UN TEMIBILE NUMERO 9

Ero al primo anno delle medie e avrò avuto qualcosa come quattordici, o quindici anni. Da ciò si può facilmente capire che la scuola non è mai stata il mio forte. Il calcio, quello sì era il mio forte. La campanella era ancora nell’aria che già stavo sul campo in terra battuta, dietro la trattoria che costeggiava la statale. A Rotunda avresti faticato a trovare una casa che non costeggiasse la statale allo stesso modo in cui avresti faticato a trovare qualcosa che non fosse in terra battuta. A volte ci andavo anche prima che la campanella suonasse. Durante le lezioni, voglio dire. Per questo, forse,  a quattordici, quindici anni, stavo ancora in classe con certi mocciosi col fazzoletto ben piegato che le madri gli infilavano in tasca al mattino. Mia madre non ci s’è mai provata.

Il grande problema era che io un pallone purtroppo non ce l’avevo; così a volte, da solo sul campo dietro la trattoria, mi dovevo accontentare di scalciare una pietra, una lattina, un sacchetto dell’immondizia, o anche solo correre su e giù per il campo immaginando azioni dirompenti. Ogni tanto segnavo, ogni tanto il portiere mi parava il tiro con un tuffo plastico deviandolo in corner.

Il mio nemico, il portiere che sempre figuravo in quelle indelebili sfide immaginarie, era Zobowizk: l’estremo difensore dei fenomenali minatori polacchi. Campioni di lega degli ultimi tre anni consecutivi. L’anno passato avevano travolto tutto e tutti con centoventinove (129!) goal all’attivo e solo sette al passivo. Di cui sei nell’unica partita in cui Zobowizk non aveva giocato perché dimenticato a fine turno, il venerdì sera, in fondo a un pozzo di areazione della miniera di Whypehart. L’altro fu un regalo che fece a Manuelita Catarino lasciando segnare suo fratello, si dice, nella speranza di un bacio a lume di lampione che non arrivò mai.

Per il resto Zobowizk era un mostro. Un puntino perso nella rete della porta, avresti detto, ma piano piano che ti avvicinavi, quel puntino diventava un enorme ragno con sei zampe e dodici occhi. “L’unico modo per segnargli è sparargli in testa,” aveva detto un giorno Danny Dunn, un sedicenne matto come un cavallo che nella nostra squadra giocava da terzino, e si era offerto di farlo. Abbatterlo sulla linea di porta, voglio dire.

Qualcuno gli rispose di sparare piuttosto a sua madre. Lui si alzò, uscì, e tornò mezz’ora dopo. “Fatto,” disse. La polizia lo portò via dopo uno scontro a fuoco che durò tutta la notte. Chissà che fine a fatto quel matto di Danny Dunn. Qualcuno mi disse che riuscì ad evadere dal bagno penale e si unì a una tribù di aborigeni. Ma si dicono tante cose da quelle parti che se dovessi credere a tutto… Comunque la madre di Danny Dunn poi non era morta, ma passò tutta la vita con una placca d’acciaio in testa e si dice che attirasse i fulmini nei giorni di temporale.

Il campionato era una serie di partite- due andate e due ritorni- su campetti polverosi e riarsi dal sole da qualche parte più in là del nulla.

Noi, onestamente, mai che avessimo fatto una grande figura nel campionato, ma quell’anno in cui stavo in prima media e giocavo da ala destra, era arrivato nella città di Rotunda un ragazzetto pelle e ossa che tirava come un Dio. Rotunda non era una vera città. Era una statale su cui non passava quasi nessuno, con case al di qua e case al di là. Un centinaio di metri dietro c’era la ferrovia, dove sferragliavano lunghi treni merci. A volte fermandosi per fare rifornimento d’acqua, a volte senza fermarsi.

