravolto il calcio argentino, ma ciò che il governo ha imposto sul piatto della trattativa.

Questo non deve sorprendere, perché – come ha osservato lo storico argentino Frydenberg – «così come spesso ac-cade nei processi sociali, le nuove realtà emergono assu-mendo una forma ben diversa da quelle che erano nelle intenzioni o nei piani». E il calcio è un processo sociale a tutti gli effetti.

 

 

Fonte:

CALCIO POCO ROMANTICO

DI Federico Greco – Daniele Felicetti

Casa Editrice: Urbone Publishing

Anno di pubblicazione: 2016

 

Acquistabile sul sito di Urbone Publishing

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