LA MINACCIA DELLO STOPPER MACELLAIO

La minaccia dello stopper macellaio.

 

Pensò: non lo farà. Pensò: Lo dice per mettermi paura. Poi pensò: ecchè, mi ammazza? 

Si girò per vedere dov’era. Era sempre lì, a un metro, la bava alla bocca, l’occhio vitreo. Arrivò il pallone. Sentì le sue ginocchia strusciargli addosso, carta vetrata su pelle, lo prese per un avvertimento. Adesso l’azione era dall’altra parte del campo.

Pensò a quello che gli avevano detto i compagni prima della partita: “Occhio, che quello ti sega. E’ una carogna, un assassino a piede libero. E’ un macellaio, quello ti spacca”.

Si spostò sulla fascia, l’altro sempre dietro. Arrivò un lancio dal terzino, un lancio bello, parabola pulita, sarebbe stato un delitto non crederci. Pensò: gli faccio vedere io. Pensò alle parole che quella bestai gli aveva sussurrato entrando in campo. “Oggi non ho voglia di correre, stai bello calmo che ti conviene”.

Pensò: ma chi si crede di essere questo qui? Fintò a destra, si girò di scatto e partì a sinistra. Nel girarsi, l’angolo più stretto dello sguardo catturò solo il prato e il pallone che stava scendendo.

Dell’altro, nessuna traccia. Scomparso. Pensò: ce l’ho fatta, vaffanculo va’.

Poi sentì come se qualcuno gli fosse alle spalle. Una sensazione e fu un attimo. Udì un sibilo, e il sibilo divenne rombo. Con la coda dell’occhio colse l’altro che arrivava da dietro in spaccata, con la gamba tesa, a duecento all’ora, e non sentì la frenata. Vide i tacchetti della scarpa brillare vicinissimi, lame di rasoio nel sole pulito del pomeriggio.

Quella fu l’ultima cosa che vide.

 

 

FONTE:  RACCONTO TRATTO DA “GAMBA TESA”, DI FURIO ZARA, RIZZOLI, MILANO.

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