Un giorno ci arrivò un commesso viaggiatore, un piazzista di aspirapolveri. Disse che un buco di culo come quello non l’aveva mai visto. Di aspirapolveri non ne vendette manco uno, in compenso si fermò in città dove divenne pastore anglicano. La questione è che Rotunda stava ai margini del deserto. Lì, tutto era polvere. Polvere sui tetti, sulle case, sulle auto, sui camioncini. Polvere sulle staccionate, sulle foglie, nei piatti, nelle minestre, negli armadi, nelle lenzuola. Insomma, la gente era abituata a viverci, con tutta quella polvere, non c’era da stupirsene che non riuscisse a vendere i suoi attrezzi, da quelle parti. Avrebbe dovuto averne uno enorme da aspirare tutta la polvere del deserto, altrimenti che se ne faceva la gente? La toglievi di qua e la trovavi di là, la toglievi di là, tornavi di qua e trovavi tutto ricoperto da polvere.

Se aprivi un conto in banca- diceva qualche anno dopo, quando ormai era diventato prete- per Dio potevi stare sicuro che ci trovavi polvere pure lì. Lo diceva a tutti quelli di passaggio, poi rideva come un matto, a tenersi la pancia in mano dal ridere, da piegarsi in due con le lacrime agli occhi, giuro, e ridendo singhiozzava, se apri un conto in banca ci trovi la polvere, hai capito?

Insomma, quel tipo si intendeva di anime più o meno come di aspirapolveri, quasi niente; ma dato che l’uno valeva l’altro, decise di prendere il posto del vecchio prete che era morto poche settimane prima. Ecco, come piazzista non vendette manco uno dei suoi aggeggi, ma come prete, come prete funzionò da Dio. Almeno per quel che doveva fare un prete da quelle parti lì.

Ma il giorno in cui arrivò, questo piazzista di aspirapolveri illuminato, tirava un vento caldo e secco dal deserto, lui era sceso dal suo ford con uno di quegli aggeggi in mano, si era guardato attorno ed aveva sputato a terra. “Cristo Santo, non ho mai visto un buco di culo peggiore di questo!”. Dall’altra parte del furgoncino stava questo ragazzetto tutto pelle ossa; aveva sbattuto la portiera e si era guardato attorno. I capelli gli cadevano a scodella sugli occhi; non capivi cosa riuscisse a vederci, con dei capelli così.

Poi il piazzista divenne prete e il ragazzino si ritrovò a scuola con noi. Fu nella prima pausa che subito ce ne accorgemmo. Stavamo giocando nel cortile, lui si teneva in disparte, seduto su di un tronco che guardava da qualche parte i fili del telefono perdersi al di là del niente.

“Tiragliene una, colpiscilo,” mi disse Danny Dunn. “Dai, tiragliene una! Fagli schizzare il cervello fuori dalle orecchie! Dai, per Dio! Tiragliela! Tiragliela!”

“Ehi, datti una calmata, se ci riesci, “ gli dissi.

Poi, però, lo feci. Avevo una mira che potevo colpire una lattina a cinquanta passi e fartela schizzare alle stelle. Ecco, se devo dire, non è che volessi davvero fargli male, più che altro mi esaltava il fatto di dimostrare quanto fossi bravo. Presi la mira, piazzai quella testa a scodella esattamente nel centro di un bersaglio immaginario, arretrai di qualche passo e lasciai partire un tiro micidiale, un botta pazzesca.

Il pallone ruggì verso il ragazzetto che guardava dall’altra parte e potevi giurarci che se tendevi l’orecchio potevi sentirlo sibilare superando il vento e abbattere gli alberi, i giorni e la stagioni, fare il giro del mondo in un amen e ritornarsene lì per correre a tutta velocità verso il centro del bersaglio. Stavo per colpirlo sulla testa quando quel sacchetto di pelle e ossa, con una mossa di una rapidità fulminante, saltò in piedi e  fermò il pallone con il petto. Ho detto fermò il pallone con il petto, la verità è che gli rimase incollato lì, per qualche secondo, poi lo lasciò cadere come una mela dall’albero, e con la più grande semplicità del mondo lo palleggiò sul ginocchio, sei o sette palleggi ma dava l’impressione che avrebbe potuto arrivare a due milioni con estrema facilità, e me lo ritirò indietro.

Non so.

Ricordo il cielo e un odore di genziana. Quando mi ripresi mi dissero che mi aveva aveva colpito in fronte catapultandomi cinque metri più in là. Mi tirai su stordito e guardai nella sua direzione, era ancora seduto sul tronco che fissava i fili del telefono.

Barcollando andai verso di lui.

“Gesù, che c’hai in quel piede?”

Mi guardò, o fece quello che faceva di solito sotto quei capelli quando voltava la testa verso di te, e non disse una parola.

“Ti va di giocare con noi?”

Lui tirò su le spalle e io lo presi per un sì. Poi si girò e continuò con lo sguardo a galleggiare lontano. Tornai dagli altri: “E’ un ritardato mentale. Ma tira da Dio. Domenica lo facciamo giocare centravanti.”

Arrivò la domenica e venne la partita. Giocavamo in casa contro una squadra di mezzi pazzi irlandesi. Gente che picchiava e ti entrava sulle caviglie come se quello fosse lo scopo del gioco. La cosa bella con quei mangiapatate è che sul campo menavano a non finire, ma un’ora dopo passavi al bar e li trovavi lì a bere.

Sarà uno stereotipo, ma Gesù Cristo Santissimo quanto bevevano, fino a non reggersi più in piedi, e lì ti abbracciavano, ti offrivano un bicchiere, e poi un altro, e un altro ancora finché avevano soldi in tasca, e quando li avevano finiti si facevano mollare un cazzotto sulla mascella e pagavano con un dente d’oro, e ridevano raccontando di quante te ne avevano suonate quel giorno. Poi, quando l’alcol gli usciva dalle orecchie che proprio non ne potevano più, saltavano sul cassone scoperto del camion, il più brillo si metteva alla guida, e in quello stato partivano per tornarsene a casa. La cosa positiva è che la strada, da quelle parti, non era che un’idea. La seguivi, non la seguivi, da qualche parte arrivavi sempre. O da nessuna parte, se si preferisce.

Insomma, siamo a domenica e c’è la partita. A metà del secondo tempo stavamo ancora sullo zero a zero. Poche occasioni da rete, molti infortunati. Il ragazzino non aveva ancora toccato una palla e tutti mi guardavano storto come se fosse colpa mia. Ma che ne potevo, lui se ne stava con la maglia di due taglie più grande che gli cadeva sulle spalle come un paracadute, lì, fermo, a guardare cose che solo lui sapeva. O almeno così potevi immaginare. Non si muoveva quasi. Ogni tanto il difensore avversario gli dava uno spintone, ma così, tanto per fare perché si stava annoiando.

A un certo punto mi arriva la palla insieme a una gomitata nelle costole; cerco di restituirla, ma quella bestia di un irlandese è grosso il doppio di me e non gli faccio manco il solletico, allora mi butto il pallone in avanti e comincio a correre. Dio se ero veloce allora. Quelli cercano di prendermi ma non vedono neppure l’ombra delle mie scarpe. Arrivo fino in fondo e crosso nel mezzo. Un difensore respinge di testa e la palla finisce dritta dritta sui piedi del ragazzino che, in quel momento, stava guardando altrove.

“Tira, porco cane! Tira!” gli gridiamo dietro in almeno mezza dozzina di lingue. Lui si volta, ci guarda senza muoversi, abbassa la testa, e solo in quel momento si rende conto di avere il pallone sui piedi. Un momento troppo tardi, però, perché un toro del Connemara di cento chili gli si butta contro sollevando zolle dietro di sé pronto a spedirlo al creatore.

Il ragazzetto, proprio prima che quell’assassino gli faccia saltare il ginocchio alle stelle, fa una piroetta e salta, così, col pallone attaccato ai piedi. L’irlandese non lo vede più, lo sente solo atterrare alle sue spalle e lasciare partire una fucilata. Il portiere rimase immobile col pallone che gli passava a non più di cinque centimetri dall’orecchio e si infilava in porta bucando la rete e andando a finire mezzo chilometro più in là.

Nessuno respirò per un lungo istante. Sentivi solo il vento filare e vedevi la polvere che si alzava dal campo. Poi l’arbitro si risvegliò dallo stupore e fischiò il goal. Un bambino scalzo e a torso nudo fu mandato a recuperare il pallone. Tornò tenendo per le orecchie una lunga lepre selvatica, ma del pallone- disse- nessuna traccia. “Niente pallone, niente partita,” disse l’arbitro, fischiò la fine e diede la vittoria a tavolino alla squadra ospite. Noi, però, intanto avevamo trovato il nostro goleador.

Nelle settimane a seguire vincemmo un filotto di partite impressionante. La tattica era semplice: intercettare la palla, passarla al ragazzino e aspettare che lui facesse il resto. Lui si girava, evitava con destrezza uno, due, tre, cinque difensori che gli si gettavano addosso e poi caricava il tiro.

Perdemmo una quantità di palloni inestimabile, ma ormai lo sapevamo, avevamo fatto il pieno, e nei giorni a seguire si organizzavano battute di caccia tra gli abitanti di Rotunda per andare a recuperarli là, oltre la linea immaginaria della frontiera del deserto. A volte se ne ritrovavano tre, a volte uno, a volte sei o sette tutti insieme.

Una volta qualcuno giurò di aver visto Danny Dunn correre via tra gli arbusti ridacchiando con un pallone in mano. Ma secondo me, anche questa è più che altro una leggenda.

Di settimana in settimana, vittoria dopo vittoria eravamo arrivati alla partita che tutti aspettavano da mesi. Alla sfida delle sfide. Quella tra il miglior portiere del campionato, Zobowizk, il ragno polacco, e il miglior marcatore: il nostro ragazzino. Che noi chiamavamo soltanto così: kid, ragazzino. Ci piaceva perché gli dava un’aria da pistolero del far west. Ogni duello un goal, ogni goal, una tacca sul calcio della sua pistola. Cose così. Anche di questo vive il calcio, di miti nati sui bordi di campi polverosi ai margini del mondo.

Come ogni domenica Kid arrivò, con la maglia di due taglie più grande e il suo numero 9 sulla schiena che lo faceva sembrare una lumaca con la chiocciola. Posò la borsa e mise gli scarpini. Mi avvicinai e gli dissi: “Nervoso?”

Lui tirò su la testa e mi guardò, o fece quello che di solito faceva sotto quella frangia, poi gli sentii dire la sola cosa che disse in tutti quei mesi: “Io gli cago in testa,” disse. “Spero metaforicamente,” replicai. Lui mi guardò ancora un attimo: “No,” rispose. Finì di legarsi gli scarpini, si alzò e uscì. Mi girai e il resto della squadra mi stava guardando: “Andrà tutto bene,” mentii, e anche io guadagnai il campo.

Bisogna dirlo: Zobowizk era un Dio in porta. Guarda, ho girato parecchio, io. Quando sono venuto in Europa ho giocato nel Totenham, nella Stella Rossa, nel Porto e nel Lanerossi in Italia. Poi niente, venne fuori un posto in ferrovia e lo accettai. All’epoca i ferrovieri guadagnavano bene, meglio di un calciatore, e così ho fatto la mia carriera nelle traversine. Ma fino a quando ho giocato non ho mai trovato un portiere più forte di Zobowizk.

Mi hanno detto che è morto in miniera nel crollo di una galleria. Aveva ventidue anni. Peccato. Il mondo non avrà mai più un altro portiere come quello.

Comunque quel pomeriggio la sua morte era lontana, così come la mia Europa, c’eravamo solo noi, e c’era la sua vita, e la nostra, su quel campetto rovinoso da qualche parte più in là del niente.

La partita iniziò e subito i polacchi cominciarono a metterci sotto. Pressavano alto e noi non riuscivamo a fare il nostro gioco. Che, in pratica, voleva dire dare la palla al ragazzino e aspettare il miracolo. Finalmente Germain, uno zingaro capitato da noi chissà come e da quale mondo, vide uno spiraglio aprirsi davanti a sé, e in quello spiraglio incorniciò con lo sguardo il ragazzino fermo e immobile con le mani lungo i fianchi. Caricò un lancio di cinquanta metri almeno.

Il ragazzino sembrò non muoversi, ma evitò il difensore all’ultimo momento con un colpo di tacco; mentre il difensore inseguiva farfalle, gli girò attorno come un fulmine. Una cosa come un passo di danza. Recuperò la palla e puntò deciso verso la porta, saltò il centrale con una finta di corpo e, dal limite dell’area alzò la gamba fin dietro l’orecchio. Prima di calciare soffiò in alto, la frangia si sollevò e per un attimo si videro i suoi occhi. Il piede di Zobowizk crocchiò sulla linea di porta. Il tirò partì come una cannonata e noi restammo ipnotizzati a guardare. La palla piegò sulla sinistra e poi, con una serpentina, rientrò sulla destra. Zobowizk mosse un passo di qua, un passo di là, poi si tuffò facendo scudo alla porta col proprio corpo. Concluse il salto in una capriola e si rialzò con il pallone tra le braccia.

Il ragazzino soffiò e sollevò la frangia perché non credeva ai suoi occhi. Zobowizk rinviò con i piedi e si andò ad appoggiare al palo, seguendo l’azione dei suoi da lontano.

Andò avanti così per tutta la partita. Col nostro attaccante che tirava e il loro portiere che neutralizzava. Ogni tiro era una bordata a cui seguiva lo stupore per una parata tanto straordinaria da sembrare normale.

Verso l’ottantesimo, ricordo, mi arrivò quel passaggio sulla fascia, la misi giù e cominciai a correre puntano verso il fondo. Ogni volta tiravo su lo sguardo e vedevo il ragazzino circondato da avversari da ogni parte. Continuavo a correre e lui restava imprigionato.

A un certo punto il campo finì, con una brusca sterzata deviai verso la porta. Alzai ancora una volta la testa, e ancora vidi che tutti erano su Kid, lo marcavano stretto, non lo lasciavano respirare, altro che muoversi. La metto in mezzo comunque, mi dissi. Tiro forte nel mezzo e poi si aggiusta lui per buttarla dentro in qualche modo. Stavo per far partire il traversone quando con la coda dell’occhio vedo Zobowizk commettere un errore, forse l’unico di tutta la sua vita- se escludiamo il trovarsi in quella galleria quando crollò. Anche lui aveva capito che avrei passato la palla e aveva fatto un passo verso il centro dell’area lasciando libero uno spicchio di paradiso dalla mia parte.

Quell’angolino accanto al palo mi si illuminò e sembrò proprio cercare me. Al posto di tirarla nel mezzo calciai in porta. Con tutta la forza che avevo. Anche Zobowizk se ne accorse, ma un attimo troppo tardi; si rispostò per coprire quel buchino infinitesimale, quella cruna dell’ago dove non ci sarebbe passato né un ricco né un cammello, ma il mio pallone riuscì a passarci eccome.

L’arbitro convalidò il goal e noi vincemmo per uno a zero. Dopo la partita venne a vedermi un tipo negli spogliatoi. Era diretto verso nord, per seguire una partita della lega ufficiale.

Mi offrì un contratto e la possibilità di andare a giocare in Europa. Accettai, e fu così che me ne venni via e che mi capitò di giocare nel Porto, nella Stella Rossa, nel Totenham e compagnia bella e poi finire impiegato nelle ferrovie.

Andai a vedere il ragazzino.

“Vado a giocare in Europa,” gli dissi.

“Lo so.”

Rimasi un attimo a guardarlo. Si stava sfilando le scarpe. “E come faresti a saperlo?”

“Quel tipo in camicia, con la giacca sulla spalla appoggiato alla staccionata. E’ lui che ti ci porta.”

Allora capii che aveva fatto apposta a sbagliare tutti quei goal e a lasciar segnare me.

“Be’, buon viaggio, allora.” Si mise la borsa sulle spalle e fece per uscire.

“Aspetta!” gli gridai dietro. “Perché io?”

Si girò: “Io non posso lasciare il mio vecchio. Non ne venderà mai uno di quegli affari,” sorrise e uscì dagli spogliatoi.

Ho fatto la mia carriera e ho giocato non so più quante partite. Oggi, mi hanno detto, Rotunda non esiste più. Dopo il crollo della miniera e la cessazione dell’attività estrattiva, quelle case lungo la statale sono state abbandonate. Già prima c’era poco da fare, dopo non c’era più niente. L’ultimo ad andarsene è stato il predicatore, così mi hanno detto. Il suo furgoncino ford non funzionava più, la sabbia del deserto era entrata nel radiatore e aveva mandato tutto a puttane. Se ne andò a piedi, un  giorno come un altro, con un ragazzino tutto pelle e ossa accanto a sé, tirandosi dietro un aspirapolvere in offerta.

 

A CURA DI FRANCESCO SCARRONE

